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mercoledì 21 gennaio 2015

La netturbina multata

Celia Prada, la soccorritrice
Lunedì 12 gennaio a Milano, in zona Isola, un pedone di 55 anni viene investito da uno scooter; dopo un balzo in aria l’uomo ricade immobile sull’asfalto. Celia Prada, una netturbina che stava svuotando dei cestini, avendo assistito alla scena lascia giù i sacchi della spazzatura e corre ad aiutare il malcapitato. Celia, che come tutti gli operatori pubblici ha frequentato un corso di primo soccorso, si dà da fare per rianimare il pedone che a causa dell’incidente è andato in doppio arresto cardiaco e gli salva la vita. L’ambulanza che giunge poco dopo preleva l’uomo ormai fuori pericolo e lo porta in ospedale, in codice giallo. Ci si aspetta che Celia riscuota l’elogio dei presenti, giusto? E invece no. Gli automobilisti bloccati, nonostante vedessero l’uomo a terra privo di sensi, suonavano il clacson e incitavano a sbrigarsi. Come se non bastasse, quando Celia torna al proprio camioncino trova i vigili che le stanno prendendo la multa perché aveva lasciato il mezzo in sosta vietata. Alle sue proteste, questi rispondono: “Ringrazia il cielo che hai salvato una persona. Accontentati e paga la multa”. Il fatto finisce sui giornali. I cronisti indagano e interrogano tutte le figure pubbliche che possano far luce sulla vicenda che appare paradossale. Il comando della polizia urbana afferma che il mezzo dell’Amsa (l’azienda milanese per la raccolta dei rifiuti) parcheggiato a ridosso delle strisce pedonali limitava la visibilità e poteva persino essere stato la causa dell’incidente. Il medico dell’ospedale Niguarda, intervenuto pochi minuti dopo l’incidente, fornisce un’interpretazione diversa dei fatti: “L’automezzo dell’operatrice Amsa – afferma – era di lato e non impediva la visuale, come ho scritto nella mia testimonianza. All’uomo non batteva più il polso e l’intervento della donna è stato determinante. La multa è assurda – conclude – così come incivile è stato il comportamento di molti automobilisti in via Alserio dopo l’impatto”. Anche i funzionari dell’Amsa affermano che la loro dipendente stava seguendo la procedura corretta nel muoversi da un cestino all’altro e nel fermare il mezzo accanto al singolo cestino da svuotare. L’Amsa s’è inoltre detta disposta a farsi carico della multa comminata alla dipendente. Stessa promessa è venuta dall’assessore alla Sicurezza Marco Granelli: “Il suo è un gesto di grande senso civico che merita riconoscenza – ha detto Granelli –. Sono pronto a farmi carico della sanzione”. Parole dette ai giornalisti. Intanto, per non ritrovarsi con una sanzione ancora più alta, alla povera netturbina non è rimasto che pagare la multa: quasi 60 euro.

Come commentare questo episodio di “ordinaria” vita di relazione?  Dico ordinaria perché sono anni che osserviamo il vivere civile nelle nazioni cosiddette sviluppate e di cultura cristiana. Nel 2008, ad esempio, abbiamo detto degli infartuati lasciati morire davanti alla soglia del pronto soccorso di alcuni ospedali perché il regolamento non prevedeva l’uscita in strada del personale ospedaliero, o dei medici di famiglia che rapinano i vecchietti con pensione minima chiedendo loro 50 euro per un certificato. In questa vicenda il medico dell’ambulanza ne esce bene ma ne escono male tutti gli altri: gli automobilisti che si trovano la seccatura del moribondo sul selciato che impedisce loro il passaggio, i vigili che multano l’eroina che ha abbandonato il mezzo in sosta vietata, l’assessore che approfitta dell’episodio per farsi propaganda politica, lo stesso pedone investito che, una volta dimesso, non s’è curato di cercare la sua salvatrice per ringraziarla. Il prof. De Rita ha definito la nostra una “società mucillagine” che sta insieme non per integrazione ma per accostamento, una società diventata più egoista e individualista, che intende la libertà come la mera disponibilità di se stessi; ove l’unico valore che conta è il proprio immediato tornaconto, ove l’unica legge che conta è quella del mercato e gli affari sono del tutto sganciati dalla morale. Persino gl’incaricati di pubblico servizio, cioè coloro che svolgono un lavoro al servizio della collettività, spesso si limitano a seguire il regolamento pedissequamente, nel rispetto della forma ma infischiandosene dello spirito. Giusto per non avere grane ed eventualmente per strappare una gratifica o un avanzamento di carriera. Insomma, tutto in funzione di se stessi e con buona pace del concetto di “prossimo” che a malapena si ferma ai familiari o a chi può esserci utile.

Ovviamente l’egoismo non è una caratteristica soltanto dei nostri giorni. La parabola del buon samaritano raccontata da Gesù ci offre un quadretto esemplare di società solidale. In quella storia erano quasi tutti giudei: il viandante sulla via per Gerico, i predoni che lo aggredirono, il sacerdote e il levita che lo scansarono e proseguirono per la loro strada. Dico quasi, perché l’unico che si degnò di soccorrere il malcapitato fu un samaritano: uno straniero e per giunta disprezzato. E la vicenda di Milano sembra quasi la riedizione della parabola dove son tutti connazionali tranne la soccorritrice. Infatti Celia Prada, la netturbina, è peruviana, e vive in Italia dai primi anni Novanta. L’aggravante rispetto alla parabola, è che la soccorritrice è stata sanzionata. È come se il levita avesse criticato l’azione del buon samaritano, chiedendogli di scostarsi dalla strada, e il sacerdote gli avesse chiesto un risarcimento per aver fatto quello che avrebbe dovuto far lui, recando pregiudizio alla sua immagine che sarebbe stata portata a esempio negativo per i seguenti duemila anni. Ciò significa che il XXI secolo è anche peggiore del I sec. d.C.? Una differenza sicuramente c’è e adesso la faremo notare.

Ci sono sempre state civiltà che si sono corrotte, perdendo la propria coscienza etica e religiosa. Anzi, ogni civiltà passa e ripassa per questa fase crepuscolare. Lo storico e filosofo Benedetto Croce, nel raccontare la Storia dell’Europa nel XIX secolo, indica questo percorso involutivo dovuto ad una progressiva perdita di valori. Quelli fondanti della civiltà europea derivanti dalla fede nella religione, nel razionalismo, nell’illuminismo e, in qualche modo, persino nel liberalismo. Sostituiti da un arrogante bismarckismo e industrialismo che avevano finito per foggiare “un torbido stato d’animo, tra avidità di godimenti, spirito di avventura e conquista, frenetica smania di potenza, irrequietezza e insieme disaffezione e indifferenza, com’è proprio di chi vive fuori centro, fuori di quel centro che è per l’uomo la coscienza etica e religiosa”. La conseguenza di questo squilibrio etico, di questa miscela di edonismo, irrequietezza e indifferenza, furono le due guerre mondiali del XX secolo. Poi ci fu la ricomposizione dei valori e la ricostruzione, con il boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta. Dopodiché una nuova perdita di valori a partire degli anni Settanta, con il ritorno ad un quadro simile a quello dell’Europa nella seconda metà del XIX secolo. Simile ma non identico. Manca infatti nell’attuale fase l’aggressività militare. Permane quella economica, aumenta quella sociale, ma quella militare latita. È come se le due terribili guerre mondiali, scatenate proprio dall’Europa, avessero prodotto degli anticorpi nel vecchio continente che hanno finora contrastato la rinascita del militarismo. E poi ovviamente c’è il deterrente dell’arma nucleare che scoraggia il ricorso alla guerra tra le grandi nazioni. Questo può sembrare un dato positivo, ed indubbiamente per molti aspetti lo è perché le guerre sono delle tragedie immani. Però è anche vero che le guerre da sempre hanno rappresentato un fattore riequilibrante nell’accumularsi delle ingiustizie che produce il vivere sociale. Hegel esaltava la guerra come strumento per preservare la “salute etica” di un popolo. La paragonava all’effetto rigenerante del vento: “Come il vento smuovendo le acque impedisce loro di ristagnare, la guerra impedisce allo stesso modo agli stati di fermarsi e corrompersi” (Lineamenti di filosofia del diritto, 1821). Agli israeliti che si corrompevano moralmente, Dio minacciava l’invasione da parte dei popoli stranieri. È come se la guerra resettando l’accumulo di posizioni giuste e ingiuste, facesse ripartire daccapo i popoli toccati dalla distruzione. E inoltre, dato che l’animo umano dà il meglio di sé nelle crisi umanitarie, i periodi di ricostruzione post-bellica sono caratterizzati da minore ingiustizia sociale. Oggi tutto questo manca e paradossalmente accelera la perdita dei valori. Le nostre società diventano delle “poltiglie di massa”, sfilacciate, inconcludenti e senza sguardo al futuro, per dirla con De Rita. Inibite a farsi la guerra tra di loro, concentrano l’aggressività nel vivere sociale; anzi, fanno dell’aggressività la modalità espressiva quotidiana in un crescendo sempre più esasperato di egoismo e individualismo. Questa tendenza non si fermerà. All’episodio di Milano, state certi, che ne seguiranno altri ancora peggiori; ce lo prospetta il discorso profetico di Gesù: “E perché l’iniquità sarà moltiplicata, la carità dei più si raffredderà” (Mt 24:12). Finché l’aggressività sociale raggiungerà un tale parossismo da togliere inibizione anche alla guerra, una bella guerra feroce e generalizzata, che stavolta, come intuì il generale Eisenhower, vedrà tutti perdenti.

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sabato 10 gennaio 2015

Sbagliando ancora previsioni

È raro che gli scrittori di fantascienza o di fantapolitica indovinino le loro previsioni per il futuro. Quasi mai. Anche il 2015 è stato oggetto d’attenzione per scrittori e cineasti che regolarmente hanno sbagliato. Il regista James McTeigue, nel suo film V per Vendetta, ha immaginato tra il 2005 e il 2015 lo scoppio della Terza guerra mondiale e l’instaurazione di un regime totalitario planetario che avrebbe perseguitato oppositori politici e minoranze. Già Orwell aveva immaginato una terribile psicodittatura per il 1984, che scovava anche solo chi pensava male del Grande Fratello, e lo condannava a morte dopo avergli praticato il lavaggio del cervello. Per il 2015 Isaac Asimov, nel racconto Runaround, immaginava che due astronauti venivano inviati su Mercurio insieme a un sofisticato robot per riattivare una vecchia stazione mineraria. In quest’avventura il robot trarrà i due umani da un grave impiccio e salverà loro la vita. Sempre nel 2015 l’horror fantascientifico Punto di non ritorno prevede l’insediamento della prima colonia permanente sulla Luna. Ma già per il volgere del millennio Arthur Clarke immaginava viaggi umani sul pianeta Giove. Nel 1968 Stanley Kubrick trasse da quest'idea il celeberrimo film 2001: Odissea nello Spazio che, sulle note di Strauss, ci raccontava il drammatico confronto tra gli astronauti in viaggio e il sofisticatissimo supercomputer HAL 9000. Sempre nel 2015, e precisamente al 21 ottobre, vengono catapultati Marty e Jennifer a bordo della DeLorean opportunamente modificata dal bizzarro scienziato “Doc” Emmett Brown. Ci riferiamo al secondo episodio di Ritorno al Futuro, diretto da Robert Zemeckis. In quest’anno i due ragazzi trovano scarpe che si allacciano da sole, skateboard che sfrecciano senza ruote e automobili volanti.

Nulla di tutto ciò si è realizzato. A malapena gli uomini hanno fatto alcune passeggiate sulla luna, gli androidi sperimentali sono solo dei divertenti gadget da esposizione, le automobili rimangono ben piantate sulle strade. Quanto alla superdittatura mondiale, non si riesce a fare neppure l’Europa unita; e le tensioni interne e internazionali, nonostante esistano e rendano questo mondo un luogo poco gradevole da abitare, non sono ancora sfociate nella Terza guerra mondiale. Ciò non significa che in questi decenni la tecnologia non abbia fatto progressi persino inimmaginabili, al punto di cambiare radicalmente le nostre abitudini di vita. L’invenzione del microprocessore e della rete Internet ha reso accessibile ai più lo scambio e l’elaborazione delle informazioni al punto che si parla del pianeta in termini di villaggio globale. Computer, telefoni cellulari, schermi piatti hanno più che centuplicato la nostra capacità di comunicazione e d’apprendimento. Grazie alle invenzioni tecnologiche sono migliorate le nostre condizioni di vita in casa, di lavoro e di movimento, di cura. Abbiamo purtroppo pure incrementato la nostra capacità di farci del male: abbiamo inventato armi più sofisticate e micidiali, droghe devastanti, congegni al servizio del vizio come i videopoker. Non possiamo dunque affermare che il futuro non sia entrato nella nostra vita; ma è un futuro diverso rispetto a quello che ci eravamo immaginati.

È come se alla tecnologia fosse consentito di percorrere alcuni campi ed altri le fossero preclusi con fermezza. Innanzi tutto è come se all’uomo fosse impedito di espandersi fuori da questo mondo. Alcune timide passeggiate sulla Luna sono servite più a scoraggiare che a incoraggiare la sua velleità di colonizzare altri corpi celesti. Ma direi di più: è come se all’uomo fosse riservata solo una parte della terra: la superficie. Può solcare i mari, adesso l’atmosfera; può cercare risorse nel sottosuolo. Però continua a costruire i propri insediamenti solo sulla superficie della terra. Mi ha sempre fatto riflettere il discorso di Paolo agli ateniesi dove afferma che il Creatore “ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate, e i confini della loro abitazione” (Atti 17:26). Qui l’Apostolo afferma che “la faccia della terra” è riservata alle nazioni degli uomini perché la abitino: ma con un’ulteriore limitazione di tempo e di spazio. Ogni nazione ha assegnata un’epoca determinata e dei confini ben precisi entro cui esistere. Neppure il temibile impero romano ha potuto derogare da questa regola. Vi siete mai chiesti come mai la Germania e la Mesopotamia non furono mai romanizzate? Ci provarono ma non funzionò. Al di là del Reno il fortissimo esercito di Publio Quintilio Varo subì la terribile imboscata di Teutoburgo che quasi fece impazzire di dolore Augusto. Allo stesso modo venne frustrata la volontà di portare i confini dell’Impero sulle rive dell’Eufrate. Ci provò il triunviro Crasso e perse la vita nello scontro contro i Parti. Sessant’anni più tardi un’armata di 43 mila uomini venne distrutta a Carre da pochi nemici. Dopo 17 anni ci riprovò Antonio con un esercito di 100 mila uomini: mai i romani avevano portato tanti guerrieri in terra nemica; ma anche così l’esito fu disastroso. Evidentemente esiste una volontà imperscrutabile contro cui non può neppure la legge del più forte. Perciò esistono dei confini spazio-temporali assegnati agli uomini; e comunque è stabilito che essi conducano una vita di superficie. Forse per questo le automobili volanti sono rimaste un mero progetto.

E i robot, come mai sono confinati ai film e ai libri di fantascienza? Il cervello umano è un organo di spaventosa complessità, non ancora alla portata della tecnologia umana. Ma anche se ci si arrivasse, l’interazione di androidi così dotati con l’uomo porrebbe problemi etici e d’identità assai delicati. Chiaramente loro compito sarebbe quello di servire gli uomini e di sgravarli da ogni attività fisica e comunque di fatica. Già oggi la robotica realizza macchine con questa finalità. Probabilmente, però, non è utile che tale impiego sostituisca del tutto l’attività umana. Perché il carattere degli uomini matura attraverso il lavoro, le difficoltà e le interazioni umane. L’attività priva di fatica e la completa disponibilità di risorse inibiscono il senso di responsabilità e le scelte morali, e quindi lo sviluppo del carattere. Che impegno sociale, per contrastare le sperequazioni, può attivarsi quando le risorse sono economiche e sovrabbondanti? Il criterio di crescita indicato da Gesù si basa sulla vita solidale, incentrata sulla carità: va quindi oltre la semplice giustizia distributiva. Il dovere di amare i propri fratelli si esprime condividendo anche il necessario e non solo il superfluo. Le tre leggi della robotica, ideate da Isaac Asimov per non recar danno agli esseri umani, tenendo conto della “legge di carità”, può trovare piena affermazione pertanto solo impedendo che esistano robot dotati di cervelli positronici. Paolo aveva indicato, come scopo al fatto che agli uomini siano imposti dei confini spazio-temporali, quello che essi possano cercare Dio (Atti 17:27). Lo stesso si può applicare all’incompatibilità tra percorso umano e presenza di servi robotici, affinché i bisognosi possano non mancare mai sulla terra (Deuteronomio 15:11).

Quanto al fatto che nel 2015 non si sia instaurato alcun regime totalitario a livello planetario, anche questo cade nella legge svelata da Paolo sui confini spazio-temporali stabiliti da Dio per le nazioni degli uomini. Non solo nel 2015, ma mai nel passato v’è stato un impero mondiale e mai vi sarà nel futuro. Questo lo si evince dal quadro delle profezie apocalittiche. Sarebbe una tragedia dalle proporzioni immani e irreversibili per le minoranze e per chiunque tentasse di conservare un minimo di autonomia critica nei confronti del potere costituito. Persino la psicodittatura immaginata da Orwell non aveva estensione planetaria. Ci saranno dittature confessionali nell’Europa latina e negli Stati Uniti, e per chi ama la libertà sarà un brutto quarto d’ora, in senso letterale, perché fortunatamente dureranno pochissimo. Avverrà giusto a ridosso dell’evento escatologico. Sempre in quei giorni deflagrerà l’ultimo conflitto armato di portata planetaria. Non che l’umanità non sarebbe capace di farsi anche oggi una bella guerra generale ma è Dio che non lo consente. Apocalisse 7:1 parla di angeli a cui è ordinato di trattenere i venti di guerra finché non siano sigillati tutti coloro che Dio deciderà di salvare (vers. 3). Dopodiché la guerra scoppierà e allora gli uomini potranno sfogare tutto il loro odio e tutto il loro istinto omicida. Sarà terribile e non ci saranno né vinti né vincitori. Lo aveva già intuito il generale Eisenhower che “l’unica possibilità di vincere la Terza guerra mondiale è quella di prevenirla”. La civiltà umana non sopravvivrà a quell’evento e scadrà con il proprio fallimento il tempo in cui le è stato consentito di autogovernarsi. La guerra sarà lo spartiacque tra il governo degli uomini e il Regno eterno di Dio.

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sabato 18 febbraio 2012

Una stella di nome Whitney

Ricordo come fosse ieri quel giorno di 25 anni fa quando una giovanissima Whitney Houston, con voce potente e occhi da cerbiatta, incantò l’immensa platea dell’Ariston sulle note di All At Once. L’entusiasmo del pubblico era tale che il nostro Pippo nazionale dovette chiederle il bis. Fu la prima e l’ultima volta nella storia del Festival che si riservò tale onore ad un ospite internazionale; e lei, sorpresa e condiscendente, accettò di buon grado. Quell’atteggiamento umile mi colpì, mi fece pensare a quella massima dello scrittore Duclos: “La modestia é il solo splendore che si possa aggiungere alla gloria”. E di gloria (umanamente parlando) ce n’era già tanta. Whitney aveva debuttato appena due anni prima con un album eponimo dirompente che, con i 29 milioni di copie vendute, gli valse un Emmy, un Grammy e tantissimi altri premi; oltre a lasciarci alcuni titoli che resteranno nella storia del pop, tra cui quell’All At Once che tanto successo avrebbe riscosso a Sanremo. Mai l’album di una cantante esordiente aveva venduto tanto. Al contempo, però, aveva conservato la semplicità della ragazzina casa e chiesa che effettivamente era stata. Fin da bambina, dall’età di 6 anni, cantava nel coro della New Hope Baptist Church di Newark, la città dove era nata il 9 agosto del 1963, non lontano da Manhattan. E ad 11 anni era stata promossa voce solista del medesimo coro. All’età di 14 anni cominciò a cantare come voce di sostegno e di sottofondo per complessi e cantanti famosi, finché non incise il duetto Hold Me con Teddy Pendergrass che nel 1984 costituì la prima grande affermazione per la cantante. Da allora fu un crescendo inarrestabile di successi. Tutto quel che incide diventa oro e platino: persino l’inno nazionale americano raggiunge la top ten. Nel 1992 Whitney debutta al cinema con il film La guardia del corpo, recitato insieme a Kevin Costner. Il brano portante da lei cantato, I Will Always Love You, vende 42 milioni di copie in tutto il mondo, in assoluto la colonna sonora più venduta di tutti i tempi. Segue nel 1995 Waiting to Exhale e nel 1996 Uno sguardo dal Cielo al fianco di Denzel Washington. In quest’ultimo – che è un remake de La moglie del vescovo, una pellicola del 1947 con Cary Grant, Loretta Young e David Niven – Whitney interpreta il ruolo di Julia (che fu della Young), la moglie di Henry, un pastore metodista che preso dai mille problemi della comunità trascura un po’ la famiglia. In risposta alla preghiera d’aiuto di Henry viene inviato in loro soccorso l’angelo Dudley, di buon animo ma alquanto pasticcione, che inizialmente con la sua presenza complica le cose facendo invaghire di sé la trascurata Julia ma alla fine mettendo tutto a posto sia nella chiesa che nella famiglia di Henry. In occasione dell’uscita di questo film natalizio, la Houston confessò le sensazioni contrastanti che l’afferrarono quando le venne offerto il ruolo di Julia, dove le era richiesto sia di cantare che di recitare. Da un lato temeva di non essere all’altezza del compito, dall’altro le dava gioia l’idea di ritrovare sensazioni e atmosfere a lei familiari quando cantava nel coro della chiesa battista della sua città. Nel film, Julia, oltre ad essere la moglie del pastore, dirigeva il coro di chiesa, e a interpretare questo era stato scritturato il Coro della Georgia, cioè la corale gospel più famosa d’America. E a Whitney sembrò un sogno riuscire a mettere musiche così belle, che lei ben conosceva, in un film. “Ma Dio mi ha aiutata”, aveva concluso la cantante. Questo per dire del suo background.

Per questa ragione quando iniziò a frequentare il turbolento musicista Rhythm & Blues Bobby Brown, i parenti, gli amici e i supporter della cantante espressero apertamente la loro preoccupazione. Brown era noto alla giustizia per le sue intemperanze, aveva fama di uomo violento, e nonostante la sua giovane età aveva alle spalle una vita disordinata, aveva avuto tre figli da tre donne diverse. Il contrasto era stridente con l’immagine di ragazza pulita della Houston. Ma l’opposizione dei suoi sembrò solo confermarla nella sua determinazione e il 18 luglio 1992 i due si sposarono. E lei, quasi a sfidare la disapprovazione dei suoi, commentò: “La principessa sposa il ragazzaccio!”. Mentre, per mettere a tacere il giudizio negativo che suscitava quella relazione, rispose ai suoi fan: “Ma che ne sapete voi di come sono io dentro, se sono proprio ciò che voi pensate?”. In effetti non sappiamo molto neppure oggi com’era dentro allora quella ragazza, però sappiamo che quella data rappresentò per lei una vera svolta nella sua vita. Quasi subito apparve chiaro che qualcosa non andasse anche se, sul momento, si cercò di tenere nascosta la natura dei problemi. Comunque un po’ alla volta l’immagine della brava ragazza degli anni ’80 e i primi ’90 cominciò a svanire. Whitney cambiò nei suoi atteggiamenti e nei suoi comportamenti. Si presentava in ritardo agli appuntamenti e alle interviste, e all’ultimo momento cancellava concerti e apparizioni televisive. La vita di coppia procedeva ma tra molte turbolenze. Lui non smise di avere problemi con la legge: per molestie sessuali, per guida in stato di ebbrezza e lesioni. E quando lei in un’apparizione pubblica apparve con il volto tumefatto da un livido sulla guancia, fu evidente il suo comportamento violento anche tra le mura domestiche. Nel 2003 la polizia, chiamata mentre lui la picchiava, dovette usare la scossa elettrica per immobilizzarlo e poi arrestarlo. Ma per anni Whitney fu sempre pronta a coprirlo e a perdonarlo: era come se volessero scendere nell’abisso mano nella mano. Per via del suo evidente dimagrimento e della sua scarsa produttività, cominciò a spargersi la voce che lei e il marito facessero uso di droghe. Il suo viso appariva minato dagli eccessi, la sua bellissima voce rovinata. Poi arrivarono le conferme. Tante. Finché la cognata, Tina Brown, non diffuse le foto scattate nel bagno della diva dove tra un incredibile disordine si distinguevano chiaramente pipe per fumare la droga, cartine, cucchiai, attrezzi vari e la classica polvere bianca. Whitney faceva uso quotidiano e compulsivo di stupefacenti, per i quali avrebbe speso negli ultimi dieci anni oltre cento milioni di dollari, rovinandosi la salute e finendo sul lastrico. Nonostante i percorsi terapeutici di riabilitazione, non riuscirà mai a venirne fuori. Nel 2006, dopo 14 anni di devastante matrimonio, dopo innumerevoli scandali, tradimenti, arresti per droga, alcol e violenze la Houston decise di lasciare Bobby Brown e l’anno seguente divorziarono. Daria Bignardi commenta: “Lei, evidentemente è bellissima e bravissima ma non intelligentissima perché ci mette una vita a lasciarlo”.

Whitney Houston cerca di reagire e di risalire la china. Torna alla musica con l’aiuto del discografico e amico di sempre, Clive Davis. Si esibisce in concerto, presenzia ai premi, prepara nuove compilation. Ma il fisico è minato, la voce compromessa, lo spirito intristito. Le sue esibizioni non convincono. La separazione dal marito non l’ha rafforzata ma resa ancora più insicura e fragile. Le cure riabilitative per vincere la droga si alternano alle ricadute. I suoi tentativi di tirarsi fuori dal baratro rimangono di fatto solo tentativi. Finché l’11 febbraio, all’età di 48 anni, viene trovata agonizzante nel bagno della camera d’albergo dove si trovava per prender parte ad una serata a margine dei Grammy Awards; annegata nella vasca dopo essere svenuta a causa d’un cocktail di farmaci e alcol. Il giornalista Domenico Naso, nel sintetizzare la parabola di quest’artista sfortunata, osserva amaramente: “Artisticamente Whitney Houston è morta nel 2009, fallendo l’ultima occasione. Fisicamente è morta ieri, al Beverly Hilton di Los Angeles. Emotivamente è morta tanti anni fa, quando la ragazza che cantava indipendenza, forza di volontà e carattere si è arresa al suo lato fragile. Le parole che si usano quando scompare una star di questo calibro sono giocoforza banali e retoriche. Ma alzi la mano chi può sostenere, obiettivamente e in buona fede, che la voce di Whitney Houston non sia stata davvero una delle più belle della storia della musica pop. Ma il talento non è bastato, e come per milioni di altre donne del pianeta, un pessimo matrimonio ha vinto su tutto il resto. Perché nessun Grammy potrà mai salvarci dalle miserie umane e dalle loro devastanti conseguenze”.

Com’era logico attendersi, la fine dell’avventura terrena di questa donna famosa e sfortunata, ha offerto a molti spunto di riflessione. Sulla base di quella che è la filosofia di vita e la sensibilità di ciascuno cambiano anche le parole con cui si commenta quest’evento. Ci sono gl’innocentisti e i colpevolisti. Ci sono quelli che invitano a ricordarla per i suoi meriti d’artista, di dolersi per la fine prematura di chi avrebbe potuto ancora dare molto, senza star lì a scandagliare sul perché e sul per come sia successo e su di chi sia la colpa. Per alcuni addirittura il talento assolve da qualsiasi colpa o assurge esso stesso a valore etico preminente. I più si scagliano contro la figura del marito, Bobby Brown, ritenuto persona corrotta, sregolata, immorale, viziosa, manipolatrice, senza talento e invidiosa dei successi della moglie: la vera e unica causa della sua rovina, il diretto responsabile della sua morte. “È molto triste – afferma un fan della cantante – che lei sia morta mentre lui sia ancora vivo e vegeto”. “Che spreco, che tristezza”, gli fa eco un altro fan. Altri, al contrario, puntano il dito su di lei. La Houston sapeva chi stava per sposare nel 1992, e lo fece snobbando i consigli di chi le voleva bene. Che è troppo facile cercare sempre negli altri il capro espiatorio. Che comunque lui non la teneva legata in cantina e lei, volendo, poteva lasciarlo anche subito, aveva i mezzi per pagarsi un avvocato e non dipendeva economicamente da lui. Alcuni si concentrano sugli effetti del legame matrimoniale, o trovando banale e persino umiliante il pensiero che milioni di donne, per quanto capaci e intelligenti, non siano responsabili del loro destino davanti ad un matrimonio sbagliato che vincerebbe sempre su tutto il resto. Oppure, al contrario, chiedendosi come sarebbe oggi Whitney Houston se avesse avuto al suo fianco un marito normale. “Bastava solo incontrare, anziché un marito che la riempiva di mazzate e la umiliava ripetutamente, una vera guardia del corpo che si innamorasse di lei e che la custodisse tra le due braccia”, scrive Antonellina.

Ed altri perciò si concentrano sulla dipendenza psicologica di lei da lui. “Il killer della Houston – afferma una lettrice – è la sua stessa fragilità, non il marito, per spregevole che possa essere… parliamo di persone irrisolte e profondamente infelici che si fanno del male facendosi fare del male”. Quindi la Houston persona fragile che si è lasciata soggiogare dall’uomo sbagliato. “È chiaro che ci vuole un’intrinseca debolezza di carattere per lasciare che qualcuno ti trasformi da una star bella e di incredibile successo in una fumatrice di crack, distrutta e senza più voce”, aggiunge un’altra lettrice. C’è chi fa notare che la stessa Houston, in una celebre intervista a Oprah Winfrey, nel 2009, lasciò intendere che la propria dipendenza dalla droga fu la conseguenza di una dipendenza, ancora più a monte, dall’ex marito. “Un uomo geloso, instabile e abusivo con cui fumavo marijuana mista a crack. Lui era la mia droga, con lui ero debole e succube, come soggiogata. L’alto prezzo dell’amore cieco”. Un lettore richiama proprio la propensione a dipendere da altre persone che, in carenza di certi riferimenti, può innescare un meccanismo perverso che spinge verso altre dipendenze e avvita in una spirale inarrestabile di autolesionismo. Fa poi riferimento ad un saggio pubblicato nel 2008 e intitolato Why Good Women Stay With Bad Men, dove l’autrice, la psicologa Pat Allen, ha esplorato il fenomeno, secondo lei diffuso, delle donne “belle, brave e intelligenti, irresistibilmente attratte da uomini terribili che finiscono per distruggerle”. Termina poi con una considerazione personale: “Personalmente ho conosciuto tante donne ‘distrutte’ da un uomo cattivo, che le ha assoggettate a comportamenti e umiliazioni che la loro intelligenza non avrebbe mai dovuto tollerare e dal quale non hanno saputo difendersi in tempo. Non parlo solo di droga, ma anche di carriere naufragate, interruzioni della gravidanza non volute, violenze fisiche e psicologiche e ostentate infedeltà”. In diversi convengono sul fatto che le donne siano attratte dai “bad boys”, più di quanto gli uomini lo siano dalle “femmes fatale”. “Uno dei vostri lati oscuri con cui non avrete mai voglia di misurarvi”. La lettrice Maria Elena aggiunge che negli Stati Uniti, soprattutto tra le donne di colore, l’attrazione per i ragazzacci è anche un fatto culturale: “Le donne di colore amano i bad boys. Provate a guardare i video dei cantanti di colore americani, specie se rapper. Vi pare che raffigurino dei rapporti uomo-donna equilibrati? Sembra di essere tornati all’età della pietra: l’uomo ricco, col macchinone e 20 ragazze attorno. Se in un paese fanatico del politically correct e dell’uguaglianza dei sessi come gli USA video del genere sono quello che serve per far vendere il prodotto cantante/canzone, significa che quello rappresenta un modello di relazione che viene non solo accettato ma anche apprezzato. Non è razzismo, è un dato di fatto”. “Tina Turner, Whitney, Rihanna: le donne di colore amano i bad boys… – le fa eco un’altra lettrice – è una situazione riconosciuta. Posso testimoniarlo: una mia conoscente afferma che il suo uomo dovrà essere un po’ bastardo, sennò non le va bene”. “È un fatto di ‘radar sentimentale’ – afferma qualcuno – tarato su certi parametri di compagno/compagna da trovare. Quando incontriamo un potenziale partner lo esaminiamo a fondo e lo confrontiamo con il nostro modello ideale. Ma anche gli attribuiamo qualità che non esistono se non nella nostra mente, nelle nostre fantasie che possono essere costruite in modo distorto. Così quando una donna si mette con un mascalzone, con il “Bobby Brown” di turno, il vero problema non sta nel mascalzone ma nel proprio ‘radar’ che ha bisogno di una robusta revisione”. “Poi è chiaro – aggiunge una lettrice – che esistono uomini bravissimi a manipolare e donne altrettanto brave a lasciare scoperto un punto debole su cui questi uomini lavorano per portarle alla completa dipendenza mentale. Noi donne, in generale, dovremmo imparare ad amarci e a renderci conto del nostro valore, smettere di attribuire ad altri la riuscita o meno della nostra vita, la scoperta della nostra felicità”. E un’altra le fa eco: “La più grande rivoluzione per le donne sarebbe non rinunciare mai a se stesse in nome di un grande amore. Quand’esso ti distrugge e ti chiede di rinunciare alla tua personalità, quello non è vero amore”.

Altri, infine, pur non escludendo tutto il resto, mettono in dubbio le qualità umane, morali e spirituali della cantante. “La Houston aveva probabilmente già in sé una tendenza all’autodistruzione innescata fatalmente dalla sua attrazione verso Bobby Brown, che era già drogato e ‘fuori di testa’ prima di mettersi insieme alla cantante (che quindi, come spesso capita in queste situazioni, era cosciente dei suoi limiti morali e caratteriali ancor prima di sposarlo)”. “Le ragioni della distruzione di Whitney andavano cercate dentro la stessa Whitney. I demoni che albergano dentro il marito potevano trovarsi anche dentro di lei. Non importa quanto angelico potesse essere il suo volto”. “Lei ha ammesso più volte di non avere fatto niente che non volesse fare, e che lei stessa era la sua peggior nemica. Non solo: conoscenze americane mi dicono che beveva e fumava già prima d’incontrare lui. Tra l’altro, quando si sono conosciuti lui aveva 19 anni e lei 26”. Il riferimento qui è a un’intervista che la Houston rilasciò nel 2002: “Nessuno mi fa fare qualcosa che non voglio fare. È una mia decisione. Quindi il mio più grande diavolo sono io. Sono il mio miglior amico o il mio peggior nemico”. Ancora altri commenti: “Bella voce, bella donna, ricca sfondata che muore secondo banali cliché. Come da copione. Se avesse vissuto più modestamente forse sarebbe vissuta cent'anni, senza drogarsi e senza cadere in depressione. La colpa non è di nessuno: è lei che si è scelta quella vita ed è finita come di solito finisce chi sceglie quel tipo di vita. Non mi suscita niente se non umana pietà!”. “Apprezzo la bellezza del politically correct ogni volta che muore qualche VIP: un minuto dopo l'annuncio della prematura scomparsa tutti amici del caro estinto, tutti pronti a dimenticare il suo passato e a celebrarne il mito (soprattutto i discografici visto che certi artisti vendono più da morti che da vivi, vedi Michael Jackson). Così adesso la Houston, come la Winehouse prima di lei, non è più una tossica ubriacona da boicottare e dimenticare (come era fino ad un minuto dopo la sua morte), ma una grandissima artista da ricordare e celebrare per un annetto almeno, con tanto di ‘I will always love you’ in loop perenne su ogni radio e servizio strappalacrime del telegiornale, e a breve Platinum collection (probabilmente già in questo momento il suo discografico sarà in riunione coi creativi per decidere il design della copertina ed i contenuti del package) da comprare obbligatoriamente pena venir bollati come cinici ed infami...”. “Mi può dispiacere per lei perche indubbiamente era una gran voce... per il resto... pieni di soldi, di droga, di depressione... boh? perché se ne parla? solo perché era una cantante? A me di chi nella vita ha avuto tutto e getta la propria vita nel gabinetto non me ne frega nulla... I tempi sono molto cambiati…”. Ma la durezza di quest’ultimo commento suscita l’indignazione di un altro lettore: “Beh, cinismo allo stato puro! Cosa vuol dire che i tempi sono cambiati? Che perché viviamo in un momento difficile non ci si può neanche più commuovere per la morte di una persona? Pensiero devastante, vergogna!!”. Ma un altro risponde: “Commuovere per chi? Questa ‘cantante’ era impresentabile. Bella voce? Solo un fenomeno commerciale. Fanatica religiosa di giorno (con tanto di dichiarazioni megalomani sul suo rapporto speciale con Dio) e cocainomane incallita di notte. Un’ipocrita totale. E uno deve leggersi tutto ‘sto incensare su questo simbolo della volgarità solo perché è morta? Ma allora la morte diventa uno strumento di riabilitazione per tutti, cani e porci compresi?”

Avviandoci alla conclusione, riporto per intero data la sua brevità la lettera che il blogger Gianni Toffali ha inviato a Giornalettismo: “Anche Whitney Houston se n’è andata. La strage prodotta volenti o nolenti dal cosiddetto star system, non sembra avere crisi. Poco prima di lei erano passati a migliore vita (ammesso che nell’aldilà Dio abbia avuto pietà della loro anima) Amy Winehouse e Michael Jackson. Se si dovesse stilare un elenco degli artisti estinti in virtù del classico stile di vita di una star, non basterebbe un libro. Luigi Tenco, Mia Martini, Kurt Cobain, Jim Morrison, Elvis Presley, Sid Vicious, Brian Jones, Andy Gibb, Kurt Cobain, Jimi Hendrix, Freddie Mercury, Stevie Ray Vaughan, e George Harrison, sono solo i più noti. Morti per droga, alcol o suicidio, gli uomini di spettacolo ‘finiti tragicamente’, costituiscono la prova vivente che la notorietà, la ricchezza, il potere e il successo non riescono a saziare la sete di verità, amore e infinito che alberga nell’anima degli esseri umani. Verità, amore e infinito che non possono essere raggiunti soddisfacendo il portafoglio e il basso ventre, ma curando il rapporto con il trascendente. Ecco il motivo per cui le statistiche hanno appurato che la categoria più colpita dal male di vivere, oltre ai succitati artisti, è quella degli atei e degli agnostici. Se si continuerà a pensare come fanno gli illusi ebbri di materialità e carnalità, vale a dire che la spazzatura offerta dal mondo possa dare un senso all’esistenza umana, prepariamoci ad una società di depressi e suicidi”.

Che dire? Questa è una storia emblematica di come gli uomini creino i loro miti e al contempo li distruggano. Di quanto effimeri e superficiali siano i valori di questo mondo e quanto mal costruita la scala delle nostre priorità. Da questo punto di vista condivido la riflessione di Toffali presa nel suo complesso, per quanto il tono non paia riflettere la misericordia di Dio che accompagna sempre la sua esigenza di giustizia (Egli ha sempre pietà delle sue creature, sia in questo mondo che in quello a venire). Per la medesima ragione, partendo da una corretta analisi d’insieme non possiamo restringere il campo fino a giudicare la vita di una specifica persona. Certo, è giusto e opportuno che ognuno abbia la possibilità di riflettere sulla singola vicenda umana, perché ci sia d’esempio o di monito. D’altronde se abbiamo voluto soffermarci sull’esposizione dei fatti e sui commenti di tanti è proprio per fornire una serie di elementi utili alla riflessione. Ma da qui a puntare il dito per stabilire il percorso interiore e per sentenziare sul destino eterno di una persona ce ne corre! Per fortuna nostra Dio non vede le cose con i nostri occhi e non ci definisce con gli stessi appellativi (ad es. “tossica ubriacona”) con cui noi sbrigativamente siamo portati a liquidare gli altri, sennò chi si salverebbe? “A chi è stato dato molto sarà richiesto molto” (Lc 12:48), affermò Gesù a conclusione della parabola sulla vigilanza e la responsabilità. E da un punto di vista umano sembra che Whitney abbia ricevuto tanto: voce, bellezza, fama e denaro. Una sorta di segnata predestinazione, circondata da numi tutelari del calibro della cugina Dionne Warwick, della madrina Aretha Franklin e della stessa madre Cissy Houston, grande cantante di gospel e voce nota della tradizione black. Certamente tutto ciò che abbiamo è utile nella misura in cui ne facciamo buon uso, ma è sicuro che voce e bellezza siano tra i doni più importanti nella scala dei valori di Dio? È certo che finire nell’ingranaggio dello star system sia un dono del Cielo? La cosa che più colpì della giovanissima Whitney, quando fu ospite a Sanremo nell'86, fu la tristezza del suo sguardo: forse già allora stava lottando contro i suoi tormenti personali. Perché quindi non guardiamo i fatti nella loro cruda realtà? Di una ragazzina che iniziò a cantare nel coro di chiesa ma che per anni frequentava i locali notturni dove cantava la madre e che spesso saliva sul palco ad esibirsi con lei? Di una famiglia soffocante. Di un padre dispotico che alla fine divorziò dalla madre e giunse a far causa alla figlia per estorcerle 100 milioni di dollari? Tutto questo si può considerare un vantaggio? Non è tutt’oro quel che luccica. Perché allora stupirsi se con il proprio matrimonio ha in qualche modo riprodotto l’unica relazione che conosceva? Certo quando lei venne fuori con quella dichiarazione insolente, sul fatto che avrebbe sposato il bad boy Bobby Brown perché anche lei era una bad girl, mi sono rattristato perché ho immaginato i guai in cui si stava cacciando. Anche se nessuno poteva allora prevedere la reale portata di quei guai. Comunque, al contrario di tanti altri che spendono l’intera esistenza per far del male al prossimo, lei ha soprattutto fatto del male a se stessa. E l’ha pagata cara quella scelta. “Non ne ero contenta, stavo perdendo me stessa”, confessò a Oprah Winfrey nel 2009. Non si può conoscere il percorso interiore e il dolore che ha dentro una persona, soprattutto quando si avvita in una spirale autodistruttiva e pur cercando di venirne fuori non ci riesce. In quelle condizioni si è tutt’altro che liberi. “Nessuno mi fa fare qualcosa che non voglio fare”, affermava nel 2002, intervistata da Diane Sawyer. Ma allora si schermiva per nascondere agli altri il suo dramma. Il mondo dello spettacolo è crudele: non poteva più interpretare il ruolo della brava ragazza e al contempo l’aura maledetta non le si addiceva e non le portava il consenso. Le avevano creato un’immagine troppo elevata perché cadendo non si facesse male. Sì, è vero, se ne è andata ripetendo lo stesso cliché di tante altre leggende della musica prima di lei: sola, in una stanza d’albergo, stroncata dagli abusi. Ma ogni soffio che ritorna al Creatore, per quanto simile a tanti, fa storia a sé. Possiamo trarre monito da un percorso ma non possiamo giudicare un destino. Il suo libro è stato chiuso perché era stata trovata mancante o per “sottrarla ai mali che vengono” (Is 57:1)? Come ha scritto qualcuno, la morte l’ha strappata a un futuro incerto, fatto di povertà e di dipendenze. C’è un unico Salvatore e un’unica grazia, ma ogni salvataggio è diverso dagli altri: ci sono quelli che fanno le scelte giuste e “le loro opere li seguono” (Ap 14:10) e c’è chi pur avendo fatto scelte sbagliate nell’imperscrutabile disegno di Dio viene ritenuto idoneo alla salvezza sia pure come “un tizzone strappato dal fuoco” (Zacc 3:2). Il vero destino di ognuno sarà conosciuto solo nell’ultimo giorno e allora ci saranno tante sorprese, in un senso e nell’altro. Attenti quindi a puntare il dito! A me piace ricordare Whitney da bambina quando tutte le domeniche alle nove si recava in chiesa e ci rimaneva fino alla sera. “Giocavamo, cucinavamo per i poveri, cantavamo…”, ricorderà con nostalgia. Ma anche alcuni giorni fa, quando lei e Bobby hanno portato fuori a cena la figlia Kristina, e in quei momenti è stata vista serena. Non prova nulla, ma il Cielo suole carezzare le sue creature quando le chiama al riposo.

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domenica 9 gennaio 2011

Concezione americana della decenza

Le gambette nella foto, tenute insieme da una catena per detenuti pericolosi e coperte da un paio di pantaloni abbondanti, sono quelle di Joseph McVay, un bambino di 10 anni che ha ucciso la madre con una fucilata alla testa. Per ragioni futili, a quanto pare: questa gli avrebbe chiesto di andare a raccogliere la legna da ardere. Joseph non è nuovo a scatti d’ira. Nel 2007 aveva colpito il direttore della scuola elementare con una paletta e per questo motivo era stato trasferito in un istituto per minori con problemi di comportamento. Anche se i vicini non lo descrivono come un bambino cattivo ci si chiede come sia possibile avergli lasciato la disponibilità di un’arma. Più d’una, in realtà. Nella sua cameretta, infatti, la polizia ha trovato, oltre all’arma del delitto, un fucile da caccia calibro 12 e, in una rastrelliera appesa alla parete, altre due carabine calibro 22. Peraltro la carabina con cui Joseph ha ucciso la madre gli era stata donata dal nonno, oggi defunto. Deborah, la madre, non era una persona eccentrica. Il figlio maggiore l’ha definita una donna molto affettuosa; come lavoro gestiva un centro d’assistenza sanitaria e insegnava a bambini disabili. E allora? Cosa non ha funzionato?

La sensazione è che sia proprio l’America che non funzioni. Essa fa dei suoi cittadini dei mostri e poi li distrugge. Con tutte le incongruenze di cui gli uomini sono capaci. Lì per farsi una birra ci vogliono 21 anni ma le armi si possono detenere liberamente. Ormai avviene così spesso che non fa più notizia; un ragazzino entra in classe e spara ai compagni e agli insegnanti. Subito viene mobilitata una squadra di psicologi per curare i traumi alle persone coinvolte ma a rivedere le leggi sul libero acquisto e la detenzione delle armi neanche a parlarne. C’è chi ci ha provato ma subito viene messo a tacere non solo dalle lobby delle armi ma dalla stessa opinione pubblica per la quale il Secondo Emendamento è intangibile e il possesso delle armi fa parte dei diritti individuali. Anzi la tendenza è quella di rafforzare ulteriormente questo diritto e quando, nel giugno del 2008, una sentenza della Corte Suprema ha compiuto un passo ulteriore in tale direzione, gli americani apprezzarono così tanto l’orientamento di quest’organo che d’un balzo la sua popolarità crebbe di sette punti. Quest’esercizio del diritto individuale alla violenza, sia pure per legittima difesa, è così radicato da non ritenersi in conflitto con l’insegnamento cristiano di cui gli americani si ritengono i migliori depositari. Ci sono chiese che giungono a organizzare l’Open carry celebration, una singolare manifestazione durante la quale tutti i fedeli sono invitati a venire alla funzione religiosa portando in tasca una pistola. Dopo il sermone segue il buffet e la lotteria che mette in palio pistole, fucili e videocorsi sull’uso delle armi. “Non vedo nessuna contraddizione fra possedere armi ed essere cristiano, – afferma Ken Pagano, pastore della New Betel Church di Louisville – Dio e le pistole sono parte della storia di questo paese… Il diritto a possedere armi non è vietato dalla Bibbia né è incostituzionale. Non tutti i cristiani devono essere per forza pacifisti”.

Quando poi il diritto alla violenza privata si trasforma in violenza agìta, soprattutto dalle persone più fragili per struttura mentale, per educazione o per età, allora non scatta la solidarietà collettiva, l’azione di recupero, bensì la pubblica vendetta. I minori sono le prime vittime di questo meccanismo perverso. La giustizia americana a malapena si accorge della loro peculiarità; le Family Court sono qualcosa di diverso dai tribunali minorili e ancor oggi negli U.S.A. in molti casi i minorenni vengono giudicati dai tribunali per gli adulti. Gli Stati Uniti, in buona compagnia della Somalia, sono l’unico paese a non aver ratificato la Convezione dei diritti del fanciullo approvata dall’ONU nel 1989. Anzi proprio in quell’anno la Corte Suprema stabiliva che era accettabile l’esecuzione di criminali di 16/17 anni, affermando che gli standard internazionali erano irrilevanti e che ciò che contava davvero era la “…concezione americana della decenza”. Lo stesso giorno sempre la medesima Corte stabiliva l’ammissibilità della pena di morte per gli imputati mentalmente ritardati. Da allora si è assistito ad un timido avvicinamento ai principi di diritto penale minorile portati avanti dagli “Stati industrializzati occidentali” per attenuare l’isolamento internazionale che vede gli Stati Uniti unica democrazia a consentire la “juvenile death penalty” per usare le parole di un giudice della Corte Suprema. Ma le distanze rimangono ancora abissali. Attualmente 24 Stati dell’Unione consentono l’esecuzione di minorenni all’epoca del reato. Il XXI secolo è cominciato con l’esecuzione di tre ragazzi 17enni al momento del crimine e tuttora sono detenuti un’ottantina di minorenni al momento del reato in attesa di esecuzione.

L’affermazione esasperata della libertà individuale e la giustizia muscolare sono in America le due facce di una stessa medaglia. L’uomo che si costruisce e che si difende da sé è anche l’uomo che disprezza chi fallisce nel realizzare questo progetto di autoaffermazione. Quella americana non è una società solidale e in ciò non trova contraddizione con la sua professione di cristianesimo. Perché in fondo l’etica degli americani è quella calvinista del successo come segno esteriore della predestinazione alla salvezza. Perciò chi fallisce non merita aiuto portando egli il disprezzo di Dio ancor prima di quello degli uomini. Poi va da sé che l’individualismo esasperato porta all’egoismo più sfrenato che si realizza pienamente nella più bieca economia di mercato. Nel nostro immaginario collettivo del dopoguerra gli americani sono quelli che si contrapponevano ai tedeschi delle razzie, sono quelli che lanciavano cioccolata ai ragazzini, sono quelli del piano Marshall, quelli che distribuivano farina, margarina, latte in polvere e indumenti. Perciò si fa fatica a credere all’anima profondamente egoista di questo popolo, ma è così (o, almeno, è sempre più così). Gli americani quando t’invitano al ristorante non offrono ma ognuno paga per sé. Gli americani sono quelli che hanno osteggiato ferocemente la riforma sanitaria voluta da Obama, approvata con mille compromessi, e che ora sono determinati ad abrogare.

Con ciò non intendo dire che quello americano sia il popolo più egoista e spietato al mondo. Dappertutto troviamo esempi che fanno rabbrividire. Se il modo in cui si trattano i bambini è la cartina di tornasole del senso morale di una società (per rifarci ad una constatazione del Bonhoeffer), allora ne troviamo di esempi ben più raccapriccianti. In Africa i bambini vengono scacciati ed anche uccisi se si pensa che portino sfortuna, vengono rapiti per farne milizie di assassini. In Pakistan gli scolari delle madrasse poco diligenti vengono bastonati a morte, in Iran il bambino che ruba un dolcetto si vede amputare la manina o stritolarla sotto le ruote di un camioncino. Però gli Stati Uniti sono quelli che si ritengono la prima democrazia al mondo e che ne fanno un modello d’esportazione. Tuttavia ancora mantengono la pena di morte, anche per i minori. E mentre vedono il welfare state come fumo negli occhi non si fanno problema a salvare con i soldi dei contribuenti quelle stesse banche che sbattono in strada chi non può più pagare il mutuo della casa.

Ma se Atene piange Sparta non ride. Noi europei troviamo rozzo il modello americano anche perché veniamo da un’evoluzione storica diversa. Gli stati Uniti, in senso stretto, non sono neppure la patria del capitalismo che è nato in Inghilterra, cioè in Europa. Un capitalismo spietato, senza alcuna tutela per i lavoratori, così ben descritto nei romanzi sociali di Dickens. Però l’Europa ha dovuto fare i conti con l’idea marxista, prima, e poi con una rivoluzione comunista davanti alla porta di casa. Il timore di finire travolti dall’onda rivoluzionaria fece reagire le classi dominanti prima con l’introduzione di timide riforme previdenziali rivolte a specifiche categorie e, nelle situazioni più esasperate, aprendo alla repressione dei vari nazionalfascismi. Poi, con il fallimento di questi regimi, introducendo lo stato sociale che mitigava le distorsioni dell’economia di mercato con politiche redistributive nell’ambito della previdenza, della salute e dell’educazione in senso universalistico, cioè non più diretto a determinate categorie ma come diritto di cittadinanza. Questo passaggio, che ha garantito in Europa una maggiore giustizia sociale, è avvenuto negli Stati Uniti in modo molto più attenuato anche perché meno esposti alle sirene delle teorie marxiste abbastanza lontane sia geograficamente che culturalmente dalla realtà americana. Ma sono anni ormai che la situazione sta mutando pure in Europa. Il crollo dei regimi comunisti, ben rappresentato dalla caduta del muro di Berlino, e le distorsioni in termini di sostenibilità dei sistemi di protezione sociale stanno portando a un ripensamento delle politiche di welfare, che di fatto si sta concretizzando in un loro graduale smantellamento. La parola d’ordine è privatizzazione: dei servizi pubblici e persino dei beni indisponibili come l’acqua. Affidando all’economia di mercato i servizi pubblici, i governi di centrosinistra e ancor più di centrodestra stanno introducendo una distorsione in senso contrario e ancor più grave di quella provocata dalle politiche di welfare. Infatti il processo di privatizzazione dei servizi non si limita a sottrarre questi a un ripianamento dei costi mediante i fondi pubblici ma introduce l’elemento del profitto, peraltro massimizzato grazie alle connivenze con la sfera politico amministrativa. Gradualmente i paesi occidentali stanno precipitando in un’economia di mercato senza regole e senza tutele per il cittadino e per il consumatore, con un allontanamento tra loro delle classi sociali e con un accentramento delle ricchezze in mano a pochi come non si verificava dal XIX secolo. Mala tempora currunt!

La giustizia sociale è strettamente connessa alla giustizia dei tribunali. L’adeguamento dei codici e le sentenze dei giudici rispecchiano inevitabilmente il contesto sociale di riferimento. Il nostro sistema giudiziario ha già le sue contraddizioni storiche che lasciano convivere una scarsa repressione del crimine con un sistema carcerario medievale, per nulla volto al recupero del detenuto. Se a queste contraddizioni aggiungiamo quelle che si vanno affacciando nel corpo sociale in termini antisolidaristici e giustizialisti, dobbiamo aspettarci un incrudimento dei rapporti interpersonali e, a seguire, delle norme che li disciplinano. Forse da noi non vedremo mai un bambino incatenato mentre viene condotto davanti ai giudici, forse nemmeno un adulto, perché queste prassi sono troppo lontane dalla nostra sensibilità, dalla nostra “concezione della decenza”; anche se la sensibilità può cambiare quando cambiano le circostanze. Ma al di là delle forme è il mutamento dei contenuti che dobbiamo aspettarci e temere di vedere. Dopo due secoli di crescita, le società occidentali sono in evidente fase di declino rispetto alle economie emergenti dell’estremo oriente. Va anche male lo scontro di civiltà contro il mondo di cultura islamica. I popoli occidentali non accetteranno pacificamente questo inarrestabile declino e ognuno si difenderà a modo suo. Quella americana è una società violenta e lì una recrudescenza di violenza fisica dobbiamo attenderci ad ogni livello, anche istituzionale. Emblematico l’attentato di ieri contro la deputata democratica Gabrielle Giffords, gravemente ferita da un pistolero squilibrato e nella lista di proscrizione della leader dei Tea Party, Sarah Palin, distintasi per la violenza verbale con cui il suo gruppo ha condotto la recente campagna elettorale. Qui troviamo insieme i due elementi delle armi facili e dell’intolleranza esasperata che trasforma gli avversari in nemici. Odio e bigottismo spingono verso le leggi speciali e le rendono plausibili. Il maccartismo insegna. Quella europea è una civiltà più vincolata sotto questo aspetto. Alcuni fanno notare l’analogia che c’è tra il nostro tempo e quello che precedette l’avvento del fascismo: l’ingiustizia sociale, l’irrequietezza della classi impoverite, il desiderio di difendere a tutti i costi i privilegi acquisiti, l’inettitudine e la corruzione della classe politica, la voglia di mettere il bavaglio alla libera informazione. Questo non si può negare. Però è anche vero che allora si dava credito alle dottrine sulla razza, si vedeva nella guerra uno strumento legittimo per dirimere le controversie, per accrescere lo “spazio vitale”, per estendere la propria civiltà. Allora non c’era l’Unione Europea. Tutto questo comporta dei vincoli maggiori, sia culturali che giuridici. Pertanto ciò che io m’attendo è sì uno sviluppo della violenza, soprattutto in ambito interpersonale, che è inevitabile con l’aumento delle ingiustizie e con l’impoverimento del contesto sociale; ma in ambito istituzionale tale violenza, che pur produrrà i suoi effetti, si tradurrà in un imbarbarimento dei contenuti ancor più che delle forme, da noi più vincolate ai codici e ai trattati internazionali. Di recente è stato chiesto a Lucio Caracciolo, direttore di Limes, se ritenesse che la Russia di Putin, formalmente una democrazia, possa avvicinarsi col tempo, in tema di libertà e di diritti umani, agli standard delle democrazie occidentali. La sua risposta è stata: “Dato il vento che tira, temo purtroppo che saremo noi ad avvicinarci agli standard della Russia”.


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mercoledì 5 maggio 2010

Studentessa aggredita al Colosseo

Di questo lunedì la notizia d'una ragazza in gita scolastica aggredita da uno sconosciuto. È accaduto in piazza del Colosseo dove la studentessa stava giocando con alcuni compagni. Ha spintonato un amico, che accidentalmente ha urtato un passante, facendolo cadere per terra. La ragazza si è prontamente scusata ma ciò non è bastato all’uomo, 38 anni, che dopo essersi rialzato l’ha insultata, l’ha sbattuta a terra con uno schiaffo e ha cominciato a darle pugni sulla testa. Solo l’intervento di alcuni poliziotti ha posto fine all’aggressione. Portata al pronto soccorso la malcapitata è stata medicata e le è stato diagnosticato un trauma contusivo cranico. L’aggressore è stato denunciato a piede libero per lesioni personali.

Ormai la violenza non fa più notizia, è questo è già indicativo di un malessere diffuso. È il sintomo del fallimento di quel supposto processo di evoluzione etico-culturale che, si diceva, stesse conducendo l’uomo fuori dal suo retaggio animale. Sono però ancora in grado di suscitare inquietudine quelle notizie che raccontano di una violenza che supera persino quella presente nelle specie animali più aggressive, ove in genere è presente l’istinto di protezione degli elementi più fragili a cominciare dai cuccioli.

È un po’ come se l’umanità stesse degradando in una sorta di analfabetismo relazionale di ritorno. Qualcosa di analogo a ciò che avviene a quei branchi di cani inselvatichiti che hanno perso i condizionamenti della domesticazione e al contempo, in parte, gl’istinti ancestrali del loro cugino, il lupo. Così, ecco, che privati anche della regolazione dei comportamenti geneticamente determinati risulta molto più rischioso imbattersi in un branco di cani che in un branco di lupi.

Come sempre, trovo interessanti i commenti all’articolo lasciati dai lettori, sia per gli spunti di riflessione che offrono sia perché essi rappresentano il polso e la sensibilità dell’opinione pubblica. Consentono di osservare l’impatto della notizia sulle coscienze, come essa viene spiegata e interpretata dall’uomo della strada che legge i giornali. In questo caso i lettori si sono divisi quasi a metà tra chi condanna il comportamento dell’uomo iperreattivo e tra chi condanna la ragazza che ne ha provocato la caduta. Diverse le spiegazioni e gli scenari prefigurati da questi ultimi, anche a causa della stringatezza con cui i giornali hanno riportato la notizia. Alcuni si son chiesti se davvero quella caduta sia stata accidentale o se piuttosto non sia stata provocata di proposito. Essi fanno notare il modo selvaggio in cui si comportano molti dei ragazzini in gita, ma anche in aula e ovunque fanno gruppo. Fanno notare che il problema parte dalle famiglie, dai genitori che non sanno educare i figli alla convivenza civile e al rispetto del prossimo; mai un rimprovero o una punizione dati al momento opportuno; genitori che spesso sono completamente assenti, salvo quando si tratta di prenderne la difesa acritica contro gl’insegnanti e chiunque altro osi eccepire sull’educazione e la bontà delle loro creature. Tutti d’accordo pertanto in questo gruppo sull’indignazione provata dall’aggressore mentre dei distinguo vengono fatti sulla sua reazione. Alcuni giustificano anche questa. “Magari quest’uomo aveva le cose sue per la testa, era già nervoso di suo”, affermano. Altri convengono che la reazione sia stata eccessiva e che questi si sarebbe dovuto fermare al sonoro ceffone. Altri ancora ritengono che l’uomo avrebbe dovuto limitarsi al rimprovero ed, eventualmente, a segnalare il comportamento agli insegnanti. Senza voler escludere la punizione. Qualcuno propone la pulizia dei bagni della scuola per 6 mesi: “Lo fanno già le donne delle pulizie… e ancora campano. Anzi, i figli dei borghesi, che teoricamente sono più ben educati e colti, dovranno pulire i cessi insieme al papà, che ne so, primario in cardiologia”.

Il secondo gruppo di lettori, polemizzando con il primo, parte da un presupposto del tutto diverso che prescinde dal grado di colpevolezza della ragazzina. Anche quando si ha ragione, l’uso della violenza pone subito dalla parte del torto. Questa è la prima regola di una società civile (“Se per accidente io la urtassi, anziché accettare le mie scuse lei mi prenderebbe a schiaffi e calci per insegnarmi che cos’è l’educazione? È questa la sua idea di civiltà?”). La seconda regola è che le donne non si toccano. Men che mai una ragazzina. “Un trentottenne che gonfia di botte una ragazzina… e c’è pure chi lo difende!”. “Avrebbe potuto agire in mille modi civili anche per insegnare la civiltà. Così ha insegnato solo la violenza”. “Non ho letto un commento sull’azione assurda dell’individuo, urtato senza intenzione e che aveva per giunta ricevuto le scuse dalla ragazzina”. “Tu mi hai urtato, presumo che tu lo abbia fatto apposta, quand’anche tu non lo abbia fatto apposta sono arrabbiato lo stesso, quindi ti gonfio di botte… tanto più che sei una ragazzina e non puoi difenderti più di tanto: questo il paradigma di collegamenti neuronali di elevatissimo livello. Quale esempio di civiltà, uno splendore”. “Quanta violenza! Se per un semplice urto si arriva a malmenare una ragazza, invece di sgridarla semplicemente, vuol dire che siamo proprio non alla frutta, ma al digestivo in questo tempo disgraziato”.

C’è anche chi la butta in politica. “Strano che accada a Roma, dove sindaco e giunta rappresentano il partito dell’AMOOORE, città pregna di cortesia, civiltà, educazione e rispetto per il prossimo, strano davvero!”. A questa provocazione, un lettore d’opposta appartenenza politica risponde: “Mi faccia capire il suo ragionamento illuminato, per cortesia. Se al governo del paese e della capitale ci fossero stati i suoi padroni in rosso, il tizio anziché schiaffeggiare la ragazzina le avrebbe porto una dozzina di rose rosse?”. Ma una lettrice trova un nesso: “Un paese di cafoni, maneschi, nevrastenici e stupidi. Davvero un bel paese! Forse la base vuole sempre più somigliare ai suoi rappresentanti ‘legittimamente eletti’”. È un nesso circolare tra eletti ed elettori, una gara per far prevalere sempre più l’egoismo, il tornaconto, la rapacità e le ragioni del più forte. Un altro lettore coglie ancor meglio quest’elemento disgregativo: “Quel che è peggio è l'inabissarsi di certe notizie nel mare della normalità, tra mamme che gettano i figli dal balcone, autisti che uccidono in stato d'ebbrezza e fanciulli che si alcolizzano per esser grandi. Oramai siamo tornati alla legge del più forte, soli od in branco non ci si rispetta più, si cerca di vincere a qualsiasi costo”.

Attenuandosi sempre più le consuetudini di cooperazione e buona convivenza, prende il sopravvento l’aggressività che è molto forte nella specie umana. Così forte da tradursi in comportamento predatorio nelle relazioni intra-specifiche: evento insolito nelle altre specie animali. Si traduce anche in comportamento competitivo, che invece è comune nel mondo animale tra individui della stessa specie per stabilire uno status, la precedenza o l’accesso a una risorsa. Però anche la competitività è tenuta sotto controllo nel mondo animale da vari comportamenti e meccanismi, perché porta vantaggi solo indiretti alla collettività, che tendono ad annullarsi con l’esasperazione dei comportamenti individualistici. Anche in questo gli animali danno dei punti agli uomini. Solo l’educazione alla cooperazione e alla solidarietà può far superare all’uomo il proprio retaggio animale. Mancando questa, l’uomo si ritrova subito al di sotto della naturale animalità, così come avviene nei cani inselvatichiti incapaci di regolare la propria aggressività. È stato dimostrato che maggiori sono le capacità cognitive di una specie, maggiore importanza assume l’ambiente di sviluppo nel determinare il livello di aggressività degli individui di quella specie. Pertanto, a maggior ragione nell’uomo, se già egli su base genetica ha un ottimo potenziale d’aggressività, possiamo immaginare quanto questa possa essere ulteriormente esaltata dagli stimoli ambientali e dall’addestramento. L’aggressività, al contrario della cooperazione, porta inevitabilmente alla disgregazione sociale. Sono ormai tanti i segnali che ci vedono puntare verso quest’esito di esasperato individualismo. La legge a cui tendiamo è quella del branco, d’un branco disgregato che non sa proteggere neppure i propri cuccioli.




sabato 20 dicembre 2008

Winter Light Festival

Nei primi giorni di novembre è circolata notizia che il consiglio comunale di Oxford ha deliberato la cancellazione del Natale tra le ricorrenze cittadine sostituendola con il Winter Light Festival, la Festività della Luce Invernale. Ed Turner, vicesindaco dell’illustre cittadina universitaria, ha però tenuto a precisare che le celebrazioni con i cori natalizi ed anche il grande albero nella piazza principale non saranno negati alla cittadinanza. Tei Williams, portavoce dell’associazione Oxford Inspires che ha ispirato il provvedimento, ha cercato di tranquillizzare i perplessi assicurando che il Winter Light Festival è ben più del Natale poiché per due mesi è prevista una ricca programmazione di spettacoli ed eventi vari che daranno il giusto contributo alle attese economiche e d’intrattenimento legate alle festività di fine d’anno. Ciò che insomma verrebbe a mancare è “solo” l’esplicito riferimento alla specifica festività religiosa del Natale al fine di “ridimensionare l’eccessiva risonanza della festività cristiana a discapito delle altre religioni”. L’obiettivo, all’insegna del “politically correct”, sarebbe pertanto quello di rendere l’evento festivo “più inclusivo” in omaggio allo spirito multietnico del Paese e al rispetto delle minoranze religiose. Evidentemente queste rassicurazioni non sono bastate, poiché la comunità cristiana locale, a cominciare dalla Chiesa anglicana, ha criticato con fermezza il provvedimento. È significativo il fatto che anche le minoranze religiose hanno disapprovato la decisione, smentendo così di fatto la motivazione ufficiale che la voleva determinata dal desiderio di non ferire la sensibilità religiosa delle altre culture e di essere “più inclusivi verso le comunità non cristiane”. “Semplicemente ridicola”, la giudica Sabir Hussain Mirza, presidente del Muslim Council di Oxford; e prosegue: “Sono molto dispiaciuto da questa situazione. Il Natale è speciale. Cristiani, musulmani e fedeli di altre religioni, guardiamo tutti a questa festa e siamo felici di aspettarla”. Tra l’altro, anche i musulmani conoscono il Natale che chiamano “Aid al Ualid”. Sebbene non lo festeggino come le altre feste islamiche, non va dimenticato che essi considerano Issa-Gesù uno dei profeti. Anche per il rabbino Eli Bracknell, insegnante presso il locale Jewish Educational Centre, “è importante conservare la tradizione natalizia, diluirla fa solo male all’identità di questo Paese”.

Ma allora, se le minoranze religiose non c’entrano con questa decisione, qual è la vera ragione che l’ha determinata? Invero il comune di Oxford non è la prima amministrazione civile che si sbarazza del Natale. Qualche anno fa Manchester l’aveva ribattezzato Winterval, e una municipalità di Londra l’aveva eliminato persino dalle decorazioni. Due anni fa il ministero britannico degli Interni decise di scrivere sui suoi biglietti d’auguri: “Season’s Greetings”, cioè auguri di stagione. Vi era raffigurato l’albero di Natale collocato a Trafalgar Square, ma la parola Christmas era sparita per non turbare chi cristiano non era. Tuttavia nell’immaginario collettivo il provvedimento preso da Oxford, la capitale britannica della cultura, assume un significato particolare: è come se l’identità culturale del Paese si dissociasse dal simbolo più caratteristico della cristianità. Davide Rondoni scrive su Avvenire che uccidendo la parola Christmas la città dei sapienti vuole sbarazzarsi di Christ. Cancellano Christmas per provare a cancellare Christ, perché quel nome è al di sopra di ogni altro nome, e ciò dà fastidio ai saggi: gli ricorda che la signoria del mondo non è nelle loro mani, gli rammenta che è lui il vero Lord. I saggi di un tempo sobillarono il popolo, si appellarono a Cesare, lo vollero morto. I saggi di oggi, quelli che imprimono i loro nomi sui libri e sulle targhe dei loro studi, trovano nuovamente opprimente il nome di Christ, e accampano ogni scusa per cancellarlo, persino la preoccupazione di non escludere coloro che invece non si sentono affatto esclusi e, sebbene non cristiani, attendono volentieri quel giorno.

E così questi saggi, falsi portavoce di musulmani ed ebrei, si sbarazzano del Natale sostituendolo – essi affermano – con qualcosa di più utile e corretto politicamente. Ed ecco allora coniare formule più “laiche” quali: stagione festiva o festa della luce d’inverno. Perché non allora – suggerisce un lettore – festa dell’insostenibile leggerezza dell’essere o festa del vuoto interiore nel pieno del nulla autunnale? da aggiungere alle tante altre eccitanti e disimpegnate quali Halloween, carnevale, festa del telecomando, di Harry Potter, del vuoto pieno, dello sballo, ecc.? Anche mons. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, sottolinea la discrepanza tra ragioni addotte e ragioni profonde che stanno alla base del provvedimento di Oxford. Le ragioni apparenti sono inconsistenti non solo perché smentite dalle minoranze chiamate in causa, ma soprattutto perché l’eventuale desiderio di stabilire un dialogo che non prevarichi non può non tenere conto, per compiacere gl’interlocutori, della cultura cristiana in cui si riconosce la parte prevalente. Il vero dialogo lo si costruisce proprio attraverso le identità e non stingendo fino al punto di estinguere la propria identità. Allora ecco che bisogna desumere una diversa ragione, ben più profonda di quella che appare sul momento come una semplice stravaganza, e più o meno consapevole di una grandezza che sta alle proprie spalle, che costruisce il proprio stesso volto. "Mentre in passato, quando si combatteva la presenza dei segni religiosi, lo si faceva con delle argomentazioni, persino con il desiderio di opporre un sistema del tutto alternativo, ora, invece, tante volte, questa avanzata della negazione è una specie di onda grigia, di nebbia; si vuole introdurre proprio una componente così fluida ed inconsistente che è la caratteristica della secolarizzazione attuale", afferma Ravasi. "Dio non viene negato, viene del tutto ignorato e l'impegno pastorale è ancora più complesso perché di fronte ad una negazione si possono apportare le argomentazioni. Di fronte invece a questa sorta di 'gioco di società' incolore, inodore, insapore, c'è, alla fine, l'impossibilità di una reazione". "Ora noi non abbiamo più l'ateismo nel senso forte, qualche volta drammatico del passato. Noi ora abbiamo l'indifferenza. Questa indifferenza stempera tutto, stinge, scolora, e alla fine, forse impedisce all'uomo anche di interrogarsi - come fanno tutte le grandi religioni - sui temi fondamentali, temi capitali che vengono invece dissolti nell'interno di un'atmosfera così inconsistente".

Certo, è legittimo chiedersi a questo punto se le Chiese non abbiano le loro colpe per la situazione di indifferenza in cui ci troviamo. Non raccogliamo oggi il frutto di una pratica religiosa formale e superficiale che ha trascurato di formare le menti dei fedeli e di conquistare i loro cuori? E nella fattispecie – si domanda un altro lettore – «quanti inglesi vanno a messa tra i cattolici o al culto domenicale tra gli anglicani e gli altri riformati nella cittadina di Oxford? Sarebbe interessante stabilire se esiste una correlazione tra lo svuotarsi dei templi e delle attività di culto e di catechesi e questa improvvida, per nulla "politically correct" (essendo scorretta nei confronti del cristiani) iniziativa, che di "laico" non ha nulla». È certo che l’indifferenza religiosa, quando di non vero ateismo militante, in Inghilterra ha raggiunto livelli sconosciuti persino da noi, che pure non scherziamo. Il giornalista Pigi Colognesi al fatto di Oxford ha voluto collegare un’altra notizia proveniente dall’Inghilterra in quegli stessi giorni. Riporto buona parte del suo articolo che ritengo molto significativo e appropriato: «Sui bus e nelle metropolitane di Londra è comparsa nelle scorse settimane la seguente scritta pubblicitaria: “Probabilmente Dio non esiste. Dunque smettete di preoccuparvi e godetevi la vita”. L’iniziativa è partita da un blog del giornale progressista Guardian e, dicono gli organizzatori, ha avuto un successo clamoroso: si dovevano raccogliere cinquemila sterline per una piccola campagna pubblicitaria e ne sono arrivate oltre centodiciassettemila. Scopo del messaggio è quello di "rassicurare" chi si sente minacciato dal ritorno del fervore religioso. È chiaro, infatti, cosa i sostenitori dell’iniziativa (tra loro figura Richard Dawkins, diventato celebre per un libro sulle "ragioni per non credere") intendano per Dio: un nemico della vita. Coi suoi precetti e divieti, con la minaccia della punizione eterna, con le sue regole soffocanti questo simulacro di Dio appare evidentemente un ostacolo per la realizzazione dell’uomo. E quindi la constatazione che "probabilmente" non esiste fa tirare il fiato. Ma siamo così sicuri che, senza Dio, noi possiamo “goderci la vita”? Come dovremmo fare? Occorrono un sacco di condizioni di non facile raggiungimento (e questo lo slogan ateistico tende a nasconderlo): bisogna avere la salute e un lavoro soddisfacente, disporre di un minimo di agiatezza economica, essere capaci di instaurare rapporti interpersonali ed affettivi appaganti. E poi è necessario che la situazione intorno a sé consenta di godersela, la vita. Se sei seduto sul bus (magari quello con la scritta ateistica sulla fiancata) e ti schiacciano un piede, tutto il tuo godimento se ne va. E non basta. Siamo sicuri che uno possa tranquillamente godersi la vita quando legge quello che legge sui giornali? Le migliaia che fuggono dai loro villaggi in Congo o quelli che perdono il posto di lavoro perché la banca fallisce; i cristiani ammazzati in India e la bambina lapidata in Somalia. Ci vorrebbe un po’ di giustizia perché questa vita sia davvero godibile. Ma anche guardando più da vicino: come farei a “non preoccuparmi” se una persona che mi è cara soffre, è scontenta, magari un pochino depressa? Insomma “godersi la vita” è un affare complicato. Ma, soprattutto, cos’è questa vita che dovrei godermi? È la somma di salute, affetti, lavoro, soldi, circostanze più o meno favorevoli? È il susseguirsi di raggiungimenti parziali e sempre effimeri? Non c’è, invece, in ognuno l’urgenza di trovare qualcosa che dia consistenza e durata a tutti quei fattori? Non vive ognuno lo struggente bisogno di un “godimento” che non lasci fuori nulla e che sia permanente? Della felicità, insomma. Questa esigenza non apre forse la prospettiva su un orizzonte infinito e misterioso, quello che gli uomini hanno sempre chiamato Dio? Limitare simile apertura non è un rimpicciolimento della persona, una sua riduzione a misure meschine, quelle facilmente gestibili da un potere prodigo di “godimenti"? L’uomo che è nato quel giorno di duemila anni fa ha detto che proprio per camminare verso la felicità ogni uomo è venuto al mondo e che la misura del suo desiderio è infinita. È per questo che gli amministratori di Oxford vogliono farci dimenticare il suo Natale?» (P. Colognesi, Da Oxford agli autobus, l'illusione di essere felici eliminando Dio, ilSussidiario.net, 7/11/08).

Allora questa cultura che produce indifferenza per Dio, o persino ostilità; che ne fa un simulacro soffocante e minaccioso, un nemico della vita, un ostacolo per la realizzazione dell’uomo; alla fine è logico che ne provochi pure la rimozione nel nome delle pari opportunità a favore delle minoranze etniche ma, in realtà, della maggioranza indifferente e persino dichiaratamente atea. Un’altra recente notizia è quella che la commissione britannica per le pari opportunità ha denunciato l’associazione Scout per discriminazione nei confronti degli atei. Il loro motto recita infatti: “Sul mio onore prometto che farò del mio meglio, il mio dovere al cospetto di Dio e della Regina, per aiutare altre persone e rispettare la legge degli Scout”. Come la mettiamo con i due terzi degli adolescenti che si dichiara non religioso? Per entrare negli Scout non resta loro che mentire. La Humanist Association e la National Secular Society sono indignate ed auspicano che quanto prima l’associazione rimuova dal suo motto la frase “fare il mio dovere nel cospetto di Dio”. Come sorprendersi allora di questo diffuso imbarbarimento delle giovani generazioni private degli ideali cristiani e, con il fallimento delle ideologie, di ogni ideale? Tranne che vogliamo considerare ideale quello legato al consumismo: il sesso, l’abbigliamento più o meno stravagante, lo scooterino; o i rituali del gruppo: ubriacature, prove di coraggio e di destrezza, accoltellamenti. Sono i dati che parlano: in Inghilterra negli ultimi sei anni la criminalità minorile è aumentata del 27%; un numero sempre crescente di teenager si ritrova ad avere a che fare con la giustizia ben prima della maggiore età. In alcune aree del paese i baby delinquenti sono pressoché raddoppiati e i loro crimini, spesso omicidi per futili motivi, ormai non fanno quasi più notizia. E non è che altrove in Europa le cose vadano molto meglio.

Quel Winter Light Festival suggerisce, inoltre, altri richiami. L’uomo ha bisogno di credere in qualcosa e se al Natale si toglie Gesù Cristo esso torna ad essere ciò che era una volta, prima che i cristiani ne facessero la loro festa più bella. Torna ad essere la festa del solstizio d’inverno, il natale del sole. Nell’Inghilterra scristianizzata, oltre agli indifferenti e agli atei, sono in aumento i culti neopagani. La festa della luce invernale è un modo per richiamare l’uomo preistorico che dorme dentro di noi. Eliminando Dio divinizziamo i suoi strumenti di vita. I celti, gli antichi abitanti delle isole britanniche, adoravano il sole. Tacito descrive le danze dei druidi inglesi all’interno del cerchio di pietre quando il sole nascente del solstizio d’estate colpiva con i sui raggi l’altare centrale di Stonehenge. Ed oggi attorno al complesso megalitico, ogni anno nel giorno più lungo si danno appuntamento oltre 20 mila neopagani. Ma i celti, come tutti i popoli del nord, celebravano i loro riti anche nel solstizio d’inverno. Presso germani e scandinavi in questo periodo ricorreva la festa di Yule, durante la quale venivano evocati demoni e spiriti dei morti. Vischio e agrifoglio che decorano il Natale nordico provengono da quella ricorrenza pagana che in Islanda si protrasse per tutto il medioevo. Ma è l’Inghilterra che ha rappresentato uno dei più forti epicentri della rinascita pagana, frammischiata all’occultismo, a partire dal XIX secolo con la continuazione dell’antica religione celtica, divisa in numerose organizzazioni e chiamata nel suo complesso Druidismo o Celtismo. Sempre in Inghilterra, fondata dall’esoterista Gerald Gardner, è sorta la Wicca, la più seguita religione neopagana che si riallaccia all’antico culto della Dea Madre. Oggi che la fede cristiana si sta ritirando, il vecchio paganesimo sta riprendendo inatteso vigore e cresce con un tasso stimato al 143% annuo su scala mondiale: il più alto in termini relativi rispetto alle altre fedi. Un vero schiaffo per le Chiese cristiane che appaiono aver fallito miseramente il loro compito di educare gli uomini alla fede viva. D’altronde non fu Gesù che, guardando avanti nei secoli, si chiese sconsolato se al suo ritorno avrebbe ancora trovato fede sulla terra (Lc 18:8)? E allora anche questa Festività della Luce Invernale, se vogliamo, è un segnale che andiamo in quella direzione. Questi adoratori del sole anglosassoni, che detestano visceralmente la nascita di Cristo, che desiderano ridimensionarne l’eccessiva risonanza, come ha detto qualcuno, “speriamo almeno che per i sacrifici umani aspettino ancora un po’”.

Per approfondire: Natale, vale o non vale?

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martedì 26 agosto 2008

La nostalgia dell'Orso

Ci risiamo. Ecco che l’orso russo torna a mostrare i denti. Le sinistre colonne di carri armati lungo le strade dello stato sovrano della Georgia richiamano inevitabilmente Budapest ’56 e Praga ’68. Certo, complice la politica muscolare e miope dell’amministrazione Bush, tutta smaniosa di affermarsi nel ruolo di superpotenza egemone circondando l’orso d’un recinto NATO e di sistemi missilistici, d’imporre l’indipendenza del Kosovo, provincia serba, aprendo così un pericoloso precedente: perché ai contrabbandieri kosovari sì e ai contrabbandieri osseti no? Ma resta il fatto che l’orso ha aggredito uno stato sovrano, riprendendo l’abitudine molto sovietica di confinare con chi gli pare e di considerare i paesi limitrofi come entità politiche a sovranità limitata.

Quest’evento, che non si verificava da molti anni, viene avvertito come l’affermazione esplicita di una linea finora solo minacciata. Le sue implicazioni simboliche superano il fatto circoscritto al Caucaso, e qualcuno lo ha definito una vera svolta: la più decisiva della storia europea dalla caduta del Muro di Berlino. I Paesi ex satelliti (interni o esterni) hanno ben capito il cambiamento di prospettiva e i presidenti di Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania e Ucraina sono volati a Tbilisi per solidarizzare con Saakashivili. Quanto all’Europa occidentale, beh, il discorso è più complesso. La loro integrità territoriale per il momento non è in gioco e il petrolio russo costituisce un’arma ricattatoria efficacissima. Eccoli così tentare un’opera di composizione che ci auguriamo tutti non somigli a Monaco 1938 quando, con la finta mediazione dell’Italia, Gran Bretagna e Francia concessero ad Hitler giusto quel che egli s’aspettava, cioè i Sudeti e di fatto tutta la Cecoslovacchia. Allora il Duce si presentò al mondo come salvatore della pace per aver “indotto” il dittatore tedesco alla trattativa e, per inciso, suona inquietante il parallelismo con Berlusconi che avrebbe affermato: “Grazie a Dio il mio amico Putin mi ha ascoltato”. Quanto a Daladier e Chamberlain, tornarono a casa nel tripudio generale come salvatori della patria (piccolo dettaglio: sulla pelle degli altri). Tra le poche voci critiche quella di Churchill che, in un discorso alla Camera dei Comuni, si disse convinto di non prevedere la fine dell’incubo bensì l’inizio: “Regno Unito e Francia potevano scegliere tra la guerra e il disonore. Hanno scelto il disonore. Avranno la guerra”.

Il Cremlino sa benissimo che di fronte agli interessi nazionali non esiste alcuna “unione europea”, ma solo rivalità nazionali manovrabili a suo piacimento e reciprocamente paralizzanti. Gli basta solo agitare la siringa dei suoi oleodotti come un novello soma di Huxleyana memoria: “Mezzo grammo per un riposo di mezza giornata, un grammo per una giornata di vacanza, due grammi per un’escursione nel fantasmagorico Oriente” e, per i dissidenti che protestano, direttamente spruzzato nell’aria come aerosol. Si accomodino i mediatori gasolio-dipendenti. Una siffatta mediazione sa agli europei orientali di complicità, più o meno riluttante; così essi finiscono per correre sotto l’ombrello protettivo degli americani, di coloro cioè che finora hanno giocato con le paure e con le nevrosi del plantigrado russo.

Grazie al Cielo l’amministrazione Bush è giunta alla scadenza del suo mandato. Ma questa sana diffidenza nei confronti di Washington non deve servire da pretesto per non diffidare ancor più di Mosca che per l’Occidente, ormai è chiaro, non rappresenta un partner affidabile né, tanto più, una potenza amica. Ci eravamo illusi che la Russia, piegata dal crollo dell’impero comunista, imboccasse un percorso di democratizzazione e di integrazione con la comunità occidentale. D’altra parte non c’erano anche le comuni radici cristiane? Ma, a parte il fatto che il Patriarcato di Mosca, tra quelli ortodossi, è il più ostile alle chiese occidentali, il vero acclarato problema da cui il popolo russo non s’è mai liberato è il nazionalismo. Facendo leva su questa debolezza, Putin ha saputo stabilizzare il Paese imprimendo tuttavia una svolta autoritaria al regime e interrompendo il processo di democratizzazione. E siccome per legittimarsi un regime autoritario ha bisogno sempre più di far leva sul nazionalismo, eccolo avvitarsi in un circolo vizioso con la manifestazione di atteggiamenti sempre più aggressivi.

Mosca ha di nuovo fame d’impero. Le divisioni in Occidente e gl’interessi di bottega della “disunione europea” non fanno che rendere più baldanzosi i nostalgici delle trascorse glorie di sovietica memoria. La remissività delle democrazie gasolio-dipendenti non fa che accrescere l’arroganza e l’uso dei toni ultimativi di cui il regime di Putin fa sempre più sfoggio. Eccoci così tornare alla guerra fredda. La pausa di riflessione causata dal crollo dell’impero sovietico, chiamata anche “pace fredda”, non ha indotto i regimi strutturalmente autoritari ad avvicinarsi alla democrazia. In questi anni è sembrato che l’unica linea di frattura tra i popoli corresse tra modernità e tradizione, tra fondamentalismo islamico e Occidente democratico. In realtà le superpotenze autocratiche come Russia e Cina non stavano avvicinandosi all’Occidente ma stavano ripensandosi per non cedere ad un modello di cui esse, nazioni vaste e poco omogenee, non credono d’aver bisogno. Così la Cina ha liberalizzato solo la propria economia e la Russia si è affrettata a tornare all’autocrazia dopo un iniziale liberalismo imperfettissimo sia in campo economico che politico. Adesso è chiaro che gli assi di frattura tra le nazioni sono due, e il confronto/scontro di cui le democrazie occidentali devono prendere atto è con il fondamentalismo islamico ma anche con i regimi autocratici. E dato che questa contrapposizione è in entrambe i casi finalizzata in chiave antioccidentale sta avvenendo che i due rami, fondamentalista e autocratico, si alleino e in parte si sovrappongano.

La sede istituzionale di questa convergenza è la Shanghai Cooperation Organization, dal nome della città cinese che ha visto la sua rifondazione nel giugno del 2001. Fanno parte di questa organizzazione intergovernativa, oltre a Cina e Russia, le repubbliche ex sovietiche di Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Ufficialmente l’esistenza dell’organizzazione è motivata dall’azione congiunta contro le minacce del terrorismo, del separatismo e del fondamentalismo. Ma è una motivazione di facciata in quanto nel 2005 è stato assegnato lo status di osservatore a Pakistan e Iran, stati risaputamente fomentatori di terrorismo e fondamentalismo. Questi paesi, insieme a Mongolia e India, dovrebbero presto divenire membri a pieno titolo dell’organizzazione. Con il Gruppo di Shanghai la Russia si sta ponendo alla testa di una coalizione di stati, per tanti versi eterogenei, ma uniti dal potenziale militare che potrebbero dispiegare in chiave antiamericana e, più in generale, antioccidentale. A questa capacità di coalizzare si associa il potere d’interdizione, due strumenti adoperati alla grande dall’Unione Sovietica per ricavare peso e influenza nel consesso internazionale, e che da qualche anno Putin sta nuovamente utilizzando al servizio del neo-imperialismo russo.

Con tali premesse com’è possibile parlare ancora di “comunità internazionale”? L’esistenza di una comunità presuppone la condivisione di norme comuni basate su una morale e persino su una coscienza condivise. Si era pensato agli inizi degli anni Novanta che questa visione comune potesse raggiungersi, ma così non è stato. L’esempio più evidente ce lo offre il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che sembrava stesse riprendendo a funzionare ma che è in breve ricaduto nella sua ordinaria condizione di paralisi dovuta ai continui veti incrociati. Sui temi più importanti è evidente il completo disaccordo tra le nazioni democratiche e quelle autocratiche. E ci riferiamo in primo luogo a decisioni con forte valenza morale e umanitaria, quali potevano essere gl’interventi per fermare lo sterminio di popolazioni inermi in Ruanda, Darfur e Birmania. L’intervento in Kosovo fu deciso unilateralmente dalla NATO. Ciò fa pensare ad alcuni studiosi di politica internazionale che la crescente tensione tra le nazioni democratiche e quelle autocratiche, Russia in testa, porterà ad una maggiore coesione all’interno dei rispettivi gruppi di riferimento. Fa altresì prospettare la nascita di nuove istituzioni internazionali quali una lega delle Nazioni democratiche, che non si sostituisca all’ONU ma lo affianchi, aperto ai Paesi effettivamente democratici del pianeta, ove ci si consulti regolarmente allo scopo di discutere e risolvere quelle istanze che non trovino spazio al tavolo delle Nazioni Unite perché avversate dai regimi autocratici. Che poi le nazioni attualmente democratiche non rischino un’involuzione di tipo autoritario con l’avvicinarsi di gravi crisi planetarie, quali quella petrolifera, climatica, alimentare o demografica, è tutto da vedere. Ma quello è già un altro discorso.

Per approfondire: La Russia nella profezia escatologica

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martedì 1 luglio 2008

Una civiltà al crepuscolo

La notizia che oggi mi sento di commentare è quella dell’esperienza capitata a Pasquale Tintillini Di Palma, un autista delle linee urbane della Capitale. Il 16 giugno, attorno alle 16,20, un passeggero comincia a sentirsi male. Di Palma impugna il cellulare e chiama il 118 per un’ambulanza. Le condizioni del passeggero tuttavia continuano a peggiorare, perde i sensi. Il solerte conducente allora comunica l’emergenza alla centrale operativa e chiede l’autorizzazione a deviare verso il più vicino ospedale. L’autorizzazione viene subito concessa e il nostro autista riparte verso il Sant’Eugenio. Lungo il tragitto richiama il 118 per annullare la chiamata dell’ambulanza. Giunto davanti al pronto soccorso, Di Palma tira un sospiro di sollievo e corre all’interno per chiedere aiuto. Ma dall’ospedale gli rispondono che loro non sono autorizzati ad uscire fuori per prendere le persone che si sentono male: “deve chiamare un’ambulanza”, gli suggeriscono. Il conducente non crede alle sue orecchie: il mondo sembra crollargli addosso. Torna indietro. Il passeggero giace esanime sul pavimento del bus. Che fare? Non resta che chiamare per la terza volta il 118 e chiedere di nuovo l’ambulanza con i tempi che frattanto s’allungano. Fortuna vuole che un’altra ambulanza con un ferito a bordo arrivi in quel momento: l’autista e i passeggeri del bus si precipitano in strada, segnalano al mezzo di fermarsi e spiegano il problema. C’e un medico a bordo che accetta di scendere per soccorrere il viaggiatore mentre l’ambulanza entra al pronto soccorso per scaricare il ferito, poi esce nuovamente, carica il passeggero e lo porta all’interno dove finalmente può essere consegnato al personale dell’ospedale. La procedura è salva e forse anche la vita – di fatto meno importante – del malcapitato passeggero.

Con questo non vogliamo dire che negli ospedali di Roma siano più disumani che altrove. Capita sentire notizie analoghe giungere anche da altre città. Come quella dell’uomo morto d’infarto sul marciapiede del Mauriziano di Torino, a pochi metri dall’ingresso, perché i medici del pronto soccorso s’erano rifiutati d’intervenire pur sapendo che, per gli infartuati, i primi 20 minuti sono decisivi. Pochi mesi più tardi l’episodio si è ripetuto all’ospedale di Moncalieri. Un anziano di 69 anni avverte un malore mentre è sul pullman e si accascia. L’autista chiama il 118 ma l’ambulanza tarda ad arrivare. Questi allora decide di recarsi a piedi all’ospedale Santa Croce, che dista ottanta metri da lì, per chiedere aiuto ma i medici gli rispondono di non poter uscire dal nosocomio: che si rivolga al 118, cosa, che in realtà, era già stata fatta. Allora, in un ultimo disperato tentativo di salvare la vita al povero anziano, l’autista cerca di raggiungere il pronto soccorso con il pullman ma la strada d’accesso è troppo stretta per il grosso mezzo. Suo malgrado deve desistere, e quando l’ambulanza arriva è ormai troppo tardi: l’uomo è già morto a neppure un centinaio di metri dall’ospedale.

Ce n’è abbastanza per riflettere. Ma vi aggiungerei pure alcune osservazioni che dei lettori si sono scambiate a commento della prima notizia, quella di Roma. La reazione più diffusa è stata la rabbia e lo sdegno; ma c’è pure stato un lettore, probabilmente un medico che presta servizio sulle ambulanze, che ha difeso il comportamento dei colleghi. Ha anche portato ad esempio un episodio successogli mentre era in servizio: un tizio era scivolato sulla rampa esterna del pronto soccorso, facendosi male. Anche in quell’occasione i medici non uscirono per soccorrerlo. Fu allertato il 118 ed egli arrivò con la sua ambulanza per soccorrere il ferito e trasportarlo all’interno del pronto soccorso che da lì distava trenta passi. Sul momento – continua il lettore – egli rimase sorpreso e contrariato dall’accaduto. Poi però, ragionando a mente fredda, ha “capito che probabilmente è giusto che la questione sia organizzata in questo modo (anche perché il Tizio mica stava morendo!)”. “È giusto che sia così, per motivi innanzitutto legali e anche organizzativi interni”. Poi se si constata che questa formula organizzativa presenta delle crepe allora è giusto ripensare le regole “sempre nell’interesse generale dei cittadini che prima di tutto è legato ad una buona organizzazione del servizio e non all’estemporaneità di certi comportamenti alla vecchia maniera, come quello dell’autista… che in buona fede ha combinato un gran casino che non doveva combinare”.

Risponde, a questo lettore, una lettrice che ne contesta il ragionamento sul piano sia della logica organizzativa che umano. Mettiamo – ipotizza la lettrice – che non si trovasse subito disponibile l’ambulanza che avrebbe potuto salvare una vita umana perché impegnata “sulla rampa di un pronto soccorso a soccorrere uno che era solo scivolato ma che i sanitari del pronto soccorso medesimo, distanti da lui solo trenta passi, avevano inspiegabilmente deciso di non soccorrere fino all’arrivo del 118, perché tanto, dalla finestra, avevano visto che non stava mica morendo. Il che è un comportamento da incivili disumani e bastardi, è contrario al giuramento di Ippocrate, costituisce un inutile spreco di denaro a carico del SSN, una indebita sottrazione di risorse per chi avesse dovuto averne realmente bisogno ed è configurabile come reato di omissione di soccorso… Ci lamentiamo degli stupri che avvengono sotto gli occhi dei passanti indifferenti, e poi è questo l’esempio che arriva dai servizi dello Stato? E se lo scivolato e abbandonato fosse stato tuo padre, ragionando a mente fredda, l’avresti vista allo stesso modo?”

Un’altra lettrice si è limitata a riferire la propria esperienza con i sanitari del Sant’Eugenio: “Lì ho trovato solo arroganza, voglia di lavarsi le mani, poca umanità… il paziente è trattato come un pacco o una seccatura…”

Che dire? Gli spunti di riflessione non mancano anche per esprimere in senso rivendicativo la nostra indignazione, per tornare sul discorso infinito della malasanità. Ma non è questa la sede per dibattere, da tale prospettiva, su questo pur giusto argomento. Ci sono sedi più qualificate come le associazioni dei consumatori, i blog di denuncia sociale o persino i telegiornali satirici che si occupano quotidianamente dei cattivi servizi resi alla collettività. Lo scopo del nostro blog è invece quello di cogliere lo spirito del tempo, e quindi di risalire alle motivazioni che stanno dietro ai comportamenti umani in questo preciso contesto storico. Possiamo anche parlare di malasanità, di regolamenti, di organizzazione e di procedure, ma non dovremmo perdere di vista l’obiettivo che ci siamo posti.

Molti di noi hanno messo piede in un pronto soccorso per un’emergenza sanitaria personale o anche occorsa ad una persona cara. E lì ci siamo accorti del carico di lavoro a cui sono sottoposti i vari operatori e della necessità ed utilità di un’organizzazione che si appoggi a procedure ben definite. Facilmente avremo letto su un cartello o su una targa la strana parola “Triage”, un termine francese che indica il metodo di selezione e smistamento dei pazienti, che avviene non in base all’ordine d’arrivo ma sulla gravità delle loro condizioni. Proprio per questo viene assegnato un codice definito con un colore che va dal rosso (per le situazioni più gravi) al verde e persino al bianco per le situazioni improprie che non richiedono un intervento sanitario urgente. Nell’interesse di tutti, e in particolare di chi ha veramente bisogno, non è giusto affidarsi ad un criterio così congegnato? Come pensare allora che da una buona organizzazione possano derivare azioni disumane come quelle che abbiamo pocanzi descritto?

In genere ci si accorge dell’esistenza di regole e di norme quando ci si nasconde dietro ad esse per giustificare atteggiamenti moralmente discutibili. Conosco medici “della mutua” che, per rilasciare una certificazione, fanno pagare 50 euro e più ad anziani soli che vivono con poche centinaia di euro al mese. Quando si contesta loro questo comportamento, appunto, moralmente discutibile, essi si giustificano appellandosi al regolamento del loro Ordine che imporrebbe tassativamente – a rischio di sanzioni – di far pagare sempre le certificazioni rilasciate, secondo un ben preciso tariffario. Come spiegare allora il fatto che il mio medico curante non ha mai chiesto un soldo per rilasciare certificati? E come lui, so, fanno tanti altri.

Non so se i regolamenti che disciplinano le procedure delle unità di pronto soccorso vietino espressamente di soccorrere chi si trova fuori dalla struttura ma nelle immediate adiacenze. Leggevo che il procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello aveva aperto un’inchiesta sui due casi avvenuti nel Torinese, ed uno dei punti che intendeva chiarire era proprio se esiste un regolamento che vieti ai medici in servizio di intervenire fuori dall’ospedale. D’altra parte l’allora assessore regionale alla sanità, Mario Valpreda, aveva assicurato che una sua circolare “impone ai medici di pronto soccorso di intervenire in casi urgenti anche nell’area intorno all’ospedale”.

Non di rado ci si attacca all’osservanza letterale della norma per poterne trasgredire lo spirito. Questo rispetto scrupoloso solo formale, che il mio professore di Diritto definiva “santificazione della norma”, non ha a cuore la soluzione del problema ma è perseguita per cautelarsi da eventuali responsabilità di tipo disciplinare, civile, penale, ecc. Il bello è che chi lavora in questo modo può anche convincersi di compiere il proprio dovere e di essere eticamente irreprensibile. Poi magari, nel caso del medico, agisce con arroganza e poca umanità, tratta il paziente come un pacco o una seccatura e, se può, se ne lava volentieri le mani; e non fatica neppure a trovare delle giustificazioni plausibili al proprio operato.

D’altronde si suppone che un regolamento che riguarda la salute e la vita della gente non sia concepito per metterle a repentaglio. Semmai va detto che le norme vengono stabilite per prevenire abusi e omissioni o, comunque, per porvi rimedio. È anche vero che se i comportamenti devianti sono troppi e generalizzati anche le norme finiscono per diventare tante, rigide e opprimenti. Certo oggi c’è pure la tendenza a razionalizzare e prevedere tutto; modernità fa rima con uniformità e sistema di qualità, pensati per migliorare l’efficacia e l’efficienza delle organizzazioni sia che producano beni sia che offrano servizi. E questo porta al moltiplicarsi di norme e procedure rigide. Basti pensare alla soffocante burocrazia di Bruxelles che scodella regolamenti e direttive che si ingeriscono in tutte le attività dei cittadini. Ormai è proibito persino servirsi della zuccheriera al bar e fra poco sarà fuorilegge anche sostituire una lampadina in casa. Un’organizzazione che risponde a questa logica, anche se volta alla sicurezza delle persone, di fatto non pone le loro esigenze al primo posto: è asettica, spersonalizzante, soffocante. Così la solidarietà dell’autista romano viene stigmatizzata e retrocessa a “estemporaneità di certi comportamenti alla vecchia maniera”. Una organizzazione esasperata non è necessariamente la risposta che ci si aspetta da chi governa la cosa pubblica. Basti considerare la crescente insofferenza con cui la gente guarda alla burocrazia di Bruxelles che, appunto, codifica le nostre azioni fino all’esasperazione.

Nell’un caso o nell’altro, tuttavia, va preso atto che le regole e i protocolli organizzativi non sono costruzioni astratte ma si edificano sui comportamenti e sullo spirito del corpo sociale. Come dire che, sia che servano a contenere le nostre intemperanze sia che esprimano la nostra anima collettiva, essi sono di fatto quello che ci meritiamo. Se certi comportamenti c’indignano, vediamoli come la spia di qualcosa che non funziona nel nostro corpo sociale. Il dottore che non soccorre, che deruba i vecchietti, che nulla ferma pur di far carriera, che guarda il mondo dall’alto in basso, non è un alieno, è uno di noi a cui sono stati concessi più strumenti per esprimersi e che segue un trend generale.

Il 41° rapporto del Censis, pubblicato alla fine dello scorso anno, traccia un quadro desolante sulle condizioni sociali del nostro Paese. Qualcosa s’è rotto nel profondo della società italiana che è diventata più egoista e individualista, afferma il prof. De Rita, ove per libertà s’intende unicamente la disponibilità di se stesso. “Una società mucillagine dove tutte le componenti stanno insieme perché accostate, non perché siano integrate”. Una società che ha perso le passioni, e che ha solo impulsi; che fa dell’aggressività la modalità espressiva quotidiana, come gli stadi e le famiglie insegnano. In casa aumentano le violenze e le separazioni. Una vera “degenerazione antropologica”. Le pulsioni frammentate vincono sulle passioni unificanti. De Rita, citando Melanie Klein, individua la crisi “nella regressione individualistica di tutti i valori di riferimento – laici e religiosi, dalla libertà al lavoro all’etica pubblica – un tempo interpretati collettivamente”. Mentre il Paese si disperde in una “mucillagine di elementi individuali e di ritagli personali tenuti insieme da un sociale di bassa lega, e senza alcuna funzione di coesione da parte delle istituzioni”, la società italiana sta diventando una “poltiglia di massa”, sfilacciata, inconcludente e senza sguardo al futuro. La sensazione diffusa è quella “di una deriva verso il peggio in tutti i campi della vita individuale e collettiva, dalla politica allo smaltimento dei rifiuti”. L’Italia non è ancora un paese povero ma è più ingiusto e disilluso. Esistono delle realtà produttive e vitali che però non si generalizzano in “uno sviluppo di popolo”. La crescita promossa dalle minoranze attive “non riesce a percolare”. “Non abbiamo più fiducia nello sviluppo di popolo che ha dato vita al boom economico degli anni ’50, all’industrializzazione di massa degli anni ’70, alla lotta al terrorismo”. Il nostro è un “boom silenzioso che non fa sviluppo, non fa legame, non fa progetto, non fa speranza”.

Opportuno il riferimento al boom economico degli anni ’50. Quel “miracolo economico” fu possibile grazie al basso costo del lavoro. L’alto tasso di disoccupazione e il potere fiacco dei sindacati contribuirono a contenere le richieste di aumenti salariali. Ma vi era un’altra ragione che concorse a non far schizzare in alto il costo del lavoro non solo dei salariati. Il Paese era appena uscito da un conflitto disastroso, da una grande calamità. Gli uomini sanno dare il meglio di sé in tempo di calamità. Basti pensare ai disastri naturali, come i terremoti o le alluvioni, quanta gente mobilitano; mobilitano gli speculatori e i profittatori, è inevitabile, ma accorrono anche tante persone che condividendo il disagio con le vittime offrono gratuitamente il loro soccorso. Gli anni del dopoguerra e della ricostruzione furono anni in cui diffuso era lo spirito di solidarietà e di comunità.

Oggi ci troviamo invece in fase di “regressione individualistica” che è giusto il contrario della solidarietà. Ognuno pensa per sé e per lui le parole quali popolo, cultura, scuola, istituzioni non significano più nulla, osserva il presidente del Censis. Per cui quando i “partiti del popolo”, quali quelli guidati da Veltroni o da Berlusconi, propongono progetti di “sviluppo collettivo in cui ci stiamo tutti” le loro proposte appaiono prive di senso. Berlusconi è più ascoltato quando lancia messaggi di rassicurazione agli individualisti; quando dice: “Sono come voi. Seguitemi, votatemi, e vi arricchirete come io mi sono arricchito”.

In un sagace articolo, pubblicato a gennaio su La Stampa, Lietta Tornabuoni si chiede come mai in un tempo di salari scandalosamente bassi i ristoranti costosi sono sempre pieni, i negozi alla moda vendono come niente borsette da 1500 euro, le agenzie di viaggi e i saloni d’auto di lusso fanno affari d’oro, le boutique di alimentari pregiati “dove il gorgonzola costa più dell’oro” continuano a vendere senza cali ostriche, caviale, salmone, champagne e simili, e le file più lunghe per i saldi si fanno in via Condotti a Roma e in via Montenapoleone a Milano. Come si spiega questo volume d’affari in tempi di congiuntura? “Si spiega forse con il fatto che tra ricchi e poveri esiste ora una terza (o quarta, o sesta) classe sociale: i ladri. Compresi truffatori, imbroglioni, profittatori, autori di furti di Stato eccetera. Non sono pochi: le cronache di arresti repentini ce ne fanno scoprire a centinaia. Non sono raffinati: la ricchezza illegale non servirà certo loro per comprare inarrivabili disegni di Michelangelo, ma per far proprie le cose della fisicità, mangiare, bere, vestire, guidare, viaggiare, apparire, pavoneggiarsi”.

In tempi di regressione individualistica e di mancanza di senso della collettività l’unico valore che conta è il proprio immediato tornaconto. S’insegna che la morale non c’entra con gli affari e che l’unica legge che conta è quella del mercato. Qualsiasi prezzo è accettabile finché qualcuno compra. Così si regolano i bottegai, gli artigiani e i liberi professionisti; e tra i lavoratori dipendenti quelli organizzati in categorie forti. Ma questa sfrenata avidità si paga. Ricordiamo tutti il film di Dino Risi I Mostri. Quell’episodio dal titolo: L’educazione sentimentale. Lì un padre (interpretato da Ugo Tognazzi) educa e inizia alla vita sociale il figlio ricorrendo ad esempi ed insegnamenti ispirati a un’assoluta disonestà e alla più totale mancanza di rispetto per gli altri. Il figlio imparerà così bene la lezione da uccidere il genitore per derubarlo. Ricordo il mio barbiere che, approfittando dell’ingresso dell’euro, subito raddoppiò la tariffa; ed ebbe anche la faccia tosta di lamentarsi con noi clienti della disonestà di tanti che avevano aumentato i prezzi senza alcuna giustificazione. I furbi incontreranno sempre qualcuno più furbo sulla loro strada. “Saranno allo stesso tempo imbroglioni e imbrogliati” (2Tm 3,13), prevede l’apostolo Paolo. Ma la pagheranno anche perché chi avvelena l’acqua del proprio pozzo finisce avvelenato. Se un sistema cade in balia delle furberie di molti, prima si destabilizza e poi crolla. Lo vediamo già adesso con l’impoverimento della classe media che vive di lavoro dipendente. Ma lo vediamo anche con lo smantellamento dello stato sociale perché i suoi costi sono diventati insostenibili. Lo stesso servizio sanitario ha raggiunto un livello di spesa difficilmente tollerabile non perché una volta ci si ammalasse di meno ma perché tutto oggi costa molto caro (o, meglio, perché gli attori coinvolti pretendono compensi ingiustificabili). Sono brutti segnali, questi. E quando un sistema crolla non ce n’è per nessuno. Anche il cancro muore dopo essersi nutrito dell’organismo che ha parassitato, ma non per questo si pone il problema. È il tipico quadro delle società in declino, al contempo disperate e gaudenti.

Se in un’attività lavorativa di relazione manca la componente solidaristica, allora perché essa possa essere sopportabile bisogna alzare il livello delle altre componenti, soprattutto di quella economica e spesso a dismisura. Un detto popolare afferma che non c’è denaro a sufficienza per pagare il lavoro degl’indolenti. Lo stesso potrebbe dirsi per il lavoro degli egoisti. Il che significa che la loro prestazione non solo costa molto ma che anche si riduce all’indispensabile, cioè al minimo contrattuale. L’egoista si assume a malapena le responsabilità dovute, figuriamoci quelle non dovute. Questo vale in tutti i campi ed essendo una realtà generalizzata la troviamo del tutto “normale”; non ci aspettiamo nulla di diverso che la mediazione del solo profitto nel rapporto con il negoziante, l’idraulico, il notaio. Ci sorprende e ci disturba quando anche il medico si comporta allo stesso modo, perché diamo come intrinseca in questa professione una componente solidaristica. E infatti per molti è davvero così. Ma per molti altri non lo è. Allora quando un medico non solidale, motivato esclusivamente dal guadagno, dall’ambizione (sua o dei genitori) o, chessò, dal sex appeal, lascia morire un infartuato sulla soglia del pronto soccorso noi ci indigniamo. In realtà un medico non solidale è ancor prima un uomo non solidale, come ce ne sono tanti, forse la larghissima maggioranza, come indica il trend evidenziato dal rapporto del Censis. E allora è con questa società che dobbiamo prendercela, cominciando da noi stessi a fare esame di coscienza. È calzante quel commento sul film di Dino Risi: “I Mostri siamo noi. Uomini, donne e bambini qualunque che conducono un’esistenza che non pretende in alcun modo di essere speciale, né esclusiva”.