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lunedì 12 aprile 2010

Burattinai o burattini?

Di questi giorni la notizia che dodici disegni fatti dal giovane Hitler tra il 1908 e il 1909 a breve saranno messi all’asta. “I disegni, a carboncino e matita, sono molto ordinari. La mano non è sicura e le prospettive non sono perfette”, afferma Michael Liversidge, che insegna storia dell’arte all’università di Bristol. “Non v’è alcuna traccia di genio artistico. Però, se l’Accademia lo avesse ammesso, Hitler sarebbe potuto diventare un discreto pittore”. Il fatto è che l’Accademia non lo ammise. Egli ci provò per due volte di seguito ma in entrambe venne respinto. La bocciatura, per lui che sognava di diventare un grande e famoso pittore, fu un vero e proprio trauma. A giudizio degli storici, forse mai una bocciatura fu così gravida di conseguenze. Ma quei professori non potevano sapere, come pure lo stesso giovane Hitler non sapeva quel che sarebbe diventato, cosa avrebbe fatto della sua vita né tanto meno di quella altrui.

Generalmente le biografie degli uomini che soggiogano le nazioni, scritte per lo più a cose fatte, descrivono costoro come eroi sovrumani, con idee subito chiare e un destino ben delineato e ineluttabile. Ma i fatti veri, non quelli alterati dall’agiografia, raccontano cose diverse. Il famigerato dittatore tedesco non fa eccezione. Prendiamo il suo omologo italiano, Mussolini. Uomo dalla storia sanguinosa, misteriosa ma, soprattutto, contraddittoria. Diplomatosi dai Salesiani, provò per qualche tempo a fare il maestro di scuola, ma con scarsi risultati. Colui che vorrà “spezzare le reni” a mezzo mondo dovette arrendersi di fronte ad una seconda elementare perché, per sua stessa ammissione, non era stato capace “di risolvere sin dal principio il problema disciplinare”. Da apostolo del socialismo, che incita il popolo alla sommossa, si trasforma in un nazionalista intransigente, devoto all’ordine e amante della disciplina. Il futuro fautore dei Patti Lateranensi, scopre inizialmente la sua “strada” nel giornalismo rovente e anticlericale. Si firma “il vero eretico” e accusa i preti di essere i “gendarmi neri al servizio del capitalismo”. Un ordinario padre di famiglia, ma con amanti e figli illegittimi da internare in manicomio, se l’opportunità lo richiede. Non fu certo un campione di coerenza. Desiderava affermarsi nella vita più d’ogni altra cosa ma non per la forza delle sue idee, che potevano anche essere sacrificate. Fu un opportunista e certamente per lungo tempo fu alla ricerca della propria strada. Pensò persino di emigrare in Brasile come in tanti avevano fatto nel suo paese. Prese anche lezioni di violino (“se diventerò bravo ho un mestiere di riserva”) e dopo aver tentato di sfuggire all’arruolamento, chiese di essere ammesso a frequentare il corso di allievi ufficiali. La sua domanda fu respinta. Peccato. Meglio un cattivo ufficiale che un cinico dittatore. Meglio ancora un violinista: tutt’al più avrebbe ferito l’orecchio dei suoi ascoltatori.

E Stalin? Neppure lui sapeva cosa avrebbe fatto da grande. Nella sua gioventù è stato molte cose: rivoluzionario e giornalista, poeta e donnaiolo, un bravo corista e un prete mancato. Proprio così. Questo feroce protagonista del secolo scorso, che fece uccidere più russi lui dello stesso Hitler, non in guerra, ma solo perché non la pensavano come lui o potevano metterlo in ombra, che fece estender la pena di morte ai ragazzini di dodici anni; questo tiranno arido e privo di scrupoli, frequentò prima la scuola religiosa del suo paese e poi, dal 1894 al 1899, il seminario di Tiflis. Ce l’immaginiamo Stalin che studia religione e recita preghiere? Eppure fu così. Anzi, nel primo anno di seminario si distinse come studente modello, come apprezzabile tenore e come poeta. Un bravo poeta. Donald Rayfield, docente di letteratura russa e georgiana alla Queen Mary University di Londra, che ha tradotto i suoi versi in inglese, ha affermato senza sarcasmo che “sarebbe persino possibile trovare motivi non puramente politici per rimpiangere il suo passaggio dalla poesia alla rivoluzione”. Anche lui: se avesse fatto il prete o il poeta, non si troverebbe tanti omicidi sulla coscienza. 26 milioni, per la precisione. Rievocando il suo passato, egli stesso dirà: “Se non ci fosse stato Lenin, sarei rimasto un corista e un seminarista”. Come in una sorta di postilla, la mia mente corre pure a Putin che, almeno per il momento, non può neppur lontanamente compararsi al suo famigerato predecessore; ma che comunque nel suo regime di democrazia autoritaria, non disdegna di chiudere per sempre la bocca a chi gli si mette di traverso. Ebbene, con il terremoto del regime comunista, anch’egli neppure immaginava che avrebbe scalato la posizione più elevata della nazione, ed anzi pensò di sbarcare il lunario facendo il tassista o l’allenatore di Judo.

E infine consideriamo un tiranno dell’antichità, uno per tutti ma ben rappresentativo per la fama sinistra che lasciò ai posteri: Nerone. Fama, in realtà, tramandata più dalla classe dei patrizi che dalla plebe. Da attento leader populista, quale fu, egli lasciò un buon ricordo nel popolo che nel giorno della sua morte, ogni anno, fino al dodicesimo secolo portò fiori sulla sua tomba. Tradizione interrotta da papa Pasquale II che, per porre fine a quella consuetudine, ordinò la demolizione del mausoleo dei Domizi-Enobarbi. Di Nerone non può negarsi che il suo destino fosse delineato molto per tempo. Ma non per una sua vocazione, quanto piuttosto per la sfrenata ambizione della madre Agrippina. Anzi, se fosse dipeso da lui, probabilmente non avrebbe mai accettato il potere offertogli con tanti pericoli e tante preoccupazioni. Nei suoi primi anni, quando la madre era in esilio, egli fu allevato dalla zia paterna Domizia Lepida. Il suo primo precettore fu un ballerino, e da questi il piccolo Lucio imparò l’amore per la danza e per lo spettacolo. Ma non fu solo un fatto d’imprinting, il futuro imperatore era davvero inclinato per il mondo delle arti. Secondo Svetonio egli nutrì passione per la pittura e per la scultura ma, soprattutto, per la musica, il canto e la poesia. “Compose versi volentieri e senza fatica e non pubblicò mai, come insinuano alcuni, quelli degli altri spacciandoli per suoi”. Imparò pure a suonare la cetra e, curiosamente, se la cavava bene anche tra i fornelli. Durante i graditi soggiorni presso la residenza estiva di Torre di Giano, volentieri deliziava il palato dei suoi ospiti con delicati manicaretti da lui stesso preparati. Il suo famoso viaggio tra le isole della Grecia altro non fu che una tournée. A bordo di una lussuosa galea divertì i suoi ospiti, compresi gli stupefatti notabili delle città visitate, con le sue rappresentazioni artistiche. L’accusa più grave che gli mossero i suoi detrattori non fu la crudeltà bensì che gareggiò come auriga, che si esibì come cantante, che fece il ballerino. Se gli avessero lasciato seguire le sue inclinazioni, invece di costringerlo ad esercitare l’incombenza del governo presso la corrottissima corte di Roma, oggi il suo nome sarebbe associato ad una fama ben meno sinistra.

Sembra insomma che i dittatori non vengano su con una vocazione ben chiara e lineare, che non siano una specie a sé e predestinata rispetto al resto dei comuni mortali. Anche se storicamente va preso atto che molti di loro ebbero condizionamenti familiari e l’attitudine mentale (diremmo le physique du rôle) che li aiutarono a scalare il potere e a mantenerlo. La violenza non gli era estranea. Alessandro, il padre di Mussolini, era esponente del socialismo facinoroso, anarchico e violentemente anticlericale di Romagna. Vissarion, il padre di Stalin, aveva il vizio dell’alcol e un carattere litigioso. Nei momenti d’ira scatenava la sua violenza su moglie e figlio che, ancora imberbe, in una di queste liti non esitò a lanciargli addosso un coltello. E accoltellato morì in una taverna durante una rissa tra ubriachi. In una taverna morì anche Alois, il padre di Hitler, mentre beveva il suo solito bicchiere di vino. Era lì che preferiva stare quando non lavorava piuttosto che a casa. Fu descritto come uomo duro, sgradevole e collerico. In famiglia si comportava come un tiranno. Urlava, sgridava e picchiava i figli; quanto alla moglie, con lei era assai ruvido e raramente le rivolgeva la parola. Essi stessi, questi futuri dittatori, ebbero un carattere tutt’altro che facile. Il piccolo Adolf è descritto come un bambino intelligente ma caparbio e lunatico. In nuce erano già presenti in lui quei tratti che crescendo si esaspereranno: la sospettosità, la litigiosità, la collericità, l’insofferenza per la più piccola critica. Il giovane Benito era insofferente alle regole, aveva un carattere umorale e rissoso e giunse ad accoltellare un compagno di scuola più anziano. Di lui i coetanei dicevano “non discute, picchia”. Forse aveva innata una vena cinica ma lui non fece molto per contrastarla. Quand’era al fronte, durante la prima guerra mondiale, riuscì a lasciare esterrefatti i suoi superiori per la gratuità della sua violenza, come quando uccise con una granata alcuni austriaci che fumavano tranquillamente di notte nella loro trincea. Quando il capitano gli chiese il perché del gesto, dato che quei ragazzi in quel momento non costituivano un pericolo ma stavano solo fumando e parlando delle loro fidanzate, Mussolini rispose con macabra ironia: “Signor Capitano e allora andiamo tutti a spasso in galleria, a Milano, che è meglio”. Come stupirsi allora della cinica motivazione che diede anni dopo a Badoglio per giustificare l’ingresso in guerra: “Voi non capite, io ho bisogno di qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo di pace”. E non fu il più spietato dei dittatori; all’indomani della sua morte Stalin disse: “Con la morte di Mussolini scompare uno dei più grandi uomini politici cui si deve rimproverare solamente di non aver messo al muro i suoi avversari”. Del giovane Josif abbiamo già detto che, quantunque esasperato, tentò d’accoltellare il padre. In seminario, superato il primo anno d’ambientamento, manifestò insofferenza per i metodi e le regole medievali lì in uso ed acuì lo spirito ribelle già presente in lui. Invece di apprendervi la teologia, in quella scuola egli affinò le sue doti di cinismo, imparò la dissimulazione e i metodi di controllo delle persone e delle coscienze. Come osservò uno storico, in seminario egli imparò a maneggiare le idee “con l’indifferenza attenta di chi non cerca quella giusta ma quella utile”. A quel punto era pronto per mettersi al servizio della rivoluzione o, se preferiamo, per mettere la rivoluzione al proprio servizio. E nel nome di alti ideali da subito si diede ad azioni turpi e spregiudicate: alle rapine, alle estorsioni, agli incendi dolosi, all’assassinio, ecc.

Nonostante gli elementi negativi di contesto e caratteriali, fu il loro un percorso obbligato? La storia della loro infanzia e della loro gioventù indica che il loro fu un percorso tormentato ma non obbligato. Spesso ebbero delle madri affettuose e religiose. Ekaterina Geladze, la madre di Stalin, lavorò duramente come lavandaia, cuoca e sarta per consentire al figlio di studiare. Era molto pia e legata alla religione ortodossa, e suo grande desiderio era quello che il figlio abbracciasse la vocazione sacerdotale. L’abbandono del seminario da parte di Josif le arrecò un grande dispiacere che si portò sempre dietro. Quando il figlio le fece visita sul letto di morte, per spiegarle la propria posizione le disse: “Sono come uno zar”. E lei rispose: “Sarebbe stato meglio se tu fossi divenuto un sacerdote”. Anche Rosa Maltoni, la madre di Mussolini, era una donna di fede. Cercò di trasmettere i propri valori ai figli: andò meglio con Arnaldo ed Edvige ma ebbe poca fortuna con Benito. Fece anche dei sacrifici per farlo studiare presso il collegio salesiano di Faenza e sottrarlo in qualche modo all’influenza del padre. Klara Pölzl, la madre di Hitler si dedicò alla cura della casa e dei figli. Era una devota cattolica e frequentava la chiesa regolarmente. Il giovane Adolf le era molto legato. Oltre alla scuola della vicina abbazia, egli ne frequentava anche la chiesa. Attivamente. Servì la messa come chierichetto, fu un buon elemento della corale di voci bianche e prese lezioni di violino da un Padre benedettino. In seguito confesserà che durante quelle solenni liturgie, a cui anch’egli dava il suo contributo, provava delle forti emozioni. Nel 1904, quando aveva 15 anni, durante la catechesi per la cresima, Hitler per alcuni mesi meditò persino di farsi prete. Anche Nerone ebbe le sue possibilità. Non fu fortunato con la madre ma ebbe una zia che gli volle bene; e Agrippina, accortasi dell’influenza che la cognata esercitava sul ragazzo, pensò di eliminarla con l’accusa di complotto contro l’imperatore. Al processo fu chiamato a testimoniare contro la zia. Egli sapeva bene che con la sua falsa testimonianza avrebbe segnato il destino della congiunta e perso un caro affetto, ma sapeva anche che salvando la zia avrebbe messo a repentaglio la propria vita. Fece la scelta più facile, anche se dolorosa, e da allora iniziò il suo progressivo corrompimento. Almeno nei primi anni del suo impero, Nerone perseguì un programma politico finalizzato al miglioramento delle condizioni delle classi popolari, e non è da escludere che all’inizio le sue intenzioni fossero sincere e non inquinate, come in seguito, da intenti populistici e demagogici. Ma il continuo ricorso alla violenza e la vita dissoluta decisero il corso della sua parabola discendente.

Non si può pertanto affermare che questi uomini non fossero responsabili delle proprie scelte e quindi delle loro azioni. Perché se il loro percorso non fu obbligato non lo furono neppure le loro scelte, almeno quelle fondamentali. Il fatto che i loro percorsi non fossero obbligati non esclude, però, che fossero in qualche modo guidati. Colpisce infatti, scorrendo le biografie di questi uomini e ancor più le loro autobiografie, la presenza di circostanze che facilitarono certe scelte utili a conseguire (o, comunque, a creare le premesse per conseguire) tappe determinanti verso la conquista del potere. Prendiamo il libro di Adolf Hitler Mein Kampf che racchiude insieme il suo pensiero delirante, il suo programma politico e la sua autobiografia. Tra i tanti episodi, qui egli ne racconta uno che, come lui dice, decise in poche settimane del suo avvenire. Egli si sentiva attratto dall’arte; in particolare, come abbiamo detto, dalla pittura e dall’architettura. Suo padre, però, criticava queste velleità e più concretamente progettava per lui un destino d’impiegato. Prospettiva che il giovane Adolf semplicemente aborriva. Successe allora qualcosa che consentì agli eventi di assecondare le inclinazioni del ragazzo. Racconta egli: “Una malattia mi venne improvvisamente in aiuto, la quale decise in poche settimane del mio avvenire e pose fine al lungo conflitto. Una grave affezione polmonare consigliò a un medico di proporre a mia madre di non lasciarmi mai, a nessun patto, far vita d'ufficio. Per le stesse ragioni, la frequentazione della scuola tecnica doveva venir sospesa almeno per un anno. Ciò che avevo desiderato in silenzio per tanto tempo, ciò per cui mi ero sempre battuto, s'era fatto ora realtà, improvvisamente, quasi da sé. Sotto l'impressione della mia malattia, mia madre accettò di togliermi più tardi dalla scuola tecnica, e di lasciarmi frequentare l'Accademia”. Da sottolineare quel “quasi da sé”. L’Accademia, come sappiamo, non lo ammise e così egli si trovò in mezzo al guado. Andò anche lui a Vienna, come aveva fatto il padre da ragazzo, per cercarvi la sua realizzazione. I presupposti però erano diversi. Esclusa l’accademia, restava la scuola d’architettura; ma lui non poteva accedervi perché non aveva completato la scuola tecnica. Cercarsi un impiego, neanche a parlarne. La sua vita nella capitale imperiale fu pertanto caratterizzata dagli espedienti e dagli stenti. La miseria lo condusse ad alloggiare in abitazioni di fortuna e persino nel dormitorio pubblico, e la fame divenne la sua “fedele compagna”. Gli anni viennesi si rivelarono utili a incattivirlo e a fargli assorbire lo spirito del tempo, a cominciare dal pangermanismo e dall’antisemitismo, vera e propria “moda intellettuale” sulla bocca di tutti e propagandati da libri e riviste. Senza l’esperienza viennese sarebbero mancate la spinta e le basi ideologiche per fare di Hitler il Fürer del Reich tedesco. In quest’evento, come in molti altri, egli scorse una volontà trascendente che lo aveva predestinato a ricoprire quel ruolo. Egli si credeva eletto e protetto da Dio. Anche se verosimilmente aveva poco chiaro chi fosse questo “dio” che guidava il suo cammino. Per approfondire questo tema si rinvia all’articolo Il vero burattinaio. Pensando all’enorme potere che questi uomini “della Provvidenza” concentrarono nelle loro mani vien facile pensare a loro come degli incontrastati burattinai. Ma se il vero burattinaio è “Satana, il dio di questo mondo” (2Cor 4:4), allora va preso atto che anch’essi sono dei burattini. Burattini responsabili, però, delle loro azioni. Formati e usati con il loro consenso per fare il lavoro sporco, e poi gettati via. Intercambiabili. Perché anche il potere degli uomini è effimero. Interrogato ad esprimere il suo giudizio sulle celebrazioni per i vent’anni della caduta del Muro di Berlino, John Le Carré, lui che su quel Muro aveva costruito la sua fortuna di romanziere, affermò che quelle cerimonie gli avevano dato una tristezza infinita. “Quella sfilata di ex potenti del mondo che sembravano fantasmi, venuti da non si sa dove a commemorare qualcosa di cui parevano non ricordare più nulla”. Erano trascorsi solo vent’anni eppure quei grandi leader acciaccati e spaesati sembravano commemorare se stessi più che il Muro, sembravano dei morti viventi, un’ombra di ciò che furono. Erano trascorsi solo vent’anni pure quando Mussolini concesse la sua ultima intervista nel suo studio presso la Prefettura di Milano. Il suo volto portava visibili tracce di stanchezza; sembrava molto invecchiato. Sembravano pure molto lontani i giorni in cui risuonava lo slogan: “Se il destino è contro di noi… Peggio per lui!”. Le folle s’erano dileguate, il dialogo con le piazze s’era rivelato un reciproco inganno, un’illusione. “Ho concluso che ho sopravvalutato l’intelligenza delle masse. Nei dialoghi che tante volte ho avuto con le moltitudini, avevo la convinzione che le grida che seguivano le mie domande fossero segno di coscienza, di comprensione, di evoluzione. Invece, era isterismo collettivo...”. Il Duce e le folle si erano strumentalizzati a vicenda e tutti loro erano stati strumentalizzati dal “dio di questo mondo”.

Eh, sì, le folle! L’altro lato della piazza. Gli altri burattini, anch’essi responsabili delle loro azioni e a cui sarà ridomandato conto. Nessun tiranno potrà essere usato come alibi; non solo perché nessuno può costringere nessuno a violare la propria coscienza, ma soprattutto perché nessun dittatore può conquistare il potere e tenerlo senza una maggioranza che condivida i suoi stessi ideali, o che comunque non ne sia offesa. Dote indispensabile di un leader, e a maggior ragione di un despota, è quella di saper intercettare gli umori della sua gente. Egli sa cavalcare i loro pregiudizi, le loro paure, le loro aspirazioni. Sa convincerli che solo lui può realizzare i loro più profondi desideri. Disse Otto Strasser di Hitler: “Le sue parole colpiscono l’obiettivo come una freccia; egli mette il dito sulla piaga di ognuno, libera il suo inconscio, mette a nudo le sue più riposte aspirazioni, dice quello che ognuno più desidera ascoltare”. Tuttavia il consenso si crea solo se c’è una base comune d’interessi, se c’è un clima di complicità. Spesso il dittatore vince le elezioni, c’è una maggioranza che lo vota e che accetta il suo programma di prevaricazione. In genere si è complici in un’azione criminosa, a danno di qualcuno, in questo caso di una minoranza, o di qualcosa, quali sono i principi morali e le regole in cui non ci si identifica più e finiscono per star strette. La storia non è fatta da un uomo soltanto ma sempre da una comunità. All’indomani della morte di Mussolini, la scrittrice Elsa Morante scrisse una pagina di diario molto significativa, in cui individuava perfettamente questo rapporto di complicità tra gli italiani e il tiranno da cui s’erano lasciati governare. Ritengo utile a questa serie di considerazioni riportarne uno stralcio:

“Durante la sua carriera, Mussolini si macchiò più volte di delitti che, al cospetto di un popolo onesto e libero, gli avrebbe meritato, se non la morte, la vergogna, la condanna e la privazione di ogni autorità di governo (ma un popolo onesto e libero non avrebbe mai posto al governo un Mussolini). Fra tali delitti ricordiamo, per esempio: la soppressione della libertà, della giustizia e dei diritti costituzionali del popolo (1925), la uccisione di Matteotti (1924), l’aggressione all’Abissinia, riconosciuta dallo stesso Mussolini come consocia alla Società delle Nazioni, società cui l’Italia era legata da patti (1935), la privazione dei diritti civili degli Ebrei, cittadini italiani assolutamente pari a tutti gli altri fino a quel giorno (1938). Tutti questi delitti di Mussolini furono o tollerati, o addirittura favoriti e applauditi.

Ora, un popolo che tollera i delitti del suo capo, si fa complice di questi delitti. Se poi li favorisce e applaude, peggio che complice, si fa mandante di questi delitti. Perché il popolo tollerò, favorì e applaudì questi delitti? Una parte per viltà, una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse o per machiavellismo. Vi fu pure una minoranza che si oppose; ma fu così esigua che non mette conto di parlarne. Finché Mussolini era vittorioso in pieno, il popolo guardava i componenti questa minoranza come nemici del popolo e della nazione, o nel miglior dei casi come dei fessi (parola nazionale assai pregiata dagli italiani). Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti erano delitti? Quasi sempre, se ne rese conto, ma il popolo italiano è cosiffatto da dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto; e se lo si fa scegliere fra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo tornaconto.

Mussolini, uomo mediocre, grossolano, fuori dalla cultura, di eloquenza alquanto volgare, ma di facile effetto, era ed è un perfetto esemplare e specchio del popolo italiano contemporaneo. Presso un popolo onesto e libero, Mussolini sarebbe stato tutto al più il leader di un partito con un modesto seguito e l’autore non troppo brillante di articoli verbosi sul giornale del suo partito. Sarebbe rimasto un personaggio provinciale, un po’ ridicolo a causa delle sue maniere e atteggiamenti, e offensivo per il buon gusto della gente educata a causa del suo stile enfatico, impudico e goffo. Ma forse, non essendo stupido, in un paese libero e onesto, si sarebbe meglio educato e istruito e moderato e avrebbe fatto migliore figura, alla fine. In Italia, fu il Duce. Perché è difficile trovare un migliore e più completo esempio di Italiano”.

Una pagina di straordinaria attualità che non dimostra affatto i suoi 65 anni di distanza. La Morante coglie l’esprit d’un popolo che, a quanto pare, non impara dai propri errori e che pertanto è destinato a ripeterli. Non era ancora risalito dal precipizio e già subito vi si ributta a capofitto. Quel che ancor più fa paura è che i meccanismi della corruzione causano un circolo vizioso che accelera l’avvitamento verso l’abisso. Un popolo che si sceglie come leader un uomo corrotto e lo lascia legiferare, pone lui e il suo sistema a migliore esempio a cui ispirarsi, e così ancor più rapidamente la società si corrompe. Una società corrotta nei suoi esempi e nelle sue istituzioni non può che influire negativamente sugli individui che la compongono, anche su quelli non particolarmente portati al male ma che facilmente possono restare condizionati dalle sue regole e dai suoi valori. Il sociologo Philip Zimbardo ha chiamato quest’influsso che trasforma persone normali in persone malvagie Effetto Lucifero. “Non è abbastanza – egli afferma – focalizzare l’attenzione solo su chi compie il male, ma anche sulle condizioni del sistema che supporta e mantiene l’abitudine al male. Intendo dire anche i valori legati alla cultura, alla legalità, alla politica, alla storia, che legittimano le persone che si comportano in modo malvagio”.

Se Hitler, Mussolini, Stalin o Nerone avessero trovato realizzazione in un’arte, mestiere o professione per cui, s’è visto, avevano mostrato inclinazione o, comunque, interesse sarebbero stati uomini migliori? Forse sì, perché se il potere assoluto corrompe assolutamente, essi sono stati sottoposti a maggiori sollecitazioni e tentazioni. O forse no, perché il cammino del bene o del male si compie a piccoli passi, un passo alla volta. Prima di cedere alle grandi tentazioni, si cede a tentazioni minori. Ci s’incammina verso l’abisso a costo di molti compromessi con la propria coscienza, dapprima più difficili da compiere poi sempre più facili; magari cercando di convincersi che si sta facendo la cosa migliore, perché, come recita l’adagio, la strada dell’abisso è lastricata di buone intenzioni. E il mondo, senza di loro, sarebbe stato un luogo migliore? Non credo. Perché la loro opera sarebbe stata compiuta da altri. Da altre anime inquiete e ribelli che avrebbero ceduto a un disegno malvagio scorgendovi perfino il segno dell’elezione. Certo dà i brividi pensare che dietro qualunque pittore, poeta, violinista, giornalista, cuoco o prete possa nascondersi in potenza un despota efferato, ma così è. Fa parte del solenne gioco della vita; dell’uso che facciamo della libertà che a noi tutti viene concessa e di cui un giorno dovremo rendere conto.

Per approfondire: Il vero burattinaio

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lunedì 6 aprile 2009

La banalità del male e l’esercizio del potere

Un’amica, di cui non faccio il nome per non esporla a possibili rappresaglie, fa parte di un coordinamento di funzionari che gestisce alcune importanti strutture pubbliche. In virtù della stima che ci lega, lei mi racconta spesso non solo delle cose che si decidono ma soprattutto delle interazioni tra i partecipanti, dei loro tratti di carattere, di un mondo che si prende molto sul serio ma che è in gran parte costruito sull’effimero. Alcune sue argute osservazioni di contesto mi hanno dato modo di riflettere su quello che è il più spinoso degli argomenti esistenziali: il male. In questo caso del male connesso all’esercizio del potere. E di quanto esso sia sempre banale, a fronte dei danni e delle sofferenze che provoca. Si dice della raffinatezza del male e dell’ingenuità del bene. La realtà sembra invece indicare giusto il contrario: Per quanto raffinato possa apparire il male, osservato da vicino, si disvela una degenerazione delle cose buone e nobili. Ecco il male non è mai nobile e osservato da vicino appare in tutta la sua banalità. Della Storia moderna, la letteratura attinge spesso alle atmosfere create dal regime nazista tedesco come esempio paradigmatico dei danni morali, prima ancora che fisici, causati a milioni di persone in qualche modo raggiunte e oppresse da quel regime. Ebbene, lo studio delle biografie dei gerarchi nazisti ha rivelato una realtà inattesa e disarmante: che essi in maggior parte erano uomini mediocri e superficiali. La cronaca e le riflessioni sul processo ad Eichmann, raccolte dalla filosofa Hannah Arendt in un volume che non a caso già nel titolo fa riferimento alla banalità del male, prende atto dell’incapacità di questo criminale di comprendere il significato delle proprie azioni. In sua difesa egli tenne a precisare che, in fondo, si era occupato “soltanto di trasporti”. Eichmann comunque non era uno stupido, infatti la Arendt non pone il male da lui compiuto in relazione con la stupidità bensì con l’incapacità di pensare, e quindi pure di interrogarsi sulle reali conseguenze delle proprie azioni. Ella sostiene che il male procede da un deficit di convivenza, con gli altri ma prima ancora con se stessi, in quel dialogo silenzioso tra io e io che già Socrate chiamava “pensare”. Ed a proposito ancora afferma: «La mia opinione è che il male non è mai “radicale”, ma soltanto estremo, e che non possegga né la profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie come una muffa. Esso sfida come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, andare a radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”... solo il bene ha profondità e può essere integrale».

Io condivido solo in parte le conclusioni a cui giunge la Arendt, perché credo nella dimensione demoniaca del male. Il mio paradigma di riferimento è quello classico della dottrina cristiana: il bene procede da Dio e il male dalla ribellione a Dio che fu iniziata dal capo dei cherubini, che si inorgoglì e non accettò più la posizione, pur onorevolissima, di prima delle creature e che da allora divenne Satana (lett. “Avversario”, “Accusatore”) e Diavolo (“Colui che divide”). Pertanto il male fu iniziato ed è portato avanti, finché gliene sarà data l’opportunità, da quest’arcangelo ribelle e dai suoi accoliti che sono gli angeli decaduti ma che sono anche uomini. Una moltitudine sterminata di uomini da quando esiste la specie umana. Tra essi anche menti geniali che hanno usato le loro qualità per soddisfare i loro istinti bestiali e il proprio egoismo. Per il resto condivido le argomentazioni della filosofa ebrea d’origine tedesca. Il male è banale e, sebbene sia pervasivo, non possiede “radicalità”, cioè profondità. Chi è avvezzo al male non ama soffermarsi in compagnia della propria coscienza, non ama il pensiero tridimensionale e finisce per sostituirlo con il pensiero bidimensionale, quello che si ferma alla superficie, che è più un rimuginare, è coazione a ripetere, è prefigurarsi egoistici scenari di gratificazione, ed è al contempo attuazione di quelle che il sociologo della devianza Mazda chiamava “tecniche di neutralizzazione”, ovvero la ricerca di giustificazioni che consentano di convivere senza rimorso con l’agire deviante. Più si è intelligenti e più si è in grado di contorcere gli argomenti per mettere a tacere la coscienza. Anche le grandi menti devianti sono pertanto superficiali perché pensano in 2D. Anch’esse rappresentano il male nella sua banalità ma, riuscendo meglio ad ammantarlo di ragioni solenni, è meno agevole smascherarle.

Quel che più inquieta, però, non sono le menti criminali d’un certo spessore che risultano essere sparute e a cui si riconosce in qualche modo la “vocazione” al ruolo che si sono scelte. Inquieta di più scoprire che gran parte del male al mondo è servito da un oscuro esercito di grigi burocrati. Persone normalissime. I vicini di casa che il giorno prima chiacchieravano sul pianerottolo, e i cui bambini giocavano insieme nel cortile, e che l’indomani si trasformano nei cecchini di Sarajevo perché i rispettivi capi-etnia li chiamano a farlo. Ma anche nel piccolo: il collega d’ufficio che per anni ha condiviso con te le abitudini, gli spazi, le sfuriate del capo e che poi, un bel giorno, viene cooptato dalla “cupola” in un ruolo di comando e lui si adegua alle nuove regole e alle consuetudini, per quanto ciniche, al punto di farsi aguzzino degli antichi colleghi con la giustificazione che il nuovo ruolo glielo impone.

Sta qui la banalità del male: nel fatto che esso non costituisce un’alternativa di valori, rispetto al bene, ma si configura in una loro assenza, in un vuoto, in una mancanza di sentimenti, di umanità, ecc. In definitiva, in un nulla. È appropriato paragonarlo ad una muffa che tutto invade, e con le sue ife avvolge e soffoca dapprima il cervello impedendogli di pensare in autonomia, di esercitare cioè l’unica attività in grado di contrastare la tirannia degli istinti. Primo tra tutti l’istinto ad ubbidire. La coazione all’obbedienza è radicata nella natura dell’uomo in quanto animale sociale, ne costituisce una delle risposte più primitive ed ha origine dai suoi bisogni primari. Per sopravvivere come individuo, ma anche come specie, l’uomo si colloca all’interno di una struttura di tipo gerarchico e si pone al servizio del più forte, se necessario offrendo servigi poco nobili e meschini sino allo “strisciamento”. L’evoluzione del contesto storico non muta i termini della relazione: l’obbedienza è la gratificazione che si rende al Capobranco, al Padrone o al Datore di lavoro, ovvero al detentore diretto o indiretto di risorse a cui l’Obbediente ambisce per crearsi una sensazione di sicurezza, che concretizza in successive aspettative di ricompensa (cibo, salario, protezione, promozione sociale, ecc.). Per natura e per convenienza l’uomo non può prescindere dalla disciplina e dall’obbedienza. Fanno eccezione il caratteriale, l’idiota e il pazzo (per limiti strutturali) oppure chi ha maturato una coscienza etica così forte da preferire di ubbidire sempre ad essa, costi quel che costi. Purtroppo il Disobbediente etico costituisce una vera rarità; infatti, o è un “caratteriale” anch'egli, nel senso che strutturalmente non può derogare dai suoi principi di riferimento, o altrimenti la sua attitudine non si costruisce semplicemente con le discussioni e con i componimenti scolastici sul tema della pace e del rispetto del prossimo. Egli deve contrastare pulsioni biologicamente determinate, deve imparare a tenere a bada la natura attraverso la cultura, e ciò può avvenire solo attraverso un’azione intensa, continua e soffertissima e, come il cristiano ben sa, non soltanto attingendo alle proprie forze. D’altronde lo disse Gesù: molti sono i chiamati ma pochi gli eletti.

Nel 1961, a pochi mesi dall’inizio del processo ad Eichmann, lo psicologo sociale Stanley Milgram condusse un esperimento per tentare di rispondere alla domanda: “È possibile che Eichmann e i suoi milioni di complici stessero semplicemente eseguendo degli ordini?”. Perché questa era la costante giustificazione che i criminali nazisti fornivano alle corti che li giudicavano: “Ci siamo limitati ad eseguire degli ordini”. Ciò che Milgram intendeva verificare era fino a che punto un’autorità ritenuta legittima può spingere una persona a superare i propri limiti morali, in nome di un “bene” superiore. Il suo test per lo studio dell’obbedienza consisteva nel far sedere un volontario, detto insegnante, ad una consolle con 30 interruttori a levetta in grado di provocare una scossa di intensità crescente, da 15 a 450 volt, ad un secondo soggetto indicato come allievo che veniva legato ad una sorta di sedia elettrica con l’applicazione di un elettrodo al polso. Le levette erano contrassegnate per gruppi di 4 con diciture quali “scossa lieve”, “scossa intensa”, “scossa molto intensa”, “attenzione: scossa molto pericolosa”. All’insegnante era fatta percepire la scossa relativa alla terza levetta (45 v) in modo che potesse constatare personalmente che non vi erano finzioni. Il suo compito consisteva nel leggere all’allievo una serie di parole in coppia che questi doveva associare correttamente. Ad ogni risposta errata il volontario veniva invitato dallo sperimentatore a somministrare una scossa “di rinforzo” all’allievo, aumentando l’intensità della scossa ad ogni suo errore. In realtà l’allievo era complice degli sperimentatori e non percepiva alcuna scossa, ma doveva fingere delle reazioni mimando un disagio e dolore crescente man mano che aumentava l’intensità delle scosse finché, raggiunti i 320 volt, non emetteva più alcun lamento. Compito dello sperimentatore era quello d’incalzare l’insegnante con esortazioni quali “l'esperimento richiede che lei continui”, “è assolutamente indispensabile che lei continui”, “non ha altra scelta, deve proseguire”. Il campione dei 40 “insegnanti”, fu scelto di proposito tra persone di sesso maschile, emotivamente stabili, di varia estrazione sociale e di età compresa tra i 20 e i 50 anni, disposte a collaborare dietro ricompensa. Un sorteggio truccato assegnava sempre il ruolo di allievo al collaboratore e quello di insegnante, ovviamente, al soggetto ignaro.

Il risultato dell’esperimento fu stupefacente e superò ogni aspettativa degli sperimentatori. Nonostante il disagio e le suppliche dell’allievo, la maggior parte degli insegnanti (il 65 per cento) proseguiva fino alla scossa più intensa, anche quando l’allievo non emetteva più alcun lamento. Inoltre il 79 per cento dei volontari superò la fase dei 150 volt in corrispondenza della quale il falso allievo supplicava di smettere e chiedeva di rinunciare. L’esperimento di Milgram ha pienamente dimostrato che l’obbedienza ad una autorità ritenuta legittima, in presenza di norme sociali contrastanti (da una parte quelle che stigmatizzano l’uso della forza e della violenza e dall’altra quelle che prevedono una reazione aggressiva a certe sollecitazioni), spinge il più delle volte una persona a superare i propri limiti morali. E dal momento che questa accetta la definizione della situazione proposta dall’autorità, finisce col ridefinire un’azione distruttiva, non solo come ragionevole ma anche come oggettivamente necessaria.

Da allora sono cambiate molte cose. Dopo i processi ai criminali nazisti, sono stati istituiti i Tribunali internazionali per i crimini contro l’umanità; si è discusso sui limiti tra metodi leciti di interrogatorio e sulla messa al bando della tortura; le immagini dal carcere di Abu Ghraib hanno fatto il giro del mondo; c’è dibattito e maggiore consapevolezza dei diritti civili e individuali. In molti hanno sostenuto che ripetendo al giorno d’oggi l’esperimento di Milgram, i soggetti messi alla prova sarebbero meno passivi e meno pronti ad un’obbedienza acritica. Ma i fatti smentiscono questo ottimismo sulla natura umana passivamente influenzata da una cultura più attenta al rispetto della persona umana. Alcuni anni fa lo stesso esperimento di Milgram, con qualche aggiustamento per corrispondere ai mutati standard etici, è stato ripetuto dallo psicologo californiano Jerry Burger, e il risultato è stato desolatamente analogo al prototipo originale: il 70 per cento dei volontari ha continuato a infliggere scosse elettriche (così essi credevano) anche quando la “vittima” aveva comunicato loro che provava dolore. Ci sono cose che non cambiano mai, tra queste la ridotta capacità di esercitare il senso critico in situazioni in cui un’autorità ritenuta legittima ordina di fare qualcosa in contrasto con le proprie convinzioni. A parole ci si può dire d’accordo sull’inviolabilità dei diritti umani e sul rispetto dell’altro, ma quando scatta il richiamo primordiale del capobranco, s’inserisce una sorta di pilota automatico governato da pulsioni ancestrali e non c’è “apprendimento sociale” che tenga.

Numerose sono le ricerche che hanno utilizzato il paradigma di Milgram. Tra queste trovo utile soffermarmi sul cosiddetto Esperimento carcerario di Stanford, condotto nel 1971 presso la Stanford University dallo psicologo Philip Zimbardo e dal suo team. Scopo dell’esperimento era quello di studiare il comportamento umano in un contesto sociale in cui gl’individui sono definiti soltanto dal gruppo di appartenenza. Nel seminterrato dell’Istituto di psicologia di quell’Università fu riprodotto in modo fedele l’ambiente di un carcere per lasciarvi interagire due gruppi di volontari con il ruolo rispettivamente di guardie e prigionieri. Tra i 75 studenti universitari che avevano risposto a un annuncio apparso su un quotidiano locale, che chiedeva volontari maschi per una ricerca remunerata, ne furono selezionati 24, di ceto medio, fra i più equilibrati, maturi e meno attratti da comportamenti devianti. Assegnati casualmente al gruppo dei detenuti o a quello delle guardie, furono fatti abbigliare con il dovuto realismo: ai primi furono fornite ampie divise numerate, sia davanti che dietro, e un berretto di nylon; fu applicata una catena alla caviglia e venne loro chiesto di attenersi ad una rigida serie di regole. Le guardie indossavano uniformi color kaki e occhiali da sole riflettenti che impedivano ai prigionieri di guardarle negli occhi e leggere le loro emozioni; erano inoltre dotate di manganello, fischietto e manette, e fu loro concessa ampia discrezionalità sui metodi da seguire per mantenere la disciplina e farsi rispettare. L’abbigliamento di entrambi i gruppi era finalizzato a far smarrire ai volontari l’identità personale a favore di quella del gruppo di riferimento.

I risultati andarono molto al di là delle previsioni degli sperimentatori. Essi si rivelarono tanto drammatici che l’esperimento, la cui durata prevista era di due settimane, dovette essere interrotto dopo solo sei giorni per il forte impatto che la situazione ebbe sugli studenti che vi presero parte. In breve tempo si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e si barricarono all’interno delle celle inveendo contro le guardie. Queste, dopo un momento di perplessità, si diedero da fare per riportarli sotto il proprio controllo, intimorendoli, umiliandoli e cercando in tutte le maniere, riuscendoci, di spezzare il legame di solidarietà che inizialmente si era sviluppato fra di loro; discriminandoli nella somministrazione di sanzioni e gratificazioni, e rendendoli reciprocamente sospettosi. Le guardie costrinsero i prigionieri a faticosi e umilianti esercizi, a rispondere all’appello con il numero assegnato, a defecare in secchi che non avevano il permesso di vuotare, a dormire sul pavimento. A fatica fu sventato un tentativo di evasione di massa da parte dei detenuti. Al quinto giorno i prigionieri presentavano segni evidenti di depressione e stress, di disgregazione individuale e collettiva: il loro comportamento era divenuto docile e passivo, il rapporto con la realtà seriamente compromesso. Come affermò lo stesso Zimbardo “i prigionieri erano a pezzi, sia come gruppo sia a livello individuale. Non c’era più alcuna unità ma solo un mucchio di individui somiglianti a prigionieri di guerra o a pazienti di un ospedale psichiatrico. Le guardie avevano il controllo totale della situazione e potevano contare sulla cieca obbedienza di ciascun prigioniero”. D’altra parte queste erano entrate rapidissimamente nel ruolo, iniziando ad agire in modo sempre più vessatorio e sadico. Persino gli sperimentatori ebbero difficoltà a tener le distanze da quella che doveva essere solo una finzione sperimentale. Gli eventi stavano sfuggendo di mano al punto che si ritenne necessario interrompere l’esperimento, con gran sollievo dei carcerati e, si badi bene, con un malcelato disappunto da parte delle guardie.

“Cosa succede se si mette della brava gente in un posto "cattivo"? Riuscirà il bene a vincere sul male o, piuttosto, trionferà il male?”, si chiese Zimbardo. L’esperimento non diede adito a dubbi: il male tende a prendere il sopravvento sul bene. Come si spiega questa tensione verso la cattiveria? La Rivelazione biblica la spiega con il dominio del peccato. “Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa, e insanabilmente maligno, chi lo conoscerà?” (Ger 17:9). L’apostolo Paolo prende atto di questo dominio e indica l’unica soluzione in Cristo: “Eccomi dunque, con la mente, pronto a servire la legge di Dio, mentre, di fatto, servo la legge del peccato. Me infelice! La mia condizione di uomo peccatore mi trascina verso la morte: chi mi libererà? Rendo grazie a Dio che mi libera per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore” (Rom 7:24,25). Il cristiano naturalmente si riconosce in questa constatazione, però può anche chiedersi quali siano i meccanismi biologici che determinano i comportamenti o, comunque, li influenzano pesantemente persino quando i riferimenti morali individuali sono positivi. Sia l’esperimento di Milgram che quello di Zimbardo indicano che l’esercizio del potere interferisce pesantemente sul comportamento etico di chi questo potere al contempo lo subisce e lo agisce. Chi assume una funzione di controllo sugli altri attribuitagli da una istituzione che egli riconosce legittima, è indotto ad assumere le norme e le regole di questa istituzione come unico valore a cui il comportamento deve adeguarsi. Adeguandosi a queste norme egli perde autonomia comportamentale (stato eteronomico) e subisce un processo di deindividuazione che induce una perdita di responsabilità personale, ovvero una ridotta considerazione delle conseguenze delle proprie azioni, e indebolisce i controlli basati sul senso di colpa, la vergogna, la paura, così come pure i controlli che inibiscono l’attuazione di comportamenti aggressivi/distruttivi. Pertanto la deindividuazione comporta una diminuita consapevolezza di sé e al contempo un’accresciuta identificazione e sensibilità agli scopi e alle azioni intraprese dal gruppo con cui ci si identifica: l’individuo cioè pensa che le proprie azioni siano parte di quelle compiute dal gruppo.

L’esperimento carcerario di Stanford offre parecchi spunti di riflessione riferiti ad entrambi i gruppi, per non dire pure del gruppo dei ricercatori che, come dicevamo, ebbero difficoltà a tener le distanze da quella che doveva essere solo una finzione sperimentale e in certi momenti agirono anch’essi come se la prigione finta fosse vera. È interessante notare come il gruppo dei prigionieri, dopo un’iniziale resistenza, finì per perdere la stima di sé e per accettare docilmente e supinamente il ruolo dei suoi aguzzini, facilitandone l’azione di controllo. È istruttiva una considerazione che a proposito di questo atteggiamento fa lo stesso Zimbardo: “Nella prigione allestita negli scantinati, i prigionieri hanno rinunciato alle loro libertà basilari in seguito al controllo coercitivo delle guardie. Tuttavia, a parte il laboratorio, anche nella vita reale molte persone volontariamente rinunciano alla propria libertà di parola, di azione e di associazione anche senza che vi siano delle pressioni esterne che impongano di farlo. Ciò dipende dall’interiorizzazione che esse hanno fatto di questi carcerieri così esigenti, che sono diventati parte del proprio sé; le guardie che limitano le opportunità verso la spontaneità, la libertà, la gioia di vivere. Paradossalmente, queste stesse persone hanno interiorizzato anche l’immagine del prigioniero passivo che, seppure in modo riluttante, si mostra acquiescente nei confronti di queste restrizioni che si è auto-imposto in tutte le proprie azioni. Ogni azione che richiama l’attenzione degli altri spaventa queste persone che temono di sentirsi potenzialmente umiliate, di provare sentimenti di vergogna, di essere rifiutate dagli altri, per cui tutto questo va evitato. In risposta al carceriere interno, la persona si fa prigioniera e si tira indietro dalla vita, nascondendosi dentro una corazza, scegliendo la sicurezza della silenziosa prigione della timidezza. Elaborando questa metafora, a partire dall’esperimento della Stanford University, ho pensato alla timidezza come una fobia sociale che rompe i legami dei rapporti interpersonali facendo degli altri una minaccia, anziché un’opportunità”. Scriveva Nathaniel Hawthorne: “Quale altra prigione è così oscura come il proprio cuore! Quale carceriere è così inesorabile come il proprio sé?”. Talvolta noi siamo i primi aguzzini di noi stessi, e in qualche modo apparecchiamo la strada ai nostri aguzzini esterni.

D’altra parte, tornando al nostro esperimento, è pure interessante osservare la facilità con cui le guardie entrarono nella parte dimostrando di assecondare una tensione istintuale. Erano così soddisfatte del loro ruolo, afferma Zimbardo, che “di queste ultime nessuna si ritirò mentre lo studio era ancora in corso, si presentò mai in ritardo, si assentò per malattia, andò via in anticipo o chiese un pagamento extra per il lavoro fuori orario”, e, come abbiamo detto, provarono tutte disappunto quando l’esperimento finì.

Sempre dall’atteggiamento delle guardie, si evince almeno una nota consolatoria che conforta sul fatto che l’agire umano non è del tutto biologicamente determinato. O, quanto meno, che non tutti gli istinti sono negativi. Sebbene si dimostrassero tutte soddisfatte del loro ruolo, Zimbardo notò delle differenze di comportamento. Afferma egli: “C’erano tre tipologie di guardie. Le prime erano quelle, severe ma corrette, che seguivano scrupolosamente le regole della prigione. Le seconde erano rappresentate dai cosiddetti "bravi ragazzi", da quelli cioè che concedevano pochi favori ma che al tempo stesso non punivano mai i prigionieri. Infine, un terzo delle guardie era costituito da coloro i quali si mostravano ostili, autoritari e "creativi" nella scelta delle forme di umiliazione da infliggere ai prigionieri. Sembrava che godessero appieno del potere loro concesso, sebbene nessuno dei test di personalità precedentemente somministrati fosse stato in grado di predire un tale atteggiamento”.

Questa difficoltà a determinare l’attitudine al sadismo o, quantomeno, all’eteronomia emerse pure dai test di personalità somministrati ai volontari dell’esperimento di Milgram, quello delle scosse elettriche, per intenderci. Anche in quel caso risultò impossibile sapere a priori chi sarebbe andato avanti sino alla levetta dei 450 volt e chi si sarebbe fermato prima. Sembra che non vi sia alcun segnale preventivo e nemmeno le valutazioni psicometriche si correlerebbero in modo significativo con la capacità di esercitare il senso critico in situazioni in cui un’autorità ritenuta legittima ordina di fare qualcosa in contrasto con le proprie convinzioni. E questa constatazione, invece, fa paura perché chiunque tra le persone che ci circondano, anche chi attualmente ci è benigno e solidale, se investito dell’orwelliana autorità, potrebbe trasformarsi nel nostro implacabile aguzzino, riuscendo pure a dormire sonni tranquilli.

Peraltro la difficoltà a conservare il proprio senso critico in un contesto di eteronomia non è necessariamente indice di una personalità negativa, autocentrata e opportunista. Anche l’individuo più generoso ed animato delle migliori intenzioni, se non ha la forza di riferirsi sempre e comunque al proprio codice morale, può farsi tramite di grandi ingiustizie. Ciò avviene spesso quando si è stati educati ad avere un’acritica fiducia nei confronti dell’autorità. Pertanto quando giunge un ordine in contrasto con il nostro sistema di valori, anziché ignorarlo, potremmo commentarlo così: “Mah, che situazione strana, eppure se mi dicono di agire in questo modo sapranno bene quel che fanno!”. Tale atteggiamento, benché non censurabile nelle intenzioni, è comunque molto pericoloso nei risultati. Perché facendo leva su valori quali il senso del dovere e il rispetto verso chi ne sa più di noi si riesce a far commettere agli individui azioni violente e ingiuste senza che essi stessi le percepiscano come tali, e sentendosene perciò deresponsabilizzati. Qui, più che di banalità del male, qualcuno ha parlato di perversione del bene.

Tuttavia le personalità negative, autocentrate e opportuniste sono tante. Quando l’autorità costituita attribuisce loro il ruolo di vittima, certamente non gradiscono. Ma se tale autorità offre loro l’opportunità di poter aspirare al ruolo di carnefice non fa che incontrare le loro aspirazioni, con l’ulteriore vantaggio di sollevarle dal peso del senso di colpa perché la responsabilità del loro agire può farsi ricadere sulla stessa autorità che si pone al vertice della catena di comando. Anzi è la stessa istituzione che provvede a disporre l’organizzazione del “lavoro” in modo da poter semplificare il compito degli aguzzini al proprio soldo. L’istituzione conosce e si adopera per rimuovere gli ostacoli psicologici che potrebbero ostacolare la sua azione e il conseguimento dei suoi obiettivi. Vi è un’apposita branca della psicologia, quella del lavoro, che studia queste dinamiche. L’esperimento di Milgram, quello degli insegnanti che dovevano somministrare le scosse elettriche agli allievi, è pure entrato nel merito di tali dinamiche mettendo in luce alcune determinanti fisiche dell’obbedienza. Esso infatti ha posto l’obbedienza all’autorità in relazione con due fattori: la distanza tra insegnante e allievo e la distanza tra insegnante (che in realtà era il soggetto sperimentale) e sperimentatore. Furono infatti testati quattro livelli di distanza tra insegnante e allievo: nel primo l'insegnante non poteva osservare né ascoltare i lamenti della vittima; nel secondo poteva ascoltare ma non osservare la vittima; nel terzo poteva ascoltare e osservare la vittima; nel quarto, per infliggere la punizione, doveva afferrare il braccio della vittima e spingerlo su una piastra. Nel primo livello di distanza, il 65% dei soggetti andò avanti sino alla scossa più forte; nel secondo livello il 62,5%; nel terzo livello il 40%; nel quarto livello il 30%. Un’altra variabile manipolata fu la vicinanza fisica dello sperimentatore all’insegnante. In questo caso i livelli furono due. Nel primo livello lo sperimentatore sedeva a un metro di distanza per tutto il tempo dell’esperimento; nel secondo livello lo sperimentatore, dopo le istruzioni iniziali, si recava in un’altra stanza e impartiva le istruzioni da un citofono. Nel primo livello i soggetti obbedienti furono il 65% e in media impartirono una scossa massima di 360 volt; nel secondo livello i soggetti obbedienti si ridussero al 20,5% e impartirono una scossa massima di 265 volt. L’effetto dell’autorità pertanto risulta maggiore se chi la incarna è fisicamente vicino a chi deve ubbidire; al contrario cala quando, anziché da solo, il volontario è in gruppo, l’unione fa la forza e consente anche ai più timidi di ribellarsi; invece aumenta se il soggetto entra volontariamente nel territorio in cui lo sperimentatore esercita la sua autorità, producendo sentimenti di obbligo che vincolano il soggetto al proprio ruolo. Inoltre, l’effetto dell’autorità aumenta sensibilmente quando il volontario è lontano dalla vittima, perché si fa più fatica a fare del male se questa bisogna toccarla direttamente. La distanza fisica comporta e garantisce anche distanza emozionale. Non è un caso se in tutte le pratiche discriminatorie di successo è vietato mescolarsi con i discriminati. Al contempo l’isolamento della vittima non deve essere inteso solamente in termini fisici ma anche in relazione alla complicità che si instaura tra sperimentatore e insegnante, infatti la loro vicinanza fisica crea un gruppo caratterizzato da obblighi e solidarietà reciproche che li separa dalla vittima.

E qui si va a inciampare nel solito dilemma che ha da sempre attanagliato le scienze sociali riguardo all’origine, intesa pure come focolaio, del male. Il morbo sta nell’individuo che infetta il corpo sociale, o è questo che rovina gli individui? Marx non aveva dubbi: “Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”. La sua ricetta era semplice benché radicale: modificando la struttura sociale (ovvero la sfera dei rapporti di produzione e delle forze produttive) si incideva pure sulla sovrastruttura, cioè sulle realtà culturali, etiche, religiose, giuridiche e politiche della società che sarebbero sempre determinate dalla struttura economica. Solo quando le relazioni tra gli uomini sarebbero state modificate si sarebbero pure modificate le loro coscienze. L’esperimento dei regimi comunisti ha miseramente dimostrato che quell’analisi non reggeva. D’altra parte l’imminente bancarotta dei sistemi capitalisti, dichiaratamente imperniati sul bieco tornaconto dei singoli, non fa che confermare l’analisi sostenuta migliaia di anni fa dalla Rivelazione biblica: è il cuore degli uomini che è insanabilmente maligno. La società non è che la somma e lo specchio di questa condizione degli individui che la compongono.

Gli scienziati sociali, tuttavia, continuano ad accarezzare questa romantica visione del “buon selvaggio” rousseano, cioè dell’uomo in natura buono, corrotto dalla società “civile” e acculturata, generatrice di vizi e di mollezze. Philip Zimbardo non sfugge a questa sirena, però la sua analisi è in gran parte condivisibile poiché è anche vero che una società corrotta non può che influire negativamente sugli individui che la compongono, anche su quelli non particolarmente portati al male ma che facilmente possono restare condizionati dalle sue regole e dai suoi valori. Egli ha chiamato quest’influsso che trasforma persone normali in persone malvagie Effetto Lucifero e ha raccolto la sua analisi, che si ispira al suo esperimento carcerario, in un libro che porta lo stesso titolo. Ascoltiamo la sua riflessione in proposito: “Il mio nuovo libro mi ha dato l’opportunità di mettere in relazione il male, come io avevo avuto modo di osservarlo e che avevo contribuito a creare nello studio della Stanford Prison, con gli altri mali presenti nel mondo, come il genocidio, la tortura, gli abusi sui prigionieri della prigione di Abu Ghraib da parte dei soldati americani, ed il male nelle aziende dove la brama trasforma delle persone intelligenti ed ambiziose, come accaduto alla Enron, ed altri disastri. La mia opinione è che molte di queste azioni malvagie vengano perpetrate da persone assolutamente normali da tutti i punti di vista, non portate al male o con problemi patologici. Credo che dovremmo prestare maggiore attenzione al potere di alcune forze che dipendono dalle situazioni sociali e alle forze del sistema che crea queste situazioni, quando vogliamo comprendere le cause del male e sviluppare mezzi per combatterlo e prevenirlo. È più frequente che sia un cattivo contesto a corrompere delle persone rette piuttosto che delle mele marce inserite in un ambiente sano. … Non è abbastanza focalizzare l’attenzione solo su chi compie il male, ma anche sulle condizioni del sistema che supporta e mantiene l’abitudine al male. Intendo dire anche i valori legati alla cultura, alla legalità, alla politica, alla storia, che legittimano le persone che si comportano in modo malvagio”.

Ci troviamo di fronte al più grande circolo vizioso che la storia umana abbia partorito. Gli uomini, più o meno tendenti al male, costruiscono una società mediamente a loro immagine, la quale, a sua volta, con le sue regole contorte e compromissorie esercita un’implacabile influenza sugli individui che la compongono. Implacabile perché essendo questa sempre costruita secondo un modello gerarchico non può che esercitare un forte controllo sui suoi componenti, sempre più forte man mano che si scende nella scala gerarchica. Soprattutto le regole inerenti all’esercizio del potere sono spesso quelle che meglio rispecchiano la natura dell’uomo. Vengono date come inevitabili e come il male minore (dura lex, sed lex), come strumento razionale per il buon funzionamento della macchina istituzionale, ma di fatto proteggono una rete di relazioni costruite sull’arbitrio e sul privilegio. Certo, parte dell’umanità oggi vive in democrazia. Un tempo era anche peggio. Come recita l’adagio? “Se il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente”. Ma anche la migliore società democratica è ben lontana dalla perfezione. Ben lo comprese negli anni trenta Reinhold Niebuhr quando criticò l’illusoria dottrina americana del Destino Manifesto. “Bello sarebbe un mondo in cui l’uomo morale è generatore di una società egualmente morale – scrisse nel suo saggio Uomo Morale e Società Immorale – ma il sogno è irrealizzabile e per ciò stesso pericoloso”. La realtà della politica è indissolubilmente legata all’umanità corrotta che la esprime e che è incapace di fare un giusto uso della libertà. Pertanto ogni posizione che conduce ad una approvazione incondizionata del potere è, a suo avviso, irrealistica. E non potrebbe essere diversamente, perché gli uomini morali sono minoranza ed essi stessi contraddittori. Le istituzioni civili immacolate non sono pertanto di questo mondo.

C’è poi da dire che le società occidentali stanno vivendo una strana contraddizione: sebbene da anni sia andata sviluppandosi una sempre maggiore attenzione ai diritti della persona, sensibilità e rispetto per le istanze dei diversi, il rifiuto della violenza per dirimere le contese, della schiavitù, della tortura, della pena capitale, ecc., al contempo tuttavia assistiamo ad una semplificazione del sistema dei valori, con il predominio di quelli legati alla competizione sociale (denaro, prestigio, potere, affermazione narcisistica); e questa semplificazione porta grave danno alla vita delle persone, perché ogni riduzione del sistema dei valori – afferma lo psicopedagogista Mario Pollo – determina una riduzione delle loro possibilità di realizzazione individuale e sociale. Questa contraddizione fa sì che mentre ci illudiamo di aprire i nostri orizzonti di civiltà siamo in realtà avviati verso il declino.

Da sempre l’uomo deve fare i conti con la duplice dimensione del sistema dei valori: la dimensione “ideale”, che fa riferimento ai sistemi etici, religiosi e filosofici, e la dimensione “pratica”, di cui si parla di meno, che ha attinenza ai valori concreti del gruppo sociale e a cui ci si riferisce per individuare ciò che è utile e buono nella vita quotidiana. Le due dimensioni, sebbene interdipendenti, appartengono a piani diversi e inclinano la prima verso il versante cognitivo e la seconda verso quello emotivo-affettivo. Potremmo dire che la dimensione “pratica” dei valori è la concretizzazione imperfetta della dimensione “ideale”; e ciò si verifica sia per la difficoltà che si incontra sul piano concreto di applicare in tutta la loro purezza i valori ideali, sia per il persistere o l’affacciarsi di valori che appartengono ad altri sistemi. A causa di questa duplice dimensione valoriale gli individui che vogliono pienamente inserirsi nel contesto sociale sono chiamati a compiere dei compromessi. L’alternativa sarebbe quella di vivere ai margini della società umana, che non era certo quella auspicata da Cristo per i suoi seguaci (sebbene “essi non appartengano più al mondo”, Egli chiede al Padre: “Io non ti prego di toglierli dal mondo, ma di proteggerli dal Maligno” Gv 17:14,15). L’individuo è condizionato dallo stato di necessità e quindi dai vincoli che la società imperfetta gl’impone; egli non è pertanto libero di conformare pienamente le sue azioni ai valori in cui crede, ma può solo cercare di tendervi, e così facendo contribuisce nel suo piccolo a rendere meno imperfetta la società (cfr. a proposito il mio articolo Simone Weil e il primato della libertà). Man mano però che i due piani, quello ideale e quello pratico, si distanziano, i compromessi richiesti si fanno sempre più grandi finché il divario tra i due piani è tale da riferirsi a vere e proprie alternative etiche. È vero che la forza del cristianesimo è consistita di norma non nella contrapposizione frontale tra la propria etica e quella della società da conquistare bensì nello svuotamento di questa nella sostanza, se non ancora nella forma, con l’introduzione delle categorie cristiane; è però anche vero che un’eccessiva consuetudine con le categorie “pagane” ha finito per alterare la stessa dimensione “ideale” del sistema di valori cristiano, facendo sì che si venisse a perdere in tal caso la tensione verso il miglioramento della realtà esistente. Un sensibile divario tra valori ideali e valori pratici costituisce comunque sempre un problema perché, con la spinta al conformismo, si producono, in alternativa, due situazioni entrambe aberranti. Quando l’Obbediente mantiene in partenza i suoi riferimenti ideali, la richiesta di adattamento da parte della società è tale da comportare il ripudio di se stessi, il ripensamento dei propri riferimenti etici, per configurarsi in un vero processo di depensamento, di appiattimento acritico sull’ideologia dell’autorità costituita. Un misero percorso che spegne il desiderio di sognare e costringe a continui cedimenti e a inevitabili meschinità. Oppure può verificarsi che l’Obbediente condivida coscientemente l’ideologia aberrante del corpo sociale e si senta, pertanto, pienamente realizzato in questo percorso comunque distruttivo.

Perché effettivamente verso il proprio annichilimento si stanno avviando le nostre società. Non siamo più in grado di trasmettere ai nostri figli modelli esistenziali che trascendano meri principi di utilità e di ricerca del benessere materiale. Non indichiamo più neppure soluzioni di compromesso, di ricerca di un equilibrio tra ciò che si deve fare per vivere il meglio possibile, e la fedeltà ai valori, che soli possono produrre il senso o il non senso della vita e del mondo che si abita. E così essi non possono “maturare la consapevolezza – come constata Mario Pollo nel suo saggio La via per educare ai valori – che l’uomo che non tesse il suo progetto di vita sull’ordito dei valori, di fatto rinuncia allo sviluppo delle sue potenzialità umane e a trovare se stesso; o, perlomeno, rinuncia a governare la propria vita lasciandola alla deriva prodotta dalle circostanze e dalle manipolazioni altrui”. Non possono comprendere “che l’uomo senza valori è in balia degli eventi della vita e delle condizioni politiche, sociali ed economiche in cui essa si svolge, oltre che delle tensioni e degli impulsi biologici e psicologici che provengono dall’interno della sua persona”. Invece cosa osservano i nostri ragazzi? Una umanità al suo crepuscolo che i valori li calpesta, che profana la natura e spegne ogni tremito di luce spirituale. Un’umanità sfrontata che non si vergogna, anzi si vanta d’aver creato una civiltà spietata che genera pena e offesa: è questa l’eredità che lasciamo ai nostri giovani e che spinge spesso questi ad alienanti o esasperate soluzioni. Nella misura in cui contribuiamo a render spietata la nostra civiltà siamo colpevoli della pena e dell’offesa che arrechiamo ai più deboli e ai più fragili.

Eppure molti pensano di trovare la loro massima realizzazione in questo sistema ingiusto e oppressivo. Come la Becky Sharp, ne La Fiera delle Vanità, sono decisi e pronti a tutto pur di conquistarsi un posto al sole nel novero di chi conta. E non sanno “che tutto il loro affannarsi è inutile. È un correre dietro al vento” (Qoelet 1:14). Persino la loro immediata gratificazione è a rischio. Perché i furbi incontreranno sempre qualcuno più furbo sulla loro strada. “Saranno allo stesso tempo imbroglioni e imbrogliati” (2Tm 3,13). E comunque, se un sistema cade in balia delle furberie di molti, prima si destabilizza e poi crolla, e a quel punto non ce n’è per nessuno. Per cui, sebbene noi associamo la furbizia alla capacità di pensare in modo strategico, in fin dei conti, dobbiamo concludere che il furbo, inteso come colui che con scaltrezza o sfrontatezza arreca danno agli altri per un proprio tornaconto, non è in realtà in grado di interrogarsi sulle reali conseguenze delle proprie azioni, quindi è incapace di vero pensiero strategico.

Ma vorrei concludere con una nota positiva. Visto che abbiamo aperto riferendoci ai grigi burocrati nazisti diretti eteronomicamente, a un Eichmann che in fondo si occupava “soltanto di trasporti”, vorrei accennare a un altro burocrate che nel suo agire non smise mai, a proprio rischio, di riferirsi al suo sistema di valori. Parlo del commissario di pubblica sicurezza Paolo Salvatore (v. foto) che diresse il più grande campo di concentramento italiano, quello calabrese di Ferramonti di Tarsia. Egli antepose sempre l’umanità e la tolleranza all’antisemitismo del regime e agli assurdi ordini ricevuti, chiedendo ai reclusi, quasi tutti ebrei stranieri, come unica condizione, di evitare qualsiasi forma di rivolta o insubordinazione, al fine di mantenere sempre una parvenza esteriore di ordine e disciplina, e che per questo, pochi mesi prima dell’arrivo degli inglesi, pagò di persona con la rimozione e il trasferimento a Sondrio. Significativa, per cogliere il clima creatosi in quella realtà, la testimonianza di Alice Redlich, ebrea austriaca qui internata con il figlio il 2 ottobre 1941: “In uno dei primi giorni a Ferramonti c’era mio figlio che giocava fuori dalla baracca, e vidi girare una macchina che prendeva i bambini. Io mi terrorizzai e chiesi agli altri cosa stesse accadendo. Tutti mi guardavano come se fossi matta e mi spiegarono che era il direttore che portava i bambini a passeggio. Dopo un’ora tornarono tutti contenti: erano usciti a prendere un gelato. Una sera, durante uno spettacolo, qualcuno stava parodiando Hitler; all’improvviso arrivò il maresciallo: tutti ci spaventammo. Invece lui era lì solo per ridere e divertirsi con noi.” Il maresciallo Gaetano Marrari comandava la polizia del campo, anch’egli persona molto umana, che, a pochi giorni dall’arrivo degli inglesi, si rese protagonista di un episodio eroico a protezione degli internati. Una colonna nazista della divisione corazzata Hermann Goering, in risalita verso il nord, si fermò all’ingresso del campo probabilmente per rendersi conto della situazione e prelevare qualche prigioniero come ostaggio; ma il maresciallo Marrari, simulando la presenza di numerosi lebbrosi e colerici tra di loro, convinse i nazisti a non entrare nel campo e ad allontanarsi portando via solo della nafta. Grazie alla generosità e all’accortezza di uomini che seppero superare leggi razziali e fanatismi, un luogo concepito per affliggere delle persone finì per proteggerle. Un esempio di altruismo e compassione che si staglia luminoso nell’orrore nazifascista.

“Non meritò di nascere chi visse sol per sé”, scriveva il Metastasio. Il potere è uno strumento pericoloso, da maneggiare con grande cautela. È facile che sfugga di mano e da servizio si trasformi in tirannia e occasione di personale tornaconto, e questo, ovviamente, si verifica più facilmente quando siamo centrati su noi stessi, quando non riusciamo a immedesimarci nell’altro, e il bisogno, il dolore altrui non ci coinvolge, non è importante. È semmai una seccatura da scongiurare, da eliminare, talvolta fisicamente. E più questo potere aberrante è al vertice e più lunga è la catena di comando che prende ordini e si adopera per compiacerlo. Gli uomini come scelgono i loro capi? Tra le attitudini al comando, comprendono l’empatia, la lealtà, l’altruismo e lo spirito di sacrificio? A quale modello si ispirano? La più grande personalità egemone di tutti i tempi, peraltro tutt’ora vivente, non dimentichiamolo, è Lucifero, l’autore della prima e della più grande rivolta, che sottrasse al bene un terzo degli angeli e la maggior parte degli uomini. Era la creatura più amata e ammirata, oggi è la più temuta e disprezzata. I suoi stessi angeli, pur temendolo, più non lo stimano. “Siamo stati stupidi ad andare dietro al capo”, ha confessato il demone a mons. Gemma durante un esorcismo (cfr. il mio articolo Le lacrime di Serena). A questo modello s’ispira anche il potere degli uomini che è essenzialmente competitivo, basato sulla lotta e quindi sulla forza. E con queste premesse non c’è posto per un comportamento corretto e morale. Per il Principe di Macchiavelli le doti etiche sono mere illusioni nella lotta politica, e se per convenienza talvolta occorre mostrare pietà, fedeltà e umanità è più utile simularle che osservarle veramente. Va da sé che dove non c’è verità non c’è amore. Poco importa: è molto più utile per il Principe essere temuto che amato, sostiene Macchiavelli. Quel che però gli uomini non considerano è la biunivocità del rapporto tra verità e amore. Che invece notò molto bene Feuerbach: “Dove non c’è amore non c’è verità, e soltanto vale qualcosa colui che ama. Non esser nulla e non amar nulla è perfettamente identico”. Infatti la banalità del male, è anzitutto vuoto d’amore, incapacità d’amare; e proprio per questo, in un contesto sociale carente di sentimenti positivi e con una tendenza al conformismo biologicamente determinata, il male è estremamente contagioso. Nessuno ne è immune. E quando non viene opportunamente contrastato, è facile che si creino situazioni esasperate ad ogni livello: dalla famiglia, al condominio, all’ambiente di lavoro, sino alla comunità nazionale e internazionale. Finché non fu approntato l’ordigno nucleare, queste situazioni dominate da un male diffuso e virulento trovavano regolazione nel conflitto armato e generalizzato. Oggi si è più titubanti perché si ha presente il rischio, ma la riduzione dei sistemi di valore e la disintegrazione della coesione sociale tende con forza in quella direzione. La sottovalutazione della natura umana e delle dinamiche relazionali, così come avvenne nella ex Jugoslavia, non fa pensare che basterebbe il sopraggiungere di una sola variabile che convogli la violenza accumulata su un solo obiettivo quale può essere il diverso etnico, culturale, politico o religioso per scatenare l’ennesima caccia alle streghe. Ci conforta il pensiero che non tutti sono disponibili a lasciarsi annullare in questo processo. Grazie al Cielo (è davvero il caso di dire) vi sono qua e là degli uomini come Paolo Salvatore che, a dispetto degli ordini ricevuti, portano fuori i bambini a prendere il gelato, quando la maggioranza dei colleghi, come il famigerato Karl Fritzsch di Auschwizt, nell’appropriato contesto i bambini li farebbe uscire dal camino de-pensando di far la cosa giusta.

... son morto ch' ero bambino,
passato per il camino e adesso sono nel vento

ad Auschwitz...
F. Guccini



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martedì 27 gennaio 2009

Padri e Retorica

A Barack Obama è piaciuto nel corso di questa campagna elettorale rievocare, e in qualche modo far proprie, le idee e le battaglie di illustri e amati presidenti del passato. Spesso nei suoi discorsi ha chiamato in causa le figure di Kennedy, Roosevelt e Lincoln. Con quest’ultimo, poi, le analogie sono state rimarcate con studiati accostamenti simbolici fino al punto, una volta eletto, di voler ripercorrere lo stesso viaggio in treno da Filadelfia a Washington e di giurare sulla stessa Bibbia.

In effetti le somiglianze tra i due personaggi non mancano, fin dall’annuncio della candidatura di Obama a Springfield, la capitale dell’Illinois, dove Lincoln cominciò la propria carriera politica. Entrambi insistono sull’unità della nazione al di là delle logiche partigiane, sono noti per le loro capacità oratorie e per la tendenza a scrivere i loro discorsi più importanti. Entrambi sono avvocati, non hanno una lunga esperienza parlamentare e sono venuti fuori praticamente dal nulla vincendo le elezioni presidenziali. Entrambi si sono insediati in momenti difficili per il Paese.

Non so tuttavia fino a che punto convenga ad Obama paragonarsi, con tanta studiata attenzione nei particolari, al suo illustre predecessore. Non solo perché, occorre ricordare, l’avventura politica e umana di costui finì sotto le pistolettate di un estremista squilibrato. Ma soprattutto perché l’immagine di Lincoln, eroe purissimo che combatte l’abominevole pratica della schiavitù, è un ritratto fiabesco quasi del tutto ricostruito. La stessa guerra di secessione, accostata nei libri di scuola alla liberazione degli schiavi, si scatenò in realtà per motivazioni molto meno nobili e lo schiavismo vi ebbe una parte quando non marginale sicuramente strumentale.

Vero motivo del contendere, come gli storici sanno bene, fu il divergente modello di sviluppo tra gli stati del nord e quelli del sud. Questi godevano di condizioni climatiche e di un suolo favorevoli alle coltivazioni intensive. Tabacco, riso e poi, soprattutto, cotone, venivano prodotti in quantità ampiamente superiori alle necessità interne ed erano in gran parte esportate all’estero. Gli stati settentrionali, invece, per il clima rigido potevano al massimo dedicarsi ad un’agricoltura di sussistenza. Il loro modello di sviluppo s’indirizzò pertanto verso l’industria, la pesca e il commercio. Tutte attività che richiedevano una serie di infrastrutture, principalmente ferrovie e strade, che favorissero il più possibile il movimento sul territorio. Per la realizzazione di queste opere fu necessario imporre una fiscalità pesante che non piacque agli stati sudisti costretti a pagare per progetti che li riguardavano solo marginalmente. Washington, inoltre, perseguiva una politica protezionistica che favoriva gli stati industriali del nord ma deprimeva le esportazioni cotoniere del sud. Si erano pertanto creati gravi dissidi di natura fiscale e doganale che spinsero alcuni tra gli stati meridionali a non riconoscersi più nell’Unione.

In tutto ciò il discorso sullo schiavismo fu solo un’aggravante, per giunta usato spesso in modo strumentale e insincero dagli stati del nord. Come scriveva Alfredo Signoretti nella sua Storia degli Stati Uniti d’America: “Giovò alla causa nordista la figura adamantina di Abramo Lincoln che abbracciò la causa dell’Unione con un ardore mistico; egli guidò il suo popolo là dove erano i suoi fondamentali interessi storici ma gli infuse lo spirito di combattenti per una crociata umanitaria, ideale, che trascese gli obiettivi nazionali. E questa è una posizione tipica a cui si presta ottimamente la mentalità americana. Il problema non era un problema di diritto i cui termini erano e sono inestricabili; era un problema di forza, e come tale fu risolto”. L’attenzione sulla schiavitù “servì a nascondere, a confondere i termini sostanziali dell’urto”. Se gli stati nordisti “fossero stati sinceramente democratici avrebbero dovuto lasciare andare per loro conto quelli che se ne volevano andare. Essi sfruttarono abilmente l’arma ideologica e umanitaria della schiavitù che forse non opportunamente il Sud aveva impugnato come l’arma legalitaria per ottenere il ristabilimento di una parità ormai tramontata” nel rapporto di forza parlamentare rispetto agli stati settentrionali. Gli stati meridionali difendevano i loro interessi nell’ambito della legge perché la Costituzione americana non impediva agli stati la secessione e al contempo non condannava la schiavitù ma solo, pilatescamente, proibiva l’importazione di nuovi schiavi. Era facile per il Nord levarsi contro la schiavitù perché il suo modello industriale favoriva semmai la promozione sociale richiedendo la formazione di manodopera specializzata. Il modello economico del Sud dipendeva invece dal lavoro a costo infimo di molte braccia, e quella società non poteva permettersi alcun discorso di promozione sociale, né tanto meno di uguaglianza. Le accuse che giungevano dal Nord venivano bollate come ipocrite e rinviate al mittente. I sudisti sostenevano che nessuna legge naturale proibiva la schiavitù, neppure la Bibbia che condannava solo il trattamento disumano. D’altronde che i nordisti guardassero in casa loro, agli orrori dello schiavismo industriale che sfruttava con misere paghe la fatica delle donne e dei fanciulli.

Che lo schiavismo c’entrasse poco con la guerra di secessione lo dimostra il fatto che ben quattro stati schiavisti erano schierati con il Nord: Kansas, Missouri, Kentucky e Virginia Occidentale. Mentre altri quattro stati, i due Dakota, il Nebraska e l’Oklahoma, quest’ultimo schiavista, si mantennero neutrali. Il comandante dell’esercito confederato, Robert E. Lee, quando la questione della schiavitù cominciò a scottare, liberò i suoi schiavi e scrisse: “La schiavitù è un male morale e politico in qualsiasi società, un male maggiore per i bianchi che per i negri”. Egli non combatté pertanto a difesa dello schiavismo. L’abilità di Abraham Lincoln fu quella di mascherare una sporca guerra di riconquista con la nobile causa abolizionista. Lincoln non amava la schiavitù, la riteneva anacronistica ed espressione di una cattiva politica economica: fu infatti contrario alla sua introduzione nei Territori, cioè negli stati di nuova costituzione poiché la concorrenza della manodopera gratuita avrebbe impedito ai bianchi poveri la possibilità di crearsi una posizione economica. Allo stesso tempo egli aveva criticato le campagne abolizioniste, ritenendole demagogiche e irrealistiche. E in tal senso propose un emendamento nella Costituzione in cui si affermasse che “Il governo federale non interverrebbe mai nelle istituzioni domestiche degli Stati, includendo quella delle persone tenute al servizio”. Lincoln non amava la schiavitù per mere ragioni d’opportunità.

Ciò che a lui stava veramente a cuore era l’unità della nazione; era questo per lui l’ideale supremo, da perseguire anche a costo di mettersi contro la Costituzione. Lo affermò chiaramente: “L’Unione è molto più antica della Costituzione; uno stato non si può mettere fuori dall’Unione di sua spontanea volontà: L’Unione non è rotta e curerò perché le leggi dell’Unione siano fedelmente eseguite”. Tutte le altre cause, compresa la schiavitù, erano solo carte da giocare in un modo o nell’altro in questa partita. «Nel corso dei dibattiti precedenti alla guerra, giornali e oratori politici avevano spesso usato uno slogan tratto dalla Bibbia: “Una casa divisa non può resistere”. Due anni prima di diventare presidente, Lincoln aveva chiarito il suo pensiero in proposito: “Credo che questo governo non potrà restare per sempre mezzo schiavista e mezzo antischiavista. Io non mi aspetto che l’Unione si dissolva; non mi aspetto che la casa crolli; penso però che cesserà di essere divisa. Diverrà una cosa o l’altra”». (Alistair Cooke, America, Fabbri, 1976, p. 203). Ancora più esplicita la sua dichiarazione al giornalista Horace Greeley, del New York Times, in un'intervista dell'agosto 1862: “Il mio obiettivo supremo in questa battaglia è di salvare l'Unione, e non se porre fine o salvare la schiavitù. Se potessi salvare l'Unione senza liberare nessuno schiavo, io lo farei; e se potessi salvarla liberando tutti gli schiavi, io lo farei; e se potessi salvarla liberando alcuni e lasciandone altri soli, io lo farei anche in questo caso. Quello che faccio a riguardo della schiavitù, e della razza di colore, lo faccio perché credo che aiuti a salvare l'Unione”. E così, infatti, egli agì. A lui si dà il merito d’aver liberato gli schiavi con il suo Proclama di Emancipazione in vigore dal 1° gennaio 1863. Ciò però che in genere si omette di definire sono i destinatari di tale Proclama e le ragioni, da Lincoln stesso ammesse, per cui esso fu promulgato. Come argutamente notò lord Palmerston: “Il signor Lincoln si impegnò ad abolire la schiavitù dove non aveva alcun potere di farlo, e la protesse dove poteva distruggerla”.

Infatti spesso si dimentica di dire che questo commovente documento riguardava solo gli stati del sud su cui Washington non aveva giurisdizione, e specificamente solo le aree della Confederazione non ancora controllate dall’Unione; non riguardava gli schiavi dei territori occupati e degli stati unionisti soggetti alla giurisdizione di Washington, e quindi di Lincoln, che pertanto non furono liberati. Che senso aveva questa mossa, di fatto inconcludente ai fini dell’emancipazione effettiva degli schiavi? Un gesto propagandistico? Certo, fu anche questo: perché offriva all’opinione pubblica del nord una nuova e nobile motivazione per continuare a combattere. Ma il Proclama era ancor più sottilmente finalizzato al supremo obiettivo di salvare l’unità della nazione. Nel testo stesso si legge che esso veniva adottato “come misura bellica conveniente e necessaria per annientare la sopraddetta ribellione”, cioè la secessione degli stati confederati. Esso minacciava gli stati “ribelli”, a meno di una resa incondizionata, di liberare tutti i loro schiavi. Il che significa che se essi si fossero arresi avrebbero potuto mantenere la schiavitù. Una prova ulteriore che della schiavitù in sé a Lincoln importava ben poco. Il proclama inoltre sarebbe servito anche in caso di ostinazione dei confederati; perché autorizzava l’esercito dell’Unione ad arruolare gli schiavi del nemico, man mano che li liberava, per farli combattere contro i loro ex padroni. “L’uso delle truppe di colore – osservò lo stesso Lincoln – costituisce il colpo più pesante finora sferrato alla Ribellione”. E ancora: il Proclama ebbe l’effetto di dissuadere diverse nazioni europee, soprattutto Francia e Inghilterra, dal riconoscere la Confederazione e dal fornirle apertamente un sostegno. Molti dirigenti europei infatti non nascondevano la loro simpatia per i sudisti ma tutti i partiti erano decisamente antischiavisti, e dopo la presa di posizione dell’Unione nessun Governo avrebbe potuto appoggiare la Confederazione senza inimicarsi la propria opinione pubblica. Con il Proclama Lincoln otteneva tutti questi risultati senza dover dare una soluzione definitiva al problema. Un vero capolavoro d’ipocrisia che tirava in ballo una cosa per conseguirne un’altra.

L’atteggiamento blandamente e strumentalmente antischiavista di Lincoln si spiega con il fatto che egli, come buona parte dei suoi concittadini, era razzista. La cultura dell’americano medio era quella sviluppata nel mito del “self made man”, mito violento e appunto razzista, che esalta le abilità di uomini e gruppi, a discapito del principio che l’uomo è degno di rispetto per il solo fatto d’essere uomo. E proprio perché figlio del suo tempo, Lincoln non nascondeva affatto le sue idee razziste; anzi, le usava per spiegare le motivazioni delle sue convinzioni antischiaviste che non scaturivano da sentimenti egualitari. Al contrario egli considerava lo schiavismo causa di promiscuità tra bianchi e neri, e, favorendo il concubinaggio, della deprecabile produzione di mulatti. Per lui era quindi opportuno tenere separati i due gruppi etnici, possibilmente deportando tutti i neri ad Haiti o in Africa. Il suo era pertanto un antischiavismo segregazionista. Nel corso della campagna elettorale del 1848 egli affermò: "Devo dire che non sono, e non sono mai stato, favorevole a promuovere in alcun modo l'uguaglianza sociale e politica tra la razza bianca e quella nera; devo aggiungere che non sono mai stato favorevole a concedere il voto ai negri o a fare di loro dei giurati, né ad abilitarli a coprire cariche pubbliche, o a permetter loro matrimoni coi bianchi; riaffermo che esiste una troppo spiccata differenza tra la razza bianca e quella negra, e che questa diversità impedirà per sempre alle due razze di vivere insieme in termini di uguaglianza sociale e politica... finché la convivenza sarà necessaria, dovrà pur mantenersi un rapporto da superiore ad inferiore, e io, come ogni altra persona ragionevole, sono ovviamente a favore del ruolo dominante della razza bianca." Nel 1857 rincarava la dose con queste parole: “Esiste un naturale disgusto da parte di quasi tutti i bianchi all'idea di una mescolanza indiscriminata della razza bianca e di quella negra. Da parte mia, protesto contro quel tipo di logica bastarda secondo la quale dal fatto che io, ad esempio, non voglia avere come schiava una donna negra, si deduce che debba necessariamente poterla volere come moglie... Io non ho bisogno né dell'una né dell'altra... Sotto molti aspetti essa non è infatti uguale a me. Per me, la separazione delle razze costituisce l'unico sistema per evitarne la mescolanza”.

La “missione” di salvare l’Unione costò un prezzo altissimo. Dopo la seconda guerra mondiale neppure la Germania era devastata quanto il sud al termine della guerra civile. Fu il primo conflitto moderno, che introdusse molte novità nel campo della tattica: la guerra di trincea, le incursioni notturne, l’impiego del filo spinato, le bombe a mano, le mitragliatrici, i lanciafiamme, le mine, le navi e i treni corazzati, i siluri. Esso ispirò i manuali di tutte le accademie militari del mondo occidentale sino alla seconda guerra mondiale. Si stima che costò in termini di risorse economiche, attualizzando, 69 miliardi di dollari. In termini di vite umane superò abbondantemente la somma dei morti americani nella prima e nella seconda guerra mondiale: vi persero la vita per ferite o per malattie 620 mila soldati, 360 mila unionisti e 260 mila confederati. Aggiungendovi le vittime civili si arriva al milione di morti. Per distruzione di uomini e di beni superò tutte le campagne napoleoniche, compresa quella di Russia.

La determinazione con cui i confederati si batterono non si spiega con la sola difesa dell’economia schiavista. “La schiavitù da sola non sarebbe stata capace di tenere uniti proprietari terrieri e cacciatori di frontiera, commercianti e agricoltori di montagna, bianchi poveri e persino soldati dalla pelle nera. I sudisti provavano un sentimento sconosciuto ai nordisti: quello di appartenere a una patria comune” (A. Cooke, op.cit. p. 206). «Per il Sud più che la schiavitù era in gioco il principio di autonomia degli stati i quali erano entrati liberamente nell’Unione e liberamente potevano uscirne. Non c’erano dubbi in proposito per gli uomini del sud; lo spirito e la lettera della Costituzione non obbligavano uno stato ad essere membro della Confederazione contro la sua volontà. Il predecessore di Lincoln, Buchanan, vedendo addensarsi la bufera, diceva: “Lasciate che le sorelle erranti se ne vadano tranquillamente”» (A. Signoretti, op.cit. p. 67). Ma Lincoln non lasciò andare le sorelle erranti. La secessione non coincideva con l’idea del legame indissolubile che per lui costituiva l’Unione, e non coincideva con gli interessi economici e industriali del nord.

Valse la pena, tutto il sangue versato? Forse sarebbe valsa se la vera causa dello scontro fosse stata l’emancipazione degli schiavi, perché mai alcun prezzo è troppo alto quando la posta in gioco è quella di restituire agli uomini libertà e dignità. Ma non fu questa la vera causa del conflitto, e la gente di colore, anche dopo l’emancipazione, rimase sottomessa, discriminata e sfruttata. E non poteva essere diversamente in un contesto culturale dove democrazia e disuguaglianza poterono coesistere tranquillamente per oltre un secolo ancora, fino alla stagione delle lotte per i diritti civili di cui fu apostolo Martin Luther King.

Ma Lincoln non fu l’apostolo dell’uguaglianza e della libertà. Egli fu un politico estremamente abile e astuto, razzista quanto l’elettorato che lo aveva espresso, antischiavista quanto poteva tornargli utile nella missione di salvare l’Unione. Per sua stessa ammissione. Non fu un gangster al potere come Hitler o Pol Pot. Non fu un tiranno, e permise la più ampia libertà di critica contro la sua amministrazione sia al Congresso che sulla stampa e nei comizi pubblici. Licenziò gl’incompetenti e affidò gl’incarichi direttivi a persone capaci, senza riguardo al colore politico, alle amicizie o al grado. Fu sicuramente un politico di razza e fu magnanimo con i nemici sconfitti che egli considerava solo avversari. Così magnanimo che, se non fosse stato fermato dal suo assassino, avrebbe probabilmente rivisto, rallentandolo, il suo programma di emancipazione degli schiavi. Egli era convinto che lo schiavismo fosse un anacronismo destinato ad estinguersi da solo, probabilmente entro il 1900, se solo ci si fosse limitati a circoscriverlo alla sua area storica. Non va dimenticato che il 13° emendamento, a cui pure egli stava lavorando, quello sull’emancipazione degli schiavi su tutto il territorio dell’Unione, venne approvato solo dopo la sua morte.

Eppure il suo nome rimase legato al suo sovrastimato Proclama di Emancipazione. Attorno a lui crebbe il mito, a dispetto delle sue dichiarazioni e dei suoi atti palesi. A ciò contribuì certamente la fine tragica che lo colpì. In fondo il sudista Booth, uccidendolo, gli rese un favore, perché lo fermò nell’attimo in cui massima era la sua gloria e prima che potesse occuparsi (forse meglio di chi gli successe) dei gravi problemi indotti dalla guerra. Così la sua popolarità, che non fu mai molta in vita, crebbe a dismisura dopo la morte fino a superare quella di Washington e di Jefferson. Ho potuto constatarlo personalmente. Di fronte alla sua effige marmorea, che si trova all’interno della Casa Bianca, espressi un commento poco lusinghiero e una mia cugina americana ne fu profondamente indignata. In quel momento, se avesse potuto, mi avrebbe fulminato. Noi italiani, per millenni tenuti separati dalla politica della Chiesa, terra di conquista di tedeschi, francesi e spagnoli, angariati dai Borbone, dai Savoia e da Mussolini, vessati da governicchi che raramente hanno espresso veri statisti, tutti presi a confondere gl’interessi pubblici con quelli privati e a favorire gli amici degli amici, non possiamo comprendere il patriottismo degli americani. Anch’esso tuttavia è costruito su miti sopravvalutati. Quando uomini esaltano altri uomini non può che essere così. Condivido perfettamente il pensiero, che qui riporto, dello storico Paolo Deotto: “E' bello, e soprattutto tranquillizzante per la coscienza, pensare che gli avvenimenti storici siano determinati da grandi ideali. L'eroe purissimo che combatte per una santa causa e la vince (o, meglio ancora, la causa vince ma lui muore, pronunciando però un attimo prima di morire alcune frasi memorabili), è una figura fiabesca così bella che diventa facile credere che esista o sia mai esistita. Senza fare la figura dei cinici sfrenati, vorremmo notare come i Grandi Ideali difficilmente siano la causa dei grandi rivolgimenti politici, delle guerre, e di tutte le altre amenità che costellano la vicenda umana. E questo per un semplice motivo: chi realmente persegue i Grandi Ideali, se questi sono realmente Grandi, in genere non aspira al Potere, non raggiunge quelle posizioni di dominio che permettono di incidere sulla vita degli uomini e sulla politica. Nulla vogliamo togliere alla forza morale degli Ideali e di chi onestamente vive per essi; ma la forza morale è determinante solo sull'onda lunga dei decenni, se non dei secoli, e con modalità che non sono mai quelle della violenza che tanto caratterizza la storia umana”.

Ci vada cauto, pertanto, Obama con i parallelismi storici. Non solo perché nessun periodo contemporaneo può essere una replica del passato, ma perché gli uomini sono modelli imperfetti che inevitabilmente nascondono scheletri negli armadi. I modelli servono, ma a patto di non identificarvisi troppo. Così come aiuta riconoscersi in una comunità, possibilmente sana, ma senza scadere nella retorica patriottarda. Occorre conservare un sano realismo. È ancora presto per esprimersi sulle motivazioni profonde che hanno spinto il neopresidente a imbarcarsi in quest’avventura. Ha tuttavia bisogno di tutti i nostri auguri perché, anche concedendogli la buonafede, molte saranno le lusinghe e gli ostacoli che incontrerà sul suo cammino. L’entusiasmo della folla (mista a lacrime di commozione) durante la cerimonia d’insediamento è più che comprensibile. Le cose non vanno bene. Gli egoismi, l’intolleranza, la congiuntura economica, appaiono stringere sempre più non solo gli americani ma l’intera umanità in una morsa che non preannuncia nulla di buono. Non a caso la cerimonia è stata seguita con attenzione in mondovisione. La gente chiede per sé pace e giustizia, ma, purtroppo, è meno incline a concederla agli altri. Obama ha riconosciuto che le più gravi piaghe sociali sono prodotte dall’egoismo, dall’individualismo e dall’indifferenza verso il prossimo, in altre parole dal deficit morale. Non sono cioè semplici problemi tecnici superabili con una buona legge o un piano programmatico; sono ancor prima problemi morali radicati nella natura umana che possono trovare soluzione in un cambiamento non solo politico ma anche nei cuori e nel modo di pensare. Certo, la politica, che per sua funzione è limitata agli interventi esterni, può e deve assecondare questo processo; ma per trasformare i cuori ci vuole anche altro. Più che mai oggi non è tempo di retorica ma di preghiera.

Per approfondire: Dio approva la schiavitù?

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martedì 1 luglio 2008

Una civiltà al crepuscolo

La notizia che oggi mi sento di commentare è quella dell’esperienza capitata a Pasquale Tintillini Di Palma, un autista delle linee urbane della Capitale. Il 16 giugno, attorno alle 16,20, un passeggero comincia a sentirsi male. Di Palma impugna il cellulare e chiama il 118 per un’ambulanza. Le condizioni del passeggero tuttavia continuano a peggiorare, perde i sensi. Il solerte conducente allora comunica l’emergenza alla centrale operativa e chiede l’autorizzazione a deviare verso il più vicino ospedale. L’autorizzazione viene subito concessa e il nostro autista riparte verso il Sant’Eugenio. Lungo il tragitto richiama il 118 per annullare la chiamata dell’ambulanza. Giunto davanti al pronto soccorso, Di Palma tira un sospiro di sollievo e corre all’interno per chiedere aiuto. Ma dall’ospedale gli rispondono che loro non sono autorizzati ad uscire fuori per prendere le persone che si sentono male: “deve chiamare un’ambulanza”, gli suggeriscono. Il conducente non crede alle sue orecchie: il mondo sembra crollargli addosso. Torna indietro. Il passeggero giace esanime sul pavimento del bus. Che fare? Non resta che chiamare per la terza volta il 118 e chiedere di nuovo l’ambulanza con i tempi che frattanto s’allungano. Fortuna vuole che un’altra ambulanza con un ferito a bordo arrivi in quel momento: l’autista e i passeggeri del bus si precipitano in strada, segnalano al mezzo di fermarsi e spiegano il problema. C’e un medico a bordo che accetta di scendere per soccorrere il viaggiatore mentre l’ambulanza entra al pronto soccorso per scaricare il ferito, poi esce nuovamente, carica il passeggero e lo porta all’interno dove finalmente può essere consegnato al personale dell’ospedale. La procedura è salva e forse anche la vita – di fatto meno importante – del malcapitato passeggero.

Con questo non vogliamo dire che negli ospedali di Roma siano più disumani che altrove. Capita sentire notizie analoghe giungere anche da altre città. Come quella dell’uomo morto d’infarto sul marciapiede del Mauriziano di Torino, a pochi metri dall’ingresso, perché i medici del pronto soccorso s’erano rifiutati d’intervenire pur sapendo che, per gli infartuati, i primi 20 minuti sono decisivi. Pochi mesi più tardi l’episodio si è ripetuto all’ospedale di Moncalieri. Un anziano di 69 anni avverte un malore mentre è sul pullman e si accascia. L’autista chiama il 118 ma l’ambulanza tarda ad arrivare. Questi allora decide di recarsi a piedi all’ospedale Santa Croce, che dista ottanta metri da lì, per chiedere aiuto ma i medici gli rispondono di non poter uscire dal nosocomio: che si rivolga al 118, cosa, che in realtà, era già stata fatta. Allora, in un ultimo disperato tentativo di salvare la vita al povero anziano, l’autista cerca di raggiungere il pronto soccorso con il pullman ma la strada d’accesso è troppo stretta per il grosso mezzo. Suo malgrado deve desistere, e quando l’ambulanza arriva è ormai troppo tardi: l’uomo è già morto a neppure un centinaio di metri dall’ospedale.

Ce n’è abbastanza per riflettere. Ma vi aggiungerei pure alcune osservazioni che dei lettori si sono scambiate a commento della prima notizia, quella di Roma. La reazione più diffusa è stata la rabbia e lo sdegno; ma c’è pure stato un lettore, probabilmente un medico che presta servizio sulle ambulanze, che ha difeso il comportamento dei colleghi. Ha anche portato ad esempio un episodio successogli mentre era in servizio: un tizio era scivolato sulla rampa esterna del pronto soccorso, facendosi male. Anche in quell’occasione i medici non uscirono per soccorrerlo. Fu allertato il 118 ed egli arrivò con la sua ambulanza per soccorrere il ferito e trasportarlo all’interno del pronto soccorso che da lì distava trenta passi. Sul momento – continua il lettore – egli rimase sorpreso e contrariato dall’accaduto. Poi però, ragionando a mente fredda, ha “capito che probabilmente è giusto che la questione sia organizzata in questo modo (anche perché il Tizio mica stava morendo!)”. “È giusto che sia così, per motivi innanzitutto legali e anche organizzativi interni”. Poi se si constata che questa formula organizzativa presenta delle crepe allora è giusto ripensare le regole “sempre nell’interesse generale dei cittadini che prima di tutto è legato ad una buona organizzazione del servizio e non all’estemporaneità di certi comportamenti alla vecchia maniera, come quello dell’autista… che in buona fede ha combinato un gran casino che non doveva combinare”.

Risponde, a questo lettore, una lettrice che ne contesta il ragionamento sul piano sia della logica organizzativa che umano. Mettiamo – ipotizza la lettrice – che non si trovasse subito disponibile l’ambulanza che avrebbe potuto salvare una vita umana perché impegnata “sulla rampa di un pronto soccorso a soccorrere uno che era solo scivolato ma che i sanitari del pronto soccorso medesimo, distanti da lui solo trenta passi, avevano inspiegabilmente deciso di non soccorrere fino all’arrivo del 118, perché tanto, dalla finestra, avevano visto che non stava mica morendo. Il che è un comportamento da incivili disumani e bastardi, è contrario al giuramento di Ippocrate, costituisce un inutile spreco di denaro a carico del SSN, una indebita sottrazione di risorse per chi avesse dovuto averne realmente bisogno ed è configurabile come reato di omissione di soccorso… Ci lamentiamo degli stupri che avvengono sotto gli occhi dei passanti indifferenti, e poi è questo l’esempio che arriva dai servizi dello Stato? E se lo scivolato e abbandonato fosse stato tuo padre, ragionando a mente fredda, l’avresti vista allo stesso modo?”

Un’altra lettrice si è limitata a riferire la propria esperienza con i sanitari del Sant’Eugenio: “Lì ho trovato solo arroganza, voglia di lavarsi le mani, poca umanità… il paziente è trattato come un pacco o una seccatura…”

Che dire? Gli spunti di riflessione non mancano anche per esprimere in senso rivendicativo la nostra indignazione, per tornare sul discorso infinito della malasanità. Ma non è questa la sede per dibattere, da tale prospettiva, su questo pur giusto argomento. Ci sono sedi più qualificate come le associazioni dei consumatori, i blog di denuncia sociale o persino i telegiornali satirici che si occupano quotidianamente dei cattivi servizi resi alla collettività. Lo scopo del nostro blog è invece quello di cogliere lo spirito del tempo, e quindi di risalire alle motivazioni che stanno dietro ai comportamenti umani in questo preciso contesto storico. Possiamo anche parlare di malasanità, di regolamenti, di organizzazione e di procedure, ma non dovremmo perdere di vista l’obiettivo che ci siamo posti.

Molti di noi hanno messo piede in un pronto soccorso per un’emergenza sanitaria personale o anche occorsa ad una persona cara. E lì ci siamo accorti del carico di lavoro a cui sono sottoposti i vari operatori e della necessità ed utilità di un’organizzazione che si appoggi a procedure ben definite. Facilmente avremo letto su un cartello o su una targa la strana parola “Triage”, un termine francese che indica il metodo di selezione e smistamento dei pazienti, che avviene non in base all’ordine d’arrivo ma sulla gravità delle loro condizioni. Proprio per questo viene assegnato un codice definito con un colore che va dal rosso (per le situazioni più gravi) al verde e persino al bianco per le situazioni improprie che non richiedono un intervento sanitario urgente. Nell’interesse di tutti, e in particolare di chi ha veramente bisogno, non è giusto affidarsi ad un criterio così congegnato? Come pensare allora che da una buona organizzazione possano derivare azioni disumane come quelle che abbiamo pocanzi descritto?

In genere ci si accorge dell’esistenza di regole e di norme quando ci si nasconde dietro ad esse per giustificare atteggiamenti moralmente discutibili. Conosco medici “della mutua” che, per rilasciare una certificazione, fanno pagare 50 euro e più ad anziani soli che vivono con poche centinaia di euro al mese. Quando si contesta loro questo comportamento, appunto, moralmente discutibile, essi si giustificano appellandosi al regolamento del loro Ordine che imporrebbe tassativamente – a rischio di sanzioni – di far pagare sempre le certificazioni rilasciate, secondo un ben preciso tariffario. Come spiegare allora il fatto che il mio medico curante non ha mai chiesto un soldo per rilasciare certificati? E come lui, so, fanno tanti altri.

Non so se i regolamenti che disciplinano le procedure delle unità di pronto soccorso vietino espressamente di soccorrere chi si trova fuori dalla struttura ma nelle immediate adiacenze. Leggevo che il procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello aveva aperto un’inchiesta sui due casi avvenuti nel Torinese, ed uno dei punti che intendeva chiarire era proprio se esiste un regolamento che vieti ai medici in servizio di intervenire fuori dall’ospedale. D’altra parte l’allora assessore regionale alla sanità, Mario Valpreda, aveva assicurato che una sua circolare “impone ai medici di pronto soccorso di intervenire in casi urgenti anche nell’area intorno all’ospedale”.

Non di rado ci si attacca all’osservanza letterale della norma per poterne trasgredire lo spirito. Questo rispetto scrupoloso solo formale, che il mio professore di Diritto definiva “santificazione della norma”, non ha a cuore la soluzione del problema ma è perseguita per cautelarsi da eventuali responsabilità di tipo disciplinare, civile, penale, ecc. Il bello è che chi lavora in questo modo può anche convincersi di compiere il proprio dovere e di essere eticamente irreprensibile. Poi magari, nel caso del medico, agisce con arroganza e poca umanità, tratta il paziente come un pacco o una seccatura e, se può, se ne lava volentieri le mani; e non fatica neppure a trovare delle giustificazioni plausibili al proprio operato.

D’altronde si suppone che un regolamento che riguarda la salute e la vita della gente non sia concepito per metterle a repentaglio. Semmai va detto che le norme vengono stabilite per prevenire abusi e omissioni o, comunque, per porvi rimedio. È anche vero che se i comportamenti devianti sono troppi e generalizzati anche le norme finiscono per diventare tante, rigide e opprimenti. Certo oggi c’è pure la tendenza a razionalizzare e prevedere tutto; modernità fa rima con uniformità e sistema di qualità, pensati per migliorare l’efficacia e l’efficienza delle organizzazioni sia che producano beni sia che offrano servizi. E questo porta al moltiplicarsi di norme e procedure rigide. Basti pensare alla soffocante burocrazia di Bruxelles che scodella regolamenti e direttive che si ingeriscono in tutte le attività dei cittadini. Ormai è proibito persino servirsi della zuccheriera al bar e fra poco sarà fuorilegge anche sostituire una lampadina in casa. Un’organizzazione che risponde a questa logica, anche se volta alla sicurezza delle persone, di fatto non pone le loro esigenze al primo posto: è asettica, spersonalizzante, soffocante. Così la solidarietà dell’autista romano viene stigmatizzata e retrocessa a “estemporaneità di certi comportamenti alla vecchia maniera”. Una organizzazione esasperata non è necessariamente la risposta che ci si aspetta da chi governa la cosa pubblica. Basti considerare la crescente insofferenza con cui la gente guarda alla burocrazia di Bruxelles che, appunto, codifica le nostre azioni fino all’esasperazione.

Nell’un caso o nell’altro, tuttavia, va preso atto che le regole e i protocolli organizzativi non sono costruzioni astratte ma si edificano sui comportamenti e sullo spirito del corpo sociale. Come dire che, sia che servano a contenere le nostre intemperanze sia che esprimano la nostra anima collettiva, essi sono di fatto quello che ci meritiamo. Se certi comportamenti c’indignano, vediamoli come la spia di qualcosa che non funziona nel nostro corpo sociale. Il dottore che non soccorre, che deruba i vecchietti, che nulla ferma pur di far carriera, che guarda il mondo dall’alto in basso, non è un alieno, è uno di noi a cui sono stati concessi più strumenti per esprimersi e che segue un trend generale.

Il 41° rapporto del Censis, pubblicato alla fine dello scorso anno, traccia un quadro desolante sulle condizioni sociali del nostro Paese. Qualcosa s’è rotto nel profondo della società italiana che è diventata più egoista e individualista, afferma il prof. De Rita, ove per libertà s’intende unicamente la disponibilità di se stesso. “Una società mucillagine dove tutte le componenti stanno insieme perché accostate, non perché siano integrate”. Una società che ha perso le passioni, e che ha solo impulsi; che fa dell’aggressività la modalità espressiva quotidiana, come gli stadi e le famiglie insegnano. In casa aumentano le violenze e le separazioni. Una vera “degenerazione antropologica”. Le pulsioni frammentate vincono sulle passioni unificanti. De Rita, citando Melanie Klein, individua la crisi “nella regressione individualistica di tutti i valori di riferimento – laici e religiosi, dalla libertà al lavoro all’etica pubblica – un tempo interpretati collettivamente”. Mentre il Paese si disperde in una “mucillagine di elementi individuali e di ritagli personali tenuti insieme da un sociale di bassa lega, e senza alcuna funzione di coesione da parte delle istituzioni”, la società italiana sta diventando una “poltiglia di massa”, sfilacciata, inconcludente e senza sguardo al futuro. La sensazione diffusa è quella “di una deriva verso il peggio in tutti i campi della vita individuale e collettiva, dalla politica allo smaltimento dei rifiuti”. L’Italia non è ancora un paese povero ma è più ingiusto e disilluso. Esistono delle realtà produttive e vitali che però non si generalizzano in “uno sviluppo di popolo”. La crescita promossa dalle minoranze attive “non riesce a percolare”. “Non abbiamo più fiducia nello sviluppo di popolo che ha dato vita al boom economico degli anni ’50, all’industrializzazione di massa degli anni ’70, alla lotta al terrorismo”. Il nostro è un “boom silenzioso che non fa sviluppo, non fa legame, non fa progetto, non fa speranza”.

Opportuno il riferimento al boom economico degli anni ’50. Quel “miracolo economico” fu possibile grazie al basso costo del lavoro. L’alto tasso di disoccupazione e il potere fiacco dei sindacati contribuirono a contenere le richieste di aumenti salariali. Ma vi era un’altra ragione che concorse a non far schizzare in alto il costo del lavoro non solo dei salariati. Il Paese era appena uscito da un conflitto disastroso, da una grande calamità. Gli uomini sanno dare il meglio di sé in tempo di calamità. Basti pensare ai disastri naturali, come i terremoti o le alluvioni, quanta gente mobilitano; mobilitano gli speculatori e i profittatori, è inevitabile, ma accorrono anche tante persone che condividendo il disagio con le vittime offrono gratuitamente il loro soccorso. Gli anni del dopoguerra e della ricostruzione furono anni in cui diffuso era lo spirito di solidarietà e di comunità.

Oggi ci troviamo invece in fase di “regressione individualistica” che è giusto il contrario della solidarietà. Ognuno pensa per sé e per lui le parole quali popolo, cultura, scuola, istituzioni non significano più nulla, osserva il presidente del Censis. Per cui quando i “partiti del popolo”, quali quelli guidati da Veltroni o da Berlusconi, propongono progetti di “sviluppo collettivo in cui ci stiamo tutti” le loro proposte appaiono prive di senso. Berlusconi è più ascoltato quando lancia messaggi di rassicurazione agli individualisti; quando dice: “Sono come voi. Seguitemi, votatemi, e vi arricchirete come io mi sono arricchito”.

In un sagace articolo, pubblicato a gennaio su La Stampa, Lietta Tornabuoni si chiede come mai in un tempo di salari scandalosamente bassi i ristoranti costosi sono sempre pieni, i negozi alla moda vendono come niente borsette da 1500 euro, le agenzie di viaggi e i saloni d’auto di lusso fanno affari d’oro, le boutique di alimentari pregiati “dove il gorgonzola costa più dell’oro” continuano a vendere senza cali ostriche, caviale, salmone, champagne e simili, e le file più lunghe per i saldi si fanno in via Condotti a Roma e in via Montenapoleone a Milano. Come si spiega questo volume d’affari in tempi di congiuntura? “Si spiega forse con il fatto che tra ricchi e poveri esiste ora una terza (o quarta, o sesta) classe sociale: i ladri. Compresi truffatori, imbroglioni, profittatori, autori di furti di Stato eccetera. Non sono pochi: le cronache di arresti repentini ce ne fanno scoprire a centinaia. Non sono raffinati: la ricchezza illegale non servirà certo loro per comprare inarrivabili disegni di Michelangelo, ma per far proprie le cose della fisicità, mangiare, bere, vestire, guidare, viaggiare, apparire, pavoneggiarsi”.

In tempi di regressione individualistica e di mancanza di senso della collettività l’unico valore che conta è il proprio immediato tornaconto. S’insegna che la morale non c’entra con gli affari e che l’unica legge che conta è quella del mercato. Qualsiasi prezzo è accettabile finché qualcuno compra. Così si regolano i bottegai, gli artigiani e i liberi professionisti; e tra i lavoratori dipendenti quelli organizzati in categorie forti. Ma questa sfrenata avidità si paga. Ricordiamo tutti il film di Dino Risi I Mostri. Quell’episodio dal titolo: L’educazione sentimentale. Lì un padre (interpretato da Ugo Tognazzi) educa e inizia alla vita sociale il figlio ricorrendo ad esempi ed insegnamenti ispirati a un’assoluta disonestà e alla più totale mancanza di rispetto per gli altri. Il figlio imparerà così bene la lezione da uccidere il genitore per derubarlo. Ricordo il mio barbiere che, approfittando dell’ingresso dell’euro, subito raddoppiò la tariffa; ed ebbe anche la faccia tosta di lamentarsi con noi clienti della disonestà di tanti che avevano aumentato i prezzi senza alcuna giustificazione. I furbi incontreranno sempre qualcuno più furbo sulla loro strada. “Saranno allo stesso tempo imbroglioni e imbrogliati” (2Tm 3,13), prevede l’apostolo Paolo. Ma la pagheranno anche perché chi avvelena l’acqua del proprio pozzo finisce avvelenato. Se un sistema cade in balia delle furberie di molti, prima si destabilizza e poi crolla. Lo vediamo già adesso con l’impoverimento della classe media che vive di lavoro dipendente. Ma lo vediamo anche con lo smantellamento dello stato sociale perché i suoi costi sono diventati insostenibili. Lo stesso servizio sanitario ha raggiunto un livello di spesa difficilmente tollerabile non perché una volta ci si ammalasse di meno ma perché tutto oggi costa molto caro (o, meglio, perché gli attori coinvolti pretendono compensi ingiustificabili). Sono brutti segnali, questi. E quando un sistema crolla non ce n’è per nessuno. Anche il cancro muore dopo essersi nutrito dell’organismo che ha parassitato, ma non per questo si pone il problema. È il tipico quadro delle società in declino, al contempo disperate e gaudenti.

Se in un’attività lavorativa di relazione manca la componente solidaristica, allora perché essa possa essere sopportabile bisogna alzare il livello delle altre componenti, soprattutto di quella economica e spesso a dismisura. Un detto popolare afferma che non c’è denaro a sufficienza per pagare il lavoro degl’indolenti. Lo stesso potrebbe dirsi per il lavoro degli egoisti. Il che significa che la loro prestazione non solo costa molto ma che anche si riduce all’indispensabile, cioè al minimo contrattuale. L’egoista si assume a malapena le responsabilità dovute, figuriamoci quelle non dovute. Questo vale in tutti i campi ed essendo una realtà generalizzata la troviamo del tutto “normale”; non ci aspettiamo nulla di diverso che la mediazione del solo profitto nel rapporto con il negoziante, l’idraulico, il notaio. Ci sorprende e ci disturba quando anche il medico si comporta allo stesso modo, perché diamo come intrinseca in questa professione una componente solidaristica. E infatti per molti è davvero così. Ma per molti altri non lo è. Allora quando un medico non solidale, motivato esclusivamente dal guadagno, dall’ambizione (sua o dei genitori) o, chessò, dal sex appeal, lascia morire un infartuato sulla soglia del pronto soccorso noi ci indigniamo. In realtà un medico non solidale è ancor prima un uomo non solidale, come ce ne sono tanti, forse la larghissima maggioranza, come indica il trend evidenziato dal rapporto del Censis. E allora è con questa società che dobbiamo prendercela, cominciando da noi stessi a fare esame di coscienza. È calzante quel commento sul film di Dino Risi: “I Mostri siamo noi. Uomini, donne e bambini qualunque che conducono un’esistenza che non pretende in alcun modo di essere speciale, né esclusiva”.