lunedì 3 marzo 2008

In cammino verso il Padre

Nelle sue ultime riflessioni escatologiche in vista dell’Anno Santo, Giovanni Paolo II aveva richiamato volentieri l’immagine del movimento verso la casa del Padre. Il Figlio, dopo la sua missione vittoriosa, vi fa rientro. L’uomo, pellegrino sull’aspro sentiero del mondo, vi si dirige per ereditare quella dimora “costruita da Dio, che dura per sempre” (2 Cor 5,1). Non solo l’uomo nel suo percorso individuale, ma l’umanità nel suo percorso storico è chiamata a compiere questo movimento che iniziò nell’Eden e che, posta fine a questa triste parentesi di ribellione, si concluderà “in un ambiente simile a quello uscito dalle mani di Dio al momento della creazione”. In questo senso, anche per l’uomo potrà intendersi un ritorno alla casa del Padre. «La risurrezione di Cristo, la sua ascensione e l’annuncio del suo ritorno hanno aperto nuove prospettive escatologiche. Nel Discorso dopo la Cena, infatti, Gesù dice: “Io vado a prepararvi un posto. Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io” (Gv 14,2-3)». Egli inoltre rimarca l’attesa di quel momento, quando finalmente la famiglia della terra sarà riunita a quella del cielo, facendo un voto. Col calice ancora in mano, subito dopo le solenni parole dell’eucaristia, Egli promette: “Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio” (Mt 26,29). Poche ore dopo si compie il destino di Gesù su questa terra e la sua risurrezione diviene l’evento escatologico per eccellenza. È la prima vittoria sul peccato e sulla morte, garanzia di risurrezione per i giusti nell’ultimo giorno. Insieme agli uomini, l’intera creazione soffre e “aspetta con grande impazienza il momento in cui Dio mostrerà il vero volto dei suoi figli” (Rm 8,19). Non solo il creato circoscritto a questo mondo – che con l’umanità condivide quella che potremmo definire la fisicità imperfetta e il retaggio della morte – ma l’intero universo soffre e attende. E non potrebbe che essere così, in quanto gli esseri celesti simpatizzano con le nostre sofferenze e sono coinvolti in un’incessante azione di soccorso in favore dell’umanità. Mutuando il termine dalla nota istituzione della Farnesina, potremmo dire che, verificatasi l’emergenza del peccato e della morte, è stata attivata una “unità di crisi” che ha rivoluzionato le abitudini e le attività del cielo. Così gli angeli buoni sono diventati i nostri custodi per proteggerci dalle azioni malvagie dei demoni e dei nostri consimili, ma anche gli esecutori dei giudizi di Dio. E Dio stesso, che è l’amore personificato, ha dovuto indossare la veste inaudita di giudice e di capo di un esercito che non si limita a sfilare ma che combatte. ”Poi scoppiò una guerra nel cielo: da una parte Michele e i suoi angeli, dall'altra il drago e i suoi angeli. Ma questi furono sconfitti, e non ci fu più posto per loro nel cielo, e il drago fu scaraventato fuori. Il grande drago, cioè il serpente antico, che si chiama Diavolo e Satana, ed è il seduttore del mondo, fu gettato sulla terra, e anche i suoi angeli furono gettati giù” (Ap 12,7-9). Quest’evento descritto in Apocalisse si riallaccia direttamente alle prime pagine della Genesi: “Allora Dio, il Signore, disse al serpente: "Per quel che hai fatto… Metterò inimicizia fra te e la donna, fra la tua e la sua discendenza. Questa discendenza ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno" (3,14-15). Ripreso dagli antichi profeti (“Come hai potuto cadere dal cielo tu, splendente figlio dell'aurora?” Is 14,12) e da Gesù:”Ho visto Satana precipitare dal cielo come un fulmine” (Lc 10,18). La Bibbia scopre il velo su un conflitto di proporzioni immani di cui la terra è solo l’ultimo campo di battaglia e l’uomo solo l’ultimo degli attori: il conflitto tra il Figlio di Dio e il “figlio dell’aurora”, il cherubino Lucifero fattosi Satana, il “serpente antico” di edenica memoria. Solo sullo sfondo di questo conflitto cosmico si può comprendere la posizione dell’umanità che è al contempo di estrema fragilità e di assoluta invincibilità nel momento che si pone dietro lo scudo di Cristo che ha vinto Satana. Per l’universo noi siamo il libro di testo che dimostra nei fatti e in tutta la sua portata la follia della ribellione a Dio. Al contempo, il nostro libro di testo è la Parola di Dio, sottesa di connotazioni escatologiche dalla prima all’ultima pagina. Il suo filo conduttore è proprio questo movimento circolare di dono amorevole che dal Padre ha origine e a Lui fa ritorno. La sua creazione passa per una breve fase di sbandamento, forse inevitabile per salvaguardare la libertà delle sue creature, che poi, resa consapevole, gli si riconcilia per sempre. Userei due immagini, suggerite dal Vangelo, per sintetizzare questo movimento dell’umanità che si allontana da casa e che poi vi fa ritorno. La prima è quella del gregge senza pastore che si aggira smarrito. “Vedendo le folle Gesù ne ebbe compassione, perché erano stanche e scoraggiate, come pecore che non hanno un pastore” (Mt 9,36). Anche se non ne sono sempre consapevoli (cfr Ap 3,17: “Voi dite: «Siamo ricchi, abbiamo fatto fortuna, non abbiamo bisogno di nulla» e non vi accorgete di essere dei falliti, degli infelici, poveri, ciechi e nudi”) le creature che si allontanano da Dio non sono libere ma solo smarrite, come le pecore che belano spaventate quando perdono di vista il pastore che sono abituate a seguire. La seconda immagine è quella del padre misericordioso che attende e accoglie a braccia aperte il figliol prodigo che ritorna rinsavito. Questi “era ancora lontano dalla casa paterna, quando suo padre lo vide e, commosso, gli corse incontro. Lo abbracciò e lo baciò” (Lc 15,20). Dio stesso attende con trepidazione il giorno in cui il male e la sofferenza saranno estirpati dal creato. Anche quando in apparenza il mondo sembra proseguire stupidamente nel suo percorso di piccole e grandi crudeltà, Egli stabilisce con precisione il limite degli eventi. “Il Signore non ritarda a compiere la sua promessa… Piuttosto egli è paziente con voi, perché vuole che nessuno di voi si perda e che tutti abbiate la possibilità di cambiar vita” (2 Pt 3,9). Ma la misericordia per il peccatore non implica debolezza; i giorni della storia sono numerati, il che significa che un giorno è stato fissato per essere l’ultimo: gli ostinati non si facciano illusioni. Ma una tavola è già stata apparecchiata per festeggiare il corteo dei figli prodighi rinsaviti di tutti i tempi e di tutti i luoghi. E quando Cristo avrà compiuto la sua missione di salvezza e di estirpazione del male, “allora anche il Figlio sarà sottomesso a chi lo ha fatto Signore di ogni cosa. E così Dio regnerà effettivamente in tutti” (1 Cor 15,28). Il cerchio si chiude ed ognuno troverà nella casa del Padre il meritato riposo, la propria gioia e la piena realizzazione.

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(Pubblicato su Toscanaoggi Forum il 28 gennaio 2007)

domenica 2 marzo 2008

Le perplessità dei greci

In un certo senso siamo debitori alle perplessità dei greci se ci ritroviamo importanti sprazzi di luce escatologica nelle lettere dell’apostolo Paolo. Mi riferisco ai greci della Grecia, in quanto quelli dell’Asia Minore, forse perché più abituati all’interazione con altre culture, erano più propensi al sincretismo e all’accomodamento. Nella nostra ultima riflessione abbiamo lasciato Paolo alle prese con l’incredulità dei corinzi sull’insegnamento della risurrezione dei morti. Uno degli aspetti su cui egli si sofferma è la dignità del corpo dei risorti. Secondo la concezione platonica, il corpo è un involucro materiale e imperfetto dal quale l’anima ha tutto l’interesse di liberarsi per tornare alla condizione di perfezione e purezza originarie. La riflessione di Paolo sul corpo è invece più articolata e positiva. È vero, l’uomo carnale è orientato al male, incapace a “riorientarsi” da sé verso il bene, ma il sacrificio di Cristo ci ha riscattati nella nostra interezza; Egli “è anche il Signore del vostro corpo” (1 Cor 6,13). Adesso il corpo “è tempio dello Spirito Santo” (v. 19), e distruggendo questo tempio in realtà distruggiamo noi stessi (cfr. 3,17). Noi abbiamo il dovere di resistere agli istinti distruttivi e di prenderci cura di noi stessi nella nostra interezza. Dalla lettura complessiva della lettera, si evince che la chiesa di Corinto è alle prese con seri problemi d’immoralità. E non c’è da sorprendersi considerando quanto la città, capitale dell’Acaia e rilevante porto di mare, fosse nota per la sua corruzione. È possibile che alcuni della comunità avessero aderito a dottrine gnostiche, che esasperavano il dualismo anima-corpo al punto da propugnare talvolta il libertinaggio più spinto, giacché qualsiasi azione nel corpo non avrebbe influito sul percorso autonomo dell’anima; offrendo così una giustificazione dottrinale a coloro che nella comunità si erano dati a comportamenti immorali. Ovviamente costoro non potevano accettare l’insegnamento della risurrezione che dava dignità ad un corpo, da cui si lasciavano dominare, ma che formalmente disprezzavano. Paolo quindi condanna questo dualismo, affermando che l’uomo è un tutto unico che tutto insieme si salva o si perde. E poi spiega che non c’è nulla d’illogico e d’insensato nella dottrina della risurrezione dato che il corpo dei risorti avrà ben poco in comune con il nostro corpo terreno. Poiché “il Signore… con il potere che ha di sottomettere l’universo, trasformerà il nostro misero corpo mortale e lo renderà somigliante al suo corpo glorioso” (Fil 3,21). Un corpo concreto, come il diffidente Tommaso ebbe modo di constatare, ma svincolato dalle leggi fisiche della realtà a noi nota: che può rendersi invisibile, passare attraverso gli oggetti solidi e ascendere al cielo. E non solo i risorti, ma anche coloro che saranno ancora vivi al ritorno di Gesù riceveranno lo stesso regalo, “in un istante”. “Ecco, io vi dico un segreto. Non tutti moriremo, ma tutti saremo trasformati in un istante, in un batter d'occhio, quando si sentirà l'ultimo suono di tromba. Perché ci sarà come un suono di tromba, e i morti risusciteranno per non morire più e noi saremo trasformati” (1 Cor 15,51-52).

Il trattamento riservato ai vivi e soprattutto ai morti, alla seconda venuta di Gesù, fu argomento su cui Paolo dovette soffermarsi nella sua prima lettera ai Tessalonicesi. Siamo attorno all’anno 50 d.C. L’Apostolo, secondo l’opinione ancora diffusa tra i cristiani, pensa che il secondo avvento di Cristo sia imminente ed è questo che insegna alla chiesa appena fondata di Tessalonica nel suo breve soggiorno che, a causa d’un tumulto provocato dai giudei, è costretto ad interrompere bruscamente. Conta di tornare per completare la catechesi della comunità quando gli giunge voce che essa versa nella costernazione per la morte di alcuni fratelli in fede, evento che non era stato messo in conto nel corso di quest’attesa che sembra prolungarsi oltre il previsto. Tessalonica, capitale della provincia romana di Macedonia, era un importante porto di mare e centro commerciale, anch’essa nota per la corruzione dei suoi costumi. Ciò nonostante, al contrario della comunità di Corinto, i quesiti sollevati dai cristiani di Tessalonica non erano collegati a problemi d’ordine morale bensì soltanto dottrinale. Essi si chiedevano che fine avrebbero fatto i credenti morti prima del ritorno di Gesù: se sarebbero stati salvati o anche solo discriminati rispetto ai viventi. A noi può sembrare una preoccupazione inconsistente ma dobbiamo tener conto del loro retroterra culturale e del fatto che Paolo non li aveva ancora istruiti sullo stato dei morti secondo la visuale cristiana. Dal contesto sembrerebbe che la loro concezione dei defunti fosse simile a quella descritta da Omero nell’Odissea, quando Ulisse si reca a far visita agli abitanti dell’Ade. Qui l’oltretomba è raffigurato come un luogo buio, irreale, intriso di malinconia; le anime dei morti, a prescindere dalle loro colpe, sono descritte come ombre che s’aggirano meste, incapaci di vedere, di odiare, d’amare, di ricordare, di pensare. Il loro è un destino sventurato e irreversibile. Questa concezione del mondo dei morti era ormai un antico retaggio, ma le credenze popolari sono radicate nell’immaginario collettivo, non solo degli sprovveduti. In Virgilio, ad esempio, convivono due concezioni contrastanti: quella platonica delle pene catartiche e quella dei “Campi del Pianto”, luogo di sofferenza indiscriminata a cui tutte le anime erano sottoposte, anche quelle non meritorie di castigo. A questa regressione avevano in qualche modo contribuito i culti misterici che nella salvezza discriminavano tra iniziati, che si salvavano comunque, e non iniziati che si perdevano a prescindere dalle virtù esercitate in vita. Bisogna infine considerare che buona parte dei cristiani di Tessalonica proveniva dalla sinagoga. Erano i cosiddetti “timorati di Dio”, vale a dire ex pagani che pur interessati alla fede non avevano adottato del tutto le regole e i riti giudaici, così come invece i proseliti. Ogni sabato avevano ascoltato la lettura della Bibbia, e sicuramente anche questa riflessione dell’Ecclesiaste così assonante con i versi omerici: “I vivi sanno che devono morire. Ma i morti non sanno proprio niente, NON RICEVONO NESSUNA RICOMPENSA perché sono dimenticati da tutti. L’amore, l’odio e le passioni umane finiscono con la morte. I morti non parteciperanno più a quello che si fa in questo mondo… Cerca di compiere con molto impegno quel che riesci a fare quaggiù. Perché nell’aldilà, dove andrai, non si lavora e non si fanno progetti, non c’è né scienza né sapienza” (Eccl 9,5-10). Probabilmente anche i giudei, dopo secoli d’influenza culturale ellenica, leggevano queste parole intrise di pessimismo da un’analoga prospettiva. Ma Ecclesiaste è anche quello che alla fine dice: “Dio giudicherà tutto quel che facciamo di bene e di male”; prospetta, cioè, una retribuzione ultraterrena differenziata su criteri etici. Non va dimenticato che gli ebrei, ossia i custodi dei libri ispirati, prima dell’ellenizzazione forzata non credevano nell’immortalità dell’anima. E quando parlavano di soggiorno dei morti si riferivano semplicemente al sepolcro, al luogo ove il defunto, in uno stato d’incoscienza simile al sonno, attendeva il risveglio della risurrezione nell’ultimo giorno. “Io so che il mio redentore vive, e nell’ultimo giorno io sorgerò dalla terra; e che nuovamente mi circonderò della mia pelle, e nella mia carne vedrò il mio Dio” (Giob 19,25-26. Vers. del Cardinal Ferrari, Firenze 1929). Ma queste premesse ai Tessalonicesi mancavano e fu facile per loro equivocare. Così Paolo si affrettò a toglierli dall’angoscia con la sua celebre lettera: “Fratelli, voglio che siate ben istruiti su ciò che riguarda i morti [lett.: quelli che dormono]: non dovete continuare a essere tristi come gli altri, come quelli che non hanno nessuna speranza. Noi crediamo che Gesù è morto e poi è risuscitato. Allo stesso modo, crediamo che Dio riporterà alla vita, insieme con Gesù, quelli che sono morti credendo in lui.
Come ci ha insegnato il Signore, io vi dico questo: noi che siamo vivi e che saremo ancora in vita quando verrà il Signore, NON AVREMO ALCUN VANTAGGIO su quelli che saranno già morti. Infatti in quel giorno sentiremo un ordine, la voce dell'arcangelo e il suono della tromba di Dio. Il Signore scenderà dal cielo, e allora quelli che sono morti credendo in lui risorgeranno per primi. Noi, che saremo ancora vivi, saremo portati in alto, tra le nubi, insieme con loro, per incontrare il Signore. E da quel momento saremo sempre con il Signore. Dunque, consolatevi a vicenda, con questi insegnamenti” (1 Ts 4,13-18).

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(Pubblicato su Toscanaoggi Forum il 20 gennaio 2007)

sabato 1 marzo 2008

L’inconcepibile risurrezione

Della dottrina che andava predicando, forse l’argomento meno facile che Paolo stentava a comunicare ai pagani dell’Impero fu quello della risurrezione. La testimonianza più esplicita di quella difficoltà ci è riportata nel libro degli Atti, al capitolo 17, ove viene riferito il discorso che egli tenne nell’Areòpago di Atene per annunciare i punti salienti della fede cristiana. Gli ateniesi lo ascoltarono con curiosità mentre egli descriveva il suo Dio come il Creatore di tutte le cose, come il Signore del cielo e della terra che non ha bisogno di nulla ma di cui tutti hanno bisogno, come il Padre che ha stabilito il tempo e il luogo in cui ogni uomo facendo esperienza della vita ha l’opportunità di conoscerlo e di convertirsi a lui, come il Giudice che “ha fissato un giorno nel quale giudicherà il mondo con giustizia. E lo farà per mezzo di un uomo, che egli ha stabilito e ha approvato davanti a tutti, facendolo risorgere dai morti” (v. 31). A questo punto, però, “appena sentirono parlare di risurrezione dei morti” gli ascoltatori dell’Apostolo passarono repentinamente dalla curiosità alla derisione e smisero di ascoltarlo. Da quella sosta nella capitale culturale dell’Impero Paolo raccolse un ben magro bottino. Come spiegare quest’avversione per una dottrina – la risurrezione – certo rivoluzionaria, ma non più di altre? Alcuni hanno affermato che lo spirito del tempo fosse poco interessato alle cose dell’aldilà. Questo per molti era certamente vero. Tuttavia se nell’Impero poterono diffondersi così facilmente i culti misterici – che assicuravano una vita dopo la morte felice e agevole da ottenere per gli iniziati – e lo stesso cristianesimo, è perché c’era anche tanta sete di salvezza tra la gente. Bisogna allora pensare che il concetto di risurrezione, piuttosto che indifferente, era inaccettabile per la mentalità comune. Scriveva Plutarco a proposito della leggenda secondo la quale Romolo era stato assunto in cielo anima e corpo: “Mescolare cielo e terra è stolto. Lasciamo andare tutto ciò e crediamo fermamente, con Pindaro, che il corpo è soggetto a morte, che di tutte le cose è la più potente, ma che l’anima è lasciata viva, come un’immagine dell’eternità, giacché essa sola è divina. Di là essa viene e là torna, ma non col corpo, bensì interamente liberata e disgiunta dal corpo, diventata in ogni parte pura e santa, senza alcuna macchia carnale… Non dunque i corpi dei buoni – contro le leggi di natura – si levano al cielo, ma le anime virtuose – secondo le leggi di natura” (Vita di Romolo, 28). Plutarco, come tantissimi altri, aveva abbracciato con convinzione la visione escatologica di Platone. Il grande filosofo, forte della sua intelligenza speculativa e della sua iniziazione misterica, aveva per così dire messo ordine nella selva di tradizioni sull’aldilà e costruito una dottrina il più possibile coerente sul destino degli uomini dopo la morte. Egli partiva da due presupposti: dall’idea diffusa – e quindi scontata – che l’anima sia immortale, e dalla speranza che vi sia una giustizia divina che non lasci impunite le malefatte degli uomini (“Se… la morte fosse la fine di tutto, sarebbe una fortuna insperata per i malvagi morire” Fedone, 57). Così il filosofo immagina per i peccatori senza rimedio le pene eterne del Tartaro. I mediocri, cioè la gran parte degli uomini, sono invece destinati alla palude Acherusia ove essi si purificano e scontano pene commisurate alle loro colpe. Anche i penitenti che si son macchiati di colpe particolarmente gravi scontano qui la loro pena ma dopo aver soggiornato per un anno presso il Tartaro. Solo coloro che si son distinti per santità di vita sono dispensati da ogni pena espiatoria. Così, tranne i dannati, tutti alla fine sono destinati a vivere “in alto” nelle regioni celesti, in una pura dimora, sciolti da ogni vincolo corporeo, per l’eternità. Tartaro, Acherusiade e Iperuranio come prefigurazione dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso cristiani. Ovviamente in questa concezione dell’aldilà non v’è posto per la risurrezione, come opportunamente rimarcava Plutarco, proprio perché il fine dell’anima è quello di liberarsi del corpo. Tale avversione aveva una ragione. Platone, infatti, immaginava l’anima come scintilla divina, eterna e preesistente, che incedeva per l’universo insieme alla biga della Divinità. Poco alla volta essa si appesantì, perse le ali e cadde sulla terra ove si legò al corpo materiale che assunse come involucro e dimora ahimè corruttibile. Quindi, come un uccello che guarda al cielo, anelito supremo dell’anima è quello di svincolarsi dall’involucro, di rimettere le ali e di librarsi verso il luogo perfetto di provenienza. Perché questo percorso si compia occorrono diecimila anni, afferma il filosofo; uno sconto è previsto per i soli filosofi che se la cavano con tremila. In questo lasso di tempo l’anima è sottoposta a un ciclo “terapeutico” fatto di successive trasmigrazioni in corpi diversi e di supplizi, soprattutto nell’Acherusiade, tra un’incarnazione e l’altra finché essa, purgata e alleggerita, non mette le ali e s’invola verso il mondo perfetto delle idee, l’Iperuranio. Questa concezione dell’aldilà, sistematizzata da Platone, era molto diffusa nel mondo greco-romano. Sicuramente Paolo avrebbe trovato un’accoglienza ben diversa ad Atene se avesse parlato di trasmigrazione anziché dell’inconcepibile risurrezione. Ma la concezione platonica era così radicata che il Cristianesimo, anche nella sua fase d’affermazione, dovette farvi i conti; ben più di quello che siamo disposti ad ammettere. Ricordo quel parroco che curava una rubrica molto seguita agli albori delle tivù locali. Ebbene questi in una delle sue trasmissioni dichiarò apertamente di non credere nella risurrezione. Per lui la retribuzione avveniva tutta al momento della morte quando si stabiliva la destinazione dell’anima. La risurrezione e il giudizio finale sarebbero elementi spuri, posticci e ridondanti. Elementi di disturbo, non necessari nell’economia della salvezza. Dovremmo ammettere che il ragionamento di questo sacerdote – sebbene non condivisibile – aveva una sua coerenza, se non altro nel richiamarsi all’inconciliabilità di due concezioni. Tuttavia, volendo riferirci all’evidente modello, lo stesso Platone, che era persona avveduta e saggia, mise in guardia i suoi ascoltatori dall’accogliere la sua costruzione sull’aldilà come verità dogmatica certa e indiscutibile. Tale fiducia incondizionata “non s’addice a un uomo intelligente”, egli affermò. Ma, ammessa l’immortalità dell’anima, “mi par davvero che le cose debbano essere pressappoco così… val la pena sperarlo” (Fedone, 63). L’escatologia di Paolo si fondava invece su una premessa ben diversa. Anch’egli come Platone carezzava una speranza. Ai cristiani di Corinto che stentavano a credere nella risurrezione chiese di riflettere attentamente sulla portata della loro esitazione. Per amore di sintesi, riassumiamo così le sue parole che troviamo nel capitolo 15 della prima lettera a quella comunità: “Ma vi rendete conto di cosa significherebbe per la nostra fede se non vi fosse risurrezione dei morti? Significherebbe che neppure Cristo è risuscitato, che egli non ci ha salvato dai nostri peccati, che la nostra fede è illusoria, che i nostri cari defunti sono per sempre perduti. E noi, a che pro rischieremmo la vita tutti i giorni per proclamare un falso evangelo? Se abbiamo sperato in Cristo solamente per questa vita, noi siamo i più infelici di tutti gli uomini. Perché se i morti non risuscitano, allora, mangiamo e beviamo poiché domani moriremo”. Ma Paolo ci tiene a precisare che la sua speranza, che altrove egli definisce “beata”, non trae origine da speculazioni umane bensì da un fatto concreto: la risurrezione di Cristo, che lui e tanti altri possono testimoniare: “È risuscitato il terzo giorno, come è scritto nella Bibbia, ed è apparso a Pietro. Poi è apparso ai dodici apostoli, quindi a più di cinquecento discepoli riuniti insieme. La maggior parte di essi è ancora in vita… alla fine è apparso anche a me… Cristo è veramente risuscitato dai morti, primizia di risurrezione per quelli che sono morti… Così, fratelli miei, siate saldi”.

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(Pubblicato su Toscanaoggi Forum il 14 gennaio 2007)

venerdì 29 febbraio 2008

Schegge di tempo e sete d’infinito

Soprattutto da giovani tendiamo a considerare la vita come un evento tanto lungo da confondersi con l’infinito. A quest’errore percettivo sicuramente contribuiscono dei fattori biologici. Leggiamo in Ecclesiaste 3,11 che Dio “ha messo la nozione dell’eternità nel cuore” degli uomini. Di tutti gli uomini. Se consideriamo questa tensione bio-mentale verso l’eternità, non è il pensiero d’un futuro senza fine che ci fa difetto. Tant’è vero che siamo disposti a faticare pesantemente con gli studi, con il lavoro, con la costruzione di relazioni per assicurarci un domani decisamente migliore del presente, più ricco, più gioioso, più appagante. Un domani realizzato che ci prefiguriamo come stabile e definitivo, che pervada tutti gli aspetti della vita, affetti compresi. Non a caso ci promettiamo “eterno amore”, e usiamo espressioni come “per sempre”. Usiamo cioè le parole delle favole, ossia di storie a lieto fine che “finiscono” bene ma non terminano. Biancaneve e il Principe Azzurro, dopo essersi liberati della strega cattiva, vivono felici e contenti “per sempre”. Poi però aggirandoci tra le lapidi dei nostri cimiteri leggiamo troppi epitaffi di questo tenore: “… fu sposo devoto, padre affettuoso, lavoratore instancabile, (…) e non ebbe ricompense terrene. Lasciò questa vita prematuramente. Inconsolata la famiglia pose”. Evidentemente, sotto ognuna di queste iscrizioni giace un sogno incompiuto. Sotto una selva sterminata di lapidi altrettanti sogni incompiuti. E man mano che gli anni passano e “si fugge” la giovinezza si accentua pure il contrasto tra la mia storia e il mio sogno. Il nostro corpo si disfa e perde vigore, i nostri cari uno alla volta ci lasciano, e le frustrazioni si accumulano. Anche quando riusciamo ad ammucchiare beni e benemerenze sentiamo il senso della loro precarietà, della loro inadeguatezza, della loro incompleta fruibilità. Comunque non possiamo condividerli con le persone che non ci sono più. Così, pian piano, il nostro sguardo si distoglie dal domani ed anche dal presente, in cui ormai non ci riconosciamo, e si volge indietro dove abbiamo lasciato i nostri affetti e i nostri ricordi. Continuiamo a serbare il senso dell’eternità ma non lo associamo più alla fugace e deludente esperienza di questa vita. Che i nostri giorni non sono eterni, che esiste la morte, è una nozione che apprendiamo molto malvolentieri. Lo dimostrano tutte le tecniche di neutralizzazione che mettiamo in atto per vivere ignorando il fatto che moriamo. Parlare della morte è sconveniente, è argomento tabù, ne abbiamo paura: perché ci colpisce pesantemente, ferisce i nostri affetti e i nostri sogni e ci costringe ad affrontare il problema del senso della vita. Infatti, che senso ha concentrare tutte le nostre energie e tutte le nostre risorse, anche a costo di giocare sporco e di disseminare di cadaveri il nostro percorso di guerra, solo per costruirci un futuro comunque effimero, limitato ai pochi giorni di questa vita? Non è un correre dietro al vento? Eppure in quest’impresa sembra impegnata la maggior parte degli uomini… nonostante avvertiamo istintivamente che un futuro limitato a pochi lustri, cioè un futuro senza avvenire, è un nonsenso, una sorta di condanna a morte. Ed è proprio su questa incoerenza tra il fine e gli strumenti che preferiamo sorvolare: cioè tra la speranza in una vita piena e infinita e l’impegno a conseguire traguardi effimeri e sopravvalutati. Forse quel che ci manca è l’audacia di sganciare da subito tale sete d’infinito dalla scheggia di tempo in cui si consumano i nostri brevi giorni. Non per negare i bisogni contingenti, in una sorta di macerazione e di contemplazione passiva ed estatica delle cose ultime, o per far vita da cicala, senza alcuna pianificazione. Ma per dare il giusto posto e il ponderato valore alle cose. Dalla catechesi di Giovanni Paolo II leggiamo: «Sappiamo che in questa fase terrena tutto è sotto il segno del limite, tuttavia il pensiero delle realtà “ultime” ci aiuta a vivere bene le realtà “penultime”». Certo dobbiamo mettere in conto che questa vita è troppo breve e accidentata per poterla affastellare di traguardi sia pure legittimi ma non ugualmente prioritari. Essa non è che la mesta ma fondamentale overture di una sinfonia eterna che avremo tempo e occasione di riempire di contenuti. Di coloro che camminano in questa prospettiva è detto: “Nella fede morirono tutti questi uomini, senza ricevere i beni che Dio aveva promesso: li avevano visti e salutati solo da lontano. Essi hanno dichiarato di essere su questa terra come stranieri, in esilio. Chi parla così dimostra di essere alla ricerca di una patria: se avessero pensato a quel paese dal quale erano venuti, avrebbero avuto la possibilità di tornarvi; essi invece desideravano una patria migliore, quella del cielo. È per questo che Dio non si vergogna di essere chiamato il loro Dio” (Eb 11,13-16).

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(Pubblicato su Toscanaoggi Forum il 6 gennaio 2007)

giovedì 28 febbraio 2008

Un silenzio imbarazzato

Capodanno è tempo di consuntivi e di previsioni. Esperti in molti campi, ospitati sui giornali e nelle televisioni, si cimentano in pronostici su ciò che ci porterà il nuovo anno e commentano gli eventi dell’anno appena trascorso. Non solo politologi, diplomatici, strateghi, vaticanisti, sinologi, americanisti, islamisti, ecc., alimentano il dibattito, ma grande ascolto è prestato a maghi e astrologi. Anzi, atteso con trepidazione è il primo oroscopo dell’anno: sicuramente la pagina più letta in assoluto. Quanto poi si realizzi di ciò che è stato previsto è tutt’altro discorso. Ormai sappiamo per esperienza che gli avvenimenti futuri si prestano molto male non solo ad essere previsti ma persino ad essere immaginati. Certo l’uomo è inquieto, è insoddisfatto della propria condizione, soffre. I botti di Capodanno sono pistolettate simboliche indirizzate alla sorte per quel che gli ha riservato nell’anno appena trascorso, ed una specie di messa in guardia, una dichiarazione d’indisponibilità ad accettare passivamente quel che l’aspetta nel nuovo anno. Per questo stato d’ansia e di malessere egli non può evitare d’interrogarsi sul proprio futuro. Il cardinale Godfried Danneels rileva che l’uomo contemporaneo vive il paradosso di percepire con difficoltà l’invisibile e, al contempo, di nutrire “interesse per tutto ciò che si trova al di là dell’orizzonte, al di là del sensibile, del razionale… l’escatologia cristiana sembra dimenticata e persino ingannevole, ma non vi è mai stata una simile sete di un mondo migliore e un così grande bisogno di speranza”. Quello appena trascorso è stato il secolo delle utopie più promettenti. Gli uomini hanno creduto d’essere sul punto di darsi un governo giusto e, grazie alla rivoluzione scientifica e tecnologica, di risolvere tutti i loro problemi. In altri termini hanno pensato di costruirsi un paradiso senza Dio. Grazie alle conquiste della medicina, allungandosi l’aspettativa di vita, si è persino pensato di dare risposta al problema della morte. Alla prova dei fatti tutte queste aspettative sono andate deluse o, comunque, si sono molto ridimensionate. È come se, entrati nel nuovo millennio, ci si sia risvegliati da un sogno. D’improvviso la prospettiva atea, che riteneva l’attuale realtà sufficiente a dare gioia e senso alla vita, ha perso consistenza. La nostra società nel complesso continua ad essere scettica ed edonista, ma procede come per inerzia; ha perso ideali e prospettive. E questa indifendibilità delle cose “penultime” comincia a restituire interesse per le cose ultime. Così l’uomo del nostro tempo si ritrova stranamente religioso. Dico stranamente, perché soprattutto si rivolge a forme primitive di fede quali possono essere l’astrologia, la magia, l’esoterismo, i culti orientali o l’onnicomprensiva New Age. Per questo trend anche la Cristianità ha le sue responsabilità. Essa infatti, in un contesto materialista, ha rarefatto quasi con senso d’imbarazzo la predicazione delle realtà ultime. Eppure l’escatologia, cioè il tema sulla destinazione finale dell’uomo e della storia umana, è un aspetto insopprimibile del messaggio cristiano e biblico in generale. Ricordate il sogno della statua, di re Nabucodonosor? L’orgoglioso sovrano aveva fatto un sogno impressionante che aveva subito dimenticato. Diede allora ordine agli esperti di corte di rammentarglielo e di rivelargliene il significato, altrimenti sarebbero stati tutti giustiziati. Gli esperti furono costernati alla notizia ma la pretesa del re, a ben pensarci, non era poi così irragionevole. Questi presunti esperti erano onorati e lautamente mantenuti dal tesoro reale perché affermavano di poter far luce sulle cose occulte e predire l’avvenire: che pertanto facessero il loro dovere! Ci pensò allora il profeta Daniele a fare chiarezza; l’unico saggio di corte in grado di soddisfare la richiesta del re. E gliene premise pure il motivo: “Maestà, nessun saggio, nessun mago, nessun indovino, nessun incantatore potrà svelarti il mistero del sogno. Ma c'è in cielo un Dio che svela i misteri. Ed è lui che fa conoscere a te, re Nabucodonosor, il futuro” (Dn 2,27-28). Quindi Daniele rammentò al monarca babilonese il sogno della statua e ne spiegò il significato attinente alla storia del governo umano sino alla fine dei tempi. Solo Dio può sollevare il velo che cela gli eventi futuri, e lo fa nella misura in cui sia utile a rafforzare la fede e la speranza dei suoi figli. Tali rivelazioni sono definite dall’apostolo Pietro opportune “come una lampada che brilla in un luogo oscuro”, cioè, come una luce sufficiente a illuminare il sentiero notturno percorso dalla Chiesa, fino al giorno vero, illuminato dal ritorno in gloria di Gesù. Per cui tali pillole di futuro non possono essere considerate un optional, “e voi farete bene a considerarle con attenzione” (2 Pt 1,19). Se lo studio e la predicazione delle realtà ultime vengono trascurati, poi non dobbiamo stupirci quando altri parlano, spesso a sproposito, approfittando del vuoto da noi lasciato. Mi riferisco ai ciarlatani dell’esoterismo che illudono la gente con pronostici suggestivi ma inconsistenti. Ci sono poi gli esperti veri in varie discipline serie che, interrogati sui problemi che affliggono l’umanità, dipingono un futuro a tinte fosche. I demografi ci ricordano che la popolazione mondiale ha raggiunto quota 6,6 miliardi. Eravamo 250 milioni quando fu scritta l’Apocalisse e ancora 625 milioni nel 1700. Saremo 8 miliardi nel 2025. Di contro le risorse della terra diminuiscono e, in certi casi, si avviano ad esaurirsi. I climatologi sono preoccupati per il riscaldamento dell’atmosfera dovuto all’effetto serra. Già adesso sono in atto eventi meteorologici e climatici estremi: maxicicloni, inondazioni, ondate di calore, desertificazione dei territori, e l’umanità è già oggi a rischio di malattie infettive, fame, colpi di calore. Gli stessi esperti affermano che un ulteriore aumento della temperatura di soli due gradi innescherebbe lo scioglimento generalizzato dei ghiacci, ciò farebbe da moltiplicatore al caldo e potrebbe causare il collasso di interi ecosistemi. I geopolitologi ci ricordano che quando l’uomo costruisce un’arma prima o poi la usa. La scoperta dell’arma nucleare rende solo più attenti ma non cambia la natura umana. E la preoccupazione corre soprattutto a quei regimi totalitari, instabili e fortemente ideologizzati, disposti a sfidare il mondo pur di dotarsi dell’arma. I suddetti esperti basano le loro previsioni su relazioni di causa-effetto, le loro sono stime e non vaticini. Le stime sono soggette ad errori ma indicano tendenze e scenari possibili. Se questi scenari non sono incoraggianti rischiano solo di spaventare la gente. È indispensabile perciò che il teologo biblista intervenga e dica quel che gli compete. E cioè che, pur prospettandosi tempi difficili per l’umanità, Dio guida gli eventi perché la fine della storia coincida con una grande e definitiva liberazione. In occasione del Sinodo sull’Eucaristia, tenutosi nell’ottobre dello scorso anno, il tema delle realtà ultime è emerso più volte. Nel corso del dibattito, con forza si è levata la voce: “La Chiesa torni a parlare dell’escatologia”.
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(Pubblicato su Toscanaoggi Forum il 31 dicembre 2006)

mercoledì 27 febbraio 2008

Soli a Natale

Avvicinandosi le festività di fine d’anno, il mio pensiero va a coloro che si apprestano a trascorrerle in solitudine. Le solite statistiche danno un picco di suicidi in questo periodo tra le persone sole perché, ovviamente, questa condizione è particolarmente avvertita in un contesto dove si esalta il momento di aggregazione delle famiglie. Lo dice anche il proverbio: “Natale con i tuoi…”. Mi è capitato in passato, trovandomi per lavoro lontano dalla famiglia, di dover trascorrere il Natale da solo. Posso testimoniare che non è un’esperienza gradevole sapere che nelle case attorno la gente trascorre quelle ore insieme, mentre io non ho nessuno con cui comunicare e con cui scambiare attenzioni. Ricordo quando il figlio di certi conoscenti mi sporse un fragrante calzone farcito di broccoletti… una vera delizia. Apprezzai il gesto che, tuttavia, attenuò solo in parte quella sgradevole sensazione di solitudine. Certo non è tutt’oro quel che luccica. La gioia dello stare insieme dipende soprattutto dalla qualità delle relazioni o, se vogliamo, dalla qualità delle persone che intessono le relazioni. Mi diceva Francesco, un conoscente che passa spesso a salutarmi, che per lui il Natale è un giorno di tensione. “I miei fratelli ci tengono a riunire le famiglie per rispetto della tradizione e delle apparenze. Ma per me è una sofferenza. Con le loro battute al vetriolo mi rinfacciano l’incapacità di cercarmi un lavoro o di formarmi una famiglia, la figlia che ho avuto fuori dal matrimonio. A quel punto il mangiare mi va di traverso e non vedo l’ora di scappare via. Però, poi, chi va a trovare tutti i giorni nostra madre in casa di riposo: io, la pecora nera della famiglia. Mentre loro non vanno mai, con la scusa dei troppi impegni familiari”. La solitudine non obbliga ad estraniarsi dal mondo, può anche essere il male minore, una condizione che stimola la crescita interiore. Pure nostro Signore è stato una persona sola. Crebbe in famiglia, era circondato di discepoli, ma è stato poco compreso e i più, quando non gli erano ostili, l’avvicinavano per mero opportunismo. Nei primi anni della sua vita corse meno rischi in terra straniera che tra la propria gente. La sua famiglia lo comprese pienamente solo dopo la sua ascensione. Ai genitori dovette ricordare la sua missione e, quindi, implicitamente, la sua natura: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,49). Sia i discepoli che i familiari cercavano di convincerlo d’ingraziarsi il favore delle autorità e trovavano insensate le sue strategie. In Giovanni 7,5 leggiamo: “Neppure i suoi fratelli, evidentemente, credevano in lui”. Qualche commentatore suggerisce l’ipotesi che quella volta in cui la Madre e i fratelli andarono a trovarlo, lo scopo della visita era quello di riportarlo a casa, così come si fa con una persona cara che ha perduto il senno e che si vuol proteggere. Di conseguenza si spiegherebbe la ferma reazione di Gesù, che era anche un invito ad ascoltare con più attenzione il suo messaggio: “Mia madre e i miei fratelli sono quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica!” (Lc 8,21). Egli tentò più volte di preparare i discepoli agli eventi drammatici che si profilavano all’orizzonte, ma essi erano troppo condizionati dalle loro ben diverse aspettative e non riuscivano a capirlo. Una volta che fraintesero con superficialità le sue parole, Egli troncò sconsolato il discorso con un: “Basta!” (Lc 22,38). Come a dire: “Lasciamo perdere!”. Li considerava amici, e desiderava aprirsi con loro così come si fa con chi può capirci e raccogliere le nostre confidenze. Tuttavia poté quasi sempre essere solo Maestro che impartisce insegnamenti per gradi. “Ho ancora molte cose da dirvi, ma ora sarebbe troppo per voi” (Gv 16,12). Nel momento in cui tutti l’abbandonavano, giunse a dir loro: “Volete andarvene anche voi?” (Gv 6,68). Quando, nel Getsemani, confessò ai discepoli la terribile angoscia che l’opprimeva, chiese loro di fermarsi a pregare con lui sia perché fossero pronti a reggere la prova incombente, sia perché sentiva il bisogno della loro vicinanza affettiva, altrimenti perché avrebbe dovuto svelare il suo stato d’animo? Ma anche stavolta essi non furono in grado d’incontrare le sue aspettative. E stiamo parlando delle persone care, non dei nemici. Sì, Gesù fu una persona sostanzialmente sola. Sentì la solitudine sino alla fine, quando, sulla croce, ebbe la sensazione che persino il Padre l’avesse abbandonato. Ma era solo una sensazione, ovviamente. Questo vale per tutti: Dio può vegliare con discrezione sulle sue creature ma mai distrattamente. È raro che una madre, andando contro uno degli istinti più radicati, si disinteressi dei suoi figli. Ma “anche se ci fosse una tale donna, io non ti dimenticherò mai” (Is 49,15), rassicura il Signore. La nostra esperienza terrena può prevedere dei momenti più o meno lunghi di solitudine, persino lunghi quanto tutta una vita. Ma anche la vita è un momento. Sebbene anche gli uomini apparentemente più soli in realtà, come dicevamo, soli non siano, comunque il destino dei redenti nei giorni dell’eternità è quello d’intrecciare relazioni intense e appaganti. Nel paradiso di Dio non c’è posto per la solitudine. Isaia, riferendosi a quella realtà, afferma che “la famiglia più piccola sarà di mille persone” (60,22 Tilc). Il Natale, pertanto, ci ricorda che Gesù – il quale ha sperimentato personalmente la solitudine e l’incomprensione – è venuto per provvedere agli uomini “la vita, una vita vera e completa” (Gv 10,10).

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(Pubblicato su Toscanaoggi Forum il 22 dicembre 2006)

martedì 26 febbraio 2008

Voi chi dite che io sia?

Alcuni giorni fa ho atteso fino a notte tarda per rivedere un vecchio film di Pasquale Festa Campanile: “Il Ladrone”. È la storia di Caleb, un furfantello galileo contemporaneo di Gesù che ammirava il Maestro non come Messia bensì per la sua capacità di compiere prodigi che egli considerava capolavori d’illusionismo. Finché… non assistette alla risurrezione di Lazzaro. Rispetto al romanzo dello stesso Festa Campanile, il film è stato accusato di perdere in sottigliezza per mirare al successo di cassetta. Condivido. Però bisogna ammettere che Enrico Montesano ce la mette tutta per rendere simpatico e familiare il personaggio di Caleb. Ma soprattutto mi affascina la figura di Cristo interpretato con grande misura dall’attore Claudio Cassinelli, scomparso purtroppo qualche anno più tardi. È solo un romanzo, Gesù non sprizza espressività, rimane sempre sullo sfondo. Eppure mi ha toccato ben più che in altri lavori volutamente più ambiziosi. Non so darmene piena ragione. Certo le musiche di Morricone aiutano, ma non bastano a spiegare. Forse nei film dove il Nazareno è stato personaggio principale, i realizzatori lo avrebbero regolarmente caricato di significati soggettivi, soffocando così l’immediatezza e la freschezza del racconto evangelico. È come se tali film fossero stati anzitutto concepiti per comporre in chiave “laica” le inquietudini di chi vi ha messo mano. Un dato di fatto è che la competenza da sola non basta. Si legge in 1 Corinzi 2,14: “Ma l'uomo che non ha ricevuto lo Spirito di Dio non è in grado di accogliere le verità che lo Spirito di Dio fa conoscere. Gli sembrano assurdità e non le può comprendere perché devono essere capite in modo spirituale”. Cosa c’è di più spirituale del mistero dell’incarnazione? Chi non può intenderlo sul piano spirituale può solo considerarlo una follia o un fraintendimento. “Ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia” (1, 23). Queste almeno sono le considerazioni che mi son salite alla mente alla fine di ogni proiezione. Ogni versione, a modo suo, avrebbe cercato di rispondere alla domanda posta da Gesù ai suoi discepoli: “Voi chi dite che io sia?”. E ognuno ha detto la sua: “Tu eri un giovane in lotta con la società e con te stesso. Non tanto Figlio di Dio quanto piuttosto un Messia essenzialmente umano, un possibile liberatore d’Israele dalla schiavitù di Roma” (“Il Re dei Re” di Nicholas Ray). “Eri una presenza grave e solenne, a tratti funerea, ma soprattutto un’ottima occasione per metter sù uno spettacolo suggestivo in cinemascope” (“La più grande storia mai raccontata” di George Stevens). “Sei stato un grande uomo che ha cominciato a fare la “superstar” definendosi Dio, che ha compiuto un grande sacrificio tuttavia inutile e incomprensibile dal momento che eri soltanto un uomo” (“Jesus Christ Superstar” di Norman Jewison). “Eri un uomo, convinto d’essere Dio, ma profondamente onesto. Il primo vero rivoluzionario, che voleva portare il bene ed è stato ucciso da quelli che vincono sempre” (“Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini). “Eri uno che scherza poco, perfetto, vero Dio, ma sostanzialmente astratto” (“Gesù di Nazareth” di Franco Zeffirelli). “Ti ho raccontato da una prospettiva minimalista e laica. Un falegname, un uomo mite, praticamente un santone indiano” (“Il Messia” di Roberto Rossellini). “Nulla da ridire sulla tua natura divina, ma soprattutto ho voluto concentrarmi sul tuo essere uomo in carne e ossa. Ti ho raccontato da una prospettiva più che ecumenica; pur di non disturbare l’identità di altri come ebrei e musulmani ho preferito mettere in discussione la mia di cristiano e ho cercato un compromesso che vada bene per tutti” (“Jesus” di Roger Young). “Altri hanno parlato dell’amore. Io mi soffermo sulla giustizia. Ho visto in te l’agnello sacrificale che, prima d’impugnare la spada dell’Apocalisse, accetta la violenza inaudita che gli riserva questo mondo popolato da nemici e diviso nettamente tra fedeli e infedeli” (“La Passione di Cristo” di Mel Gibson). E così di seguito. Non voglio dire che in ognuno di questi film non vi abbia trovato scene suggestive o spunti di riflessione. No. Prendiamone uno per tutti: “Jesus” di Roger Young. La critica è stata poco tenera con questo prodotto d’alto budget, coprodotto dalla Rai. È stato definito, oltre che timoroso e autolesionista, didascalico, superficiale, noioso e persino senz’anima. Eppure quanta suggestione in quelle attualizzazioni che ricordano il Figlio come persona eterna e viva, oggi come ieri. La guerra moderna, Satana in doppiopetto (interpretato da un impagabile Jeroen Krabbé), il Risorto in jeans che gioca, ride e danza con i ragazzi d’oggi. Trovo infatti positiva anche la rappresentazione di un Gesù che sa ridere e scherzare. Che ama la vita e la convivialità. Forse qui si è calcata troppo la mano, probabilmente però per compensare il cliché ingiustificato di un Cristo “santino” oleografico, sempre austero o addolorato, “staccato dalla realtà, – come osservò quel giovane – uno che mette una certa soggezione, uno sempre molto serio, che scherza poco. Gesù lo immagino molto più umano, molto più umile, molto più simpatico ed accessibile, più spettinato anche…”. Non pochi spunti di riflessione per un film così criticato, vero? Eppure, tornando a Pasquale Festa Campanile, quanto maggiore fascino in quel Cristo di Cassinelli! In effetti poco espressivo, tutt’altro che invadente, ma vero uomo e vero Dio, che opera con discrezione e al contempo con autorevolezza. In un mondo secolarizzato e “distratto”, forse è proprio questa combinazione di potenza e di discrezione che lo rende così sobriamente ineluttabile. Presi dagli ozi e dai negozi che scandiscono la nostra giornata, Gesù sembra passarci a fianco di tanto in tanto, e abbiamo difficoltà a riconoscere per tali i suoi prodigi mai gridati, e come Caleb siamo pronti a interpretarli con le nostre categorie inadeguate e fuorvianti. Finché, ad un comando perentorio, Lazzaro non viene fuori…

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(Pubblicato su Toscanaoggi Forum il 16 dicembre 2006)

lunedì 25 febbraio 2008

Predatori benemeriti

Non so se ci avete fatto caso, quasi sempre Piero Angela dai suoi programmi non perde occasione per rifilarci un documentario sulla predazione. In genere sono leoni che si fanno il loro bravo inseguimento, graffiano e azzannano la zebra o l’antilope di turno, la sventrano e banchettano voracemente. Poi, mentre sfumano le ultime scene del filmato, segue la chiacchierata in studio dove il nostro, in compagnia dell’etologo Danilo Mainardi, tesse le lodi del processo evolutivo, nel cui ambito la predazione avrebbe una funzione determinante e del tutto benemerita. Senza predazione non si sarebbero sviluppate le facoltà che hanno portato a quel capolavoro di complessità che è l’uomo. Per adoperare il binomio introdotto da Monod, la predazione sarebbe necessaria nella casualità dell’evoluzione. Nel febbraio del 2002 Alberto Angela (figlio di Piero) fu vittima d’una disavventura mentre, insieme alla troupe di “Ulisse”, girava materiale documentario sul Sahara. Appena passato il confine con il Niger, il gruppo fu raggiunto e bloccato da una camionetta di predoni. Dopo due ore di percosse e di finte fucilazioni venne derubato di tutto e abbandonato in pieno deserto. Ricordo allora un’intervista in cui il noto conduttore esprimeva tutta la propria irritazione per la disavventura occorsagli. Eppure, in fondo, in cos’era stato coinvolto se non in una magnifica vicenda di predazione? Proprio in quella terra d’Africa ove i documentaristi traggono infiniti spunti d’ispirazione sull’argomento! La variante sul tema è che stavolta il predatore è il sapiens sapiens. Ma la storia e la cronaca non ci suggeriscono forse che l’uomo sia il più terrificante dei predatori? Altro che leoni e tirannosauri. I predoni del deserto andrebbero ospitati a “Superquark”. Questi capolavori della selezione naturale sarebbero la prova lampante che in un determinato ambiente – nella fattispecie il Ténéré – sopravvive il più adatto. Per questo vorremmo fargliene una colpa? I leoni hanno colpa quando fanno fuori i cuccioli del branco appena sottomesso? Che c’entra la morale con la selezione naturale? Quella almeno regolata solo dal caso e dalla necessità. Perché, sia pure in un processo evolutivo, se invece vi scorgiamo un disegno intelligente allora il discorso può cambiare. Se infatti crediamo in un Dio creatore ispirato da principi morali, in tal caso ha senso ritenere che pure il creato si riferisca ai medesimi principi. A questo punto, però, può venirci il dubbio che la predazione non sia così necessaria alla causa dato che ne intuiamo, al di là delle rassicurazioni di Piero Angela, una scarsa compatibilità con l’idea di moralità. E mi riferisco alla predazione non solo degli umani ma pure a quella degli animali. Se il Creatore è infatti quello della Bibbia, allora vi troveremmo subito riferimenti inconciliabili. Qui si dice che Dio protegge e si prende cura degli animali (v. Salmo 84, 4). Tra l’altro la predazione non è neppure strumento inevitabile per il controllo della popolazione: sono già presenti in natura opzioni non violente. Pensiamo alla regolazione della fecondazione tra i rettili, o al prolungamento della gravidanza tra certi mammiferi, come risposta a condizioni ambientali meno favorevoli. Certo, sono solo vestigi di qualcosa che fu o che sarebbe potuto essere, ma ci ricordano che a Dio non manca certo l’ingegno per trovare soluzioni in armonia con i suoi principi. Ma allora, se la predazione non fa parte del progetto originale e ne è una distorsione, come spiegare questa ed altre distonie presenti in una creazione che si vuole ispirata a regole morali? Il Figlio in persona, l’Autore della creazione, ce lo ha spiegato nella parabola delle zizzanie. Alla domanda: “Da dove viene l’erba cattiva?”, Egli risponde: “È stato un nemico a far questo”, un nemico che “venne a seminare erba cattiva in mezzo al grano”. Poi precisa: “Il nemico… è il diavolo” (Mt 13, 24-39). Anche Paolo riflette su questa apparente incoerenza. Tutto il creato, che ora soffre e geme, “è stato condannato a non aver senso, non perché l'abbia voluto, ma a causa di chi ve lo ha trascinato” (Rm 8, 20-22). Cioè un altro disegno (disegnatore) intelligente ma antagonista ha perturbato il progetto originale. “Vi è però una speranza: anch'esso [il creato] sarà liberato dal potere della corruzione per partecipare alla libertà e alla gloria dei figli di Dio.” (v. 21). È questa la differenza tra la speranza cristiana e le dottrine umane. Generalmente in queste ciò che conta sono nella sostanza i privilegi di chi detiene il potere e nella forma il vantaggio della collettività, anche quando tale vantaggio va a discapito del benessere e della sopravvivenza del singolo. Ricordate la considerazione involontariamente profetica di Caiafa sull’utilità di eliminare Gesù: “È meglio che un solo uomo muoia invece di tutto il popolo”? (Gv 18, 14). Ecco perché il concetto di predazione è così caro al cuore naturale dell’uomo. Al contrario Gesù si spogliò dei suoi privilegi e venne volentieri a morire per tutta l’umanità. Lo avrebbe fatto per salvare anche un solo uomo, anche il meno adatto darwinianamente parlando. Ad Alberto Angela, ovviamente, anche se non condividiamo la visione del mondo sua e del papà, vada tutta la nostra solidarietà.

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(Pubblicato su Toscanaoggi Forum il 9 dicembre 2006)

domenica 24 febbraio 2008

Le lacrime di Serena

Nel suo libro “Io, vescovo esorcista” mons. Andrea Gemma narra un episodio singolare capitatogli mentre esorcizzava Serena, una bambina minuta e dolcissima che si sospettava essere posseduta. Nel corso del rito finalmente il demone si manifestò con un pianto irrefrenabile e convulso. Era la prima volta, confessò mons. Gemma, che vedeva piangere il demonio: egli che ama fare lo spavaldo, atteggiarsi a vittorioso. Sì, stavolta piangeva a dirotto, “servendosi degli occhi bellissimi di Serena e irrorando le sue gote smunte di lacrime cocenti”.
– Perché piangi? – chiese stupito il prelato.
– Perché a voi sì e a noi no? – rispose il demone con voce rotta dai singhiozzi.
– Cosa vuoi dire? – lo rincalzò il presule esorcista.
– Perché a voi uomini è stato concesso di poter pentirvi e salvarvi e a noi no…! – chiarì, alla fine, l’ospite di Serena.
Sempre nel medesimo libro si riporta un altro dialogo tra l’esorcista e un demone:
– È vero che eravate angeli bellissimi?.
– Certo!.
– E perché vi siete ridotti così male?.
– Perché siamo stati stupidi ad andare dietro al capo…
E già, il capo. Cioè Lucifero. La stella del mattino. Il cherubino più potente, molto amato dalle creature del cielo, che esercitava un influsso trascinante. Ma tanto omaggio lo rese orgoglioso e superbo. Così entrò in competizione con il Figlio di Dio e trovò umiliante sentirsi escluso dal supremo consiglio riservato alle tre Persone divine. Da qui la sua ribellione. Ritenendo insufficiente la dignità di primo tra gli esseri creati, e non riuscendo a farsi cooptare nel consiglio divino, egli scelse l’assoluta autonomia e divenne Satana. Da qui inizia il suo percorso di peccato, suggerisce S. Anselmo d’Aosta. Irretire gli angeli non fu difficile per questa creatura estremamente intelligente e seduttiva. D’altra parte la ribellione era un fatto nuovo e non v’era esperienza delle sue conseguenze. Per amore della libertà delle sue creature Dio non avrebbe mai imposto le sue ragioni, poteva solo raccomandarle: altro vantaggio iniziale di Satana, oltre a quello di poter mentire e irretire con l’inganno. Il danno apparve incalcolabile. Quando il ribelle fu allontanato dal cielo, “anche i suoi angeli furono gettati giù” (Ap 12, 9). In numero smisurato: la terza parte (vers. 4) di miriadi di miriadi (5, 11), cioè a miliardi. Ed ora che il piano di Dio ha svelato l’inganno di Satana, gli angeli ribelli hanno ben chiaro quanto hanno perso. Le lacrime di “Serena” non dovrebbero stupirci. Certo, non sono lacrime di ravvedimento. Anzi, la visione comune presumerebbe che mai abbiano avuto la possibilità di pentirsi della loro scelta sciagurata, per via della lucida intelligenza che renderebbe irreversibili le loro scelte. Ma queste sono speculazioni. È più logico pensare che, all’inizio della ribellione, fosse loro stata data la possibilità di tornare sui propri passi. Per cui immagino la sollecitudine degli angeli rimasti fedeli che fanno opera di convincimento tra i dubbiosi, ma anche tra chi sul momento s’è lasciato irretire. E grazie a questo lavoro, molti dei dissidenti, pentiti, cercano la riconciliazione con Dio e con suo Figlio. Chissà, magari il mio o il tuo angelo custode è uno di questi pentiti che ringraziano Dio per la sua misericordia e si trovano a contrastare l’azione malvagia dei colleghi rimasti ostinati sull’adesione alle lusinghe del “capo”. Così ostinati che dal giorno della “battaglia in cielo” non c’è davvero più speranza per un loro ravvedimento. Le rivelazioni dei demoni, per definizione bugiardi, sono sempre da prendersi con le pinze; però le lacrime di “Serena” sono credibili o, quanto meno, offrono spunto alla riflessione. Pensiamo a questa falange irreggimentata di cattivi, fortemente gerarchizzata, ove anziché l’amore domina la paura. Pensiamo ai ricatti e all’oppressione che subisce la truppa di quest’esercito di esseri solo malvagi, pur coesa in una sciagurata impresa comune. Mons. Gemma riferisce che spesso, durante gli esorcismi, quando ordinava nel nome di Cristo allo spirito possessore di allontanarsi, esso veniva a trovarsi letteralmente tra due fuochi e gridava terrorizzato: “Mandatemi via, mandatemi via!”. E ad un nuovo comando, affermava di non potersi allontanare per un ordine ricevuto dai capi della gerarchia satanica. Sì, quanto stupidi sono stati ad andare dietro al capo! Quanto diverso sarebbe stato il loro destino se si fossero fidati del loro Creatore! In fondo avverto un moto di pietà per questi poveri esseri malvagi. Dio li ama ancora, nonostante il loro odio per lui e per l’umanità. Perché, non dimentichiamolo, Egli disprezza il peccato mai il peccatore.

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(Pubblicato su Toscanaoggi Forum il 2 dicembre 2006)

Né creduloni né scettici

Nel 1989, per iniziativa del noto giornalista televisivo Piero Angela, veniva fondato il CICAP, un comitato che si proponeva di verificare le affermazioni sul paranormale. Ne facevano parte nomi illustri del mondo scientifico, perlopiù dichiaratamente atei, quali Rita Levi Montalcini, Margherita Hack, Tullio Regge. La cosa nasceva sull’onda lunga della fortunata trasmissione “Indagine sulla Parapsicologia” diffusa nel 1978 e del libro che ne seguì “Viaggio nel mondo del Paranormale”. Lo scopo dichiarato e meritorio di tutte queste iniziative era quello di promuovere l’educazione alla razionalità, con la diffusione del metodo scientifico e dello spirito critico. Dato che il mondo del paranormale e dell’occultismo è in gran parte costituito da truffatori e ciarlatani, fu facile svelare molti “trucchi del mestiere”, grazie anche alla consulenza di prestigiatori e illusionisti. Tuttavia, soprattutto a chi ha visto le puntate della trasmissione, non sarà sfuggita la sensazione di essere condotti verso una conclusione preconfezionata, quella che nega per partito preso che possano esistere fenomeni incompatibili con le leggi ordinarie della scienza. Di fatto il CICAP spiega ogni fenomeno che non rientra nelle suddette leggi come frutto dell’inganno o, al massimo, con la suggestione o l’illusione dei sensi. Piero Angela si è anche occupato del cosiddetto paranormale religioso (lacrimazioni, sanguinamenti, guarigioni, ecc.) sempre per negarne la spiegazione soprannaturale. Esistono tuttavia fenomeni eclatanti di fronte ai quali tale approccio, ancorché comprensibile per chi si colloca su posizioni di scetticismo religioso, non è onestamente giustificabile. V’è un’ampia documentazione in letteratura di fatti impressionanti, e inspiegabili con le leggi di natura, avvenuti soprattutto nell’ambito del mondo dei medium e dello spiritismo. Ma non è su questi che voglio soffermarmi quanto piuttosto sui fatti analoghi e, ad avviso di molti, della stessa identica natura testimoniati da osservatori che dovrebbero godere della fiducia e della stima della Chiesa che ne raccomanda la presenza in ogni diocesi. Mi riferisco agli oltre 300 preti esorcisti di nomina vescovile che in Italia operano per liberare le persone, che a loro si rivolgono, vittime delle azioni straordinarie del maligno. Spesso l’esorcista viene interpellato su casi che sarebbero di competenza dello psichiatra o del neurologo e a questi vengono a loro volta indirizzati. Ma capitano anche persone, quasi sempre provenienti da esperienze con il mondo dell’occulto, che presentano i caratteri tipici delle infestazioni, vessazioni, ossessioni e possessioni diaboliche. Gli esorcisti con molti anni di attività ne hanno cose da raccontare, di cui sono stati testimoni diretti. Hanno visto sgorgare da normali rubinetti di casa litri e litri di sangue rivelatosi umano. Hanno visto persone staccarsi da terra e salire, salire fino a toccare il soffitto della chiesa. Hanno visto povera gente, spesso analfabeta, esprimersi forbitamente e rispondere a tono in lingue europee, esotiche e persino estinte e che evidentemente non potevano mai avere imparato. Hanno visto rivelati segreti intimi che nessuno tranne gl’interessati poteva conoscere. Hanno visto scaturire da fuscelli di persone una forza tale che neppure molti uomini robusti erano in grado di contenere. Hanno visto povere vittime malmenate e ferite da mani invisibili. Si possono onestamente spiegare questi fenomeni con la suggestione o l’illusione dei sensi? Si possono seriamente attribuire a non ben definiti, e ancora ignoti, poteri inconsci degli interessati? Pertanto non restano che due ipotesi: O che i signori esorcisti c’ingannano senza pudore, e allora cosa aspettiamo a congedarli tutti con disonore? Oppure che dicono il vero. In tal caso questi fenomeni possono essere spiegati solo con l’azione di esseri terzi non umani che hanno mente, volontà, libertà, intraprendenza e poteri che sfuggono alla nostra comprensione. Esseri che prendono possesso di persone in qualche modo consenzienti, che parlano e agiscono servendosi dei loro corpi, ma valendosi delle cognizioni e della forza loro proprie. Per cui possono rivelare cose occulte; possono esprimersi in tutte le lingue che vogliono; possono manifestare una forza sovrumana. Parliamo dei demoni, quelli di cui dice la Bibbia, che Gesù e gli apostoli scacciavano. Al Demonio fa comodo lasciar credere di non esistere perché così può compiere più liberamente la sua attività di perdizione. Come affermò Boudelaire: “La più grande astuzia del Diavolo è di farci credere che non esiste”. Tutti quelli che lo considerano una metafora, un’idea astratta del male, ci pensino: sia pure senza volerlo, non si stanno prestando al suo gioco? Certo, in passato la Chiesa ha compiuto delle intemperanze, vedeva streghe dappertutto, ha acceso molti roghi. Ma non si ovvia ad un eccesso passando a quello opposto, per sentirsi più moderni, per compiacere confraternite come il CICAP che agiscono spinte da altri presupposti inconciliabili con la fede.

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(Pubblicato su Toscanaoggi Forum il 26 novembre 2006)