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domenica 9 gennaio 2011

Concezione americana della decenza

Le gambette nella foto, tenute insieme da una catena per detenuti pericolosi e coperte da un paio di pantaloni abbondanti, sono quelle di Joseph McVay, un bambino di 10 anni che ha ucciso la madre con una fucilata alla testa. Per ragioni futili, a quanto pare: questa gli avrebbe chiesto di andare a raccogliere la legna da ardere. Joseph non è nuovo a scatti d’ira. Nel 2007 aveva colpito il direttore della scuola elementare con una paletta e per questo motivo era stato trasferito in un istituto per minori con problemi di comportamento. Anche se i vicini non lo descrivono come un bambino cattivo ci si chiede come sia possibile avergli lasciato la disponibilità di un’arma. Più d’una, in realtà. Nella sua cameretta, infatti, la polizia ha trovato, oltre all’arma del delitto, un fucile da caccia calibro 12 e, in una rastrelliera appesa alla parete, altre due carabine calibro 22. Peraltro la carabina con cui Joseph ha ucciso la madre gli era stata donata dal nonno, oggi defunto. Deborah, la madre, non era una persona eccentrica. Il figlio maggiore l’ha definita una donna molto affettuosa; come lavoro gestiva un centro d’assistenza sanitaria e insegnava a bambini disabili. E allora? Cosa non ha funzionato?

La sensazione è che sia proprio l’America che non funzioni. Essa fa dei suoi cittadini dei mostri e poi li distrugge. Con tutte le incongruenze di cui gli uomini sono capaci. Lì per farsi una birra ci vogliono 21 anni ma le armi si possono detenere liberamente. Ormai avviene così spesso che non fa più notizia; un ragazzino entra in classe e spara ai compagni e agli insegnanti. Subito viene mobilitata una squadra di psicologi per curare i traumi alle persone coinvolte ma a rivedere le leggi sul libero acquisto e la detenzione delle armi neanche a parlarne. C’è chi ci ha provato ma subito viene messo a tacere non solo dalle lobby delle armi ma dalla stessa opinione pubblica per la quale il Secondo Emendamento è intangibile e il possesso delle armi fa parte dei diritti individuali. Anzi la tendenza è quella di rafforzare ulteriormente questo diritto e quando, nel giugno del 2008, una sentenza della Corte Suprema ha compiuto un passo ulteriore in tale direzione, gli americani apprezzarono così tanto l’orientamento di quest’organo che d’un balzo la sua popolarità crebbe di sette punti. Quest’esercizio del diritto individuale alla violenza, sia pure per legittima difesa, è così radicato da non ritenersi in conflitto con l’insegnamento cristiano di cui gli americani si ritengono i migliori depositari. Ci sono chiese che giungono a organizzare l’Open carry celebration, una singolare manifestazione durante la quale tutti i fedeli sono invitati a venire alla funzione religiosa portando in tasca una pistola. Dopo il sermone segue il buffet e la lotteria che mette in palio pistole, fucili e videocorsi sull’uso delle armi. “Non vedo nessuna contraddizione fra possedere armi ed essere cristiano, – afferma Ken Pagano, pastore della New Betel Church di Louisville – Dio e le pistole sono parte della storia di questo paese… Il diritto a possedere armi non è vietato dalla Bibbia né è incostituzionale. Non tutti i cristiani devono essere per forza pacifisti”.

Quando poi il diritto alla violenza privata si trasforma in violenza agìta, soprattutto dalle persone più fragili per struttura mentale, per educazione o per età, allora non scatta la solidarietà collettiva, l’azione di recupero, bensì la pubblica vendetta. I minori sono le prime vittime di questo meccanismo perverso. La giustizia americana a malapena si accorge della loro peculiarità; le Family Court sono qualcosa di diverso dai tribunali minorili e ancor oggi negli U.S.A. in molti casi i minorenni vengono giudicati dai tribunali per gli adulti. Gli Stati Uniti, in buona compagnia della Somalia, sono l’unico paese a non aver ratificato la Convezione dei diritti del fanciullo approvata dall’ONU nel 1989. Anzi proprio in quell’anno la Corte Suprema stabiliva che era accettabile l’esecuzione di criminali di 16/17 anni, affermando che gli standard internazionali erano irrilevanti e che ciò che contava davvero era la “…concezione americana della decenza”. Lo stesso giorno sempre la medesima Corte stabiliva l’ammissibilità della pena di morte per gli imputati mentalmente ritardati. Da allora si è assistito ad un timido avvicinamento ai principi di diritto penale minorile portati avanti dagli “Stati industrializzati occidentali” per attenuare l’isolamento internazionale che vede gli Stati Uniti unica democrazia a consentire la “juvenile death penalty” per usare le parole di un giudice della Corte Suprema. Ma le distanze rimangono ancora abissali. Attualmente 24 Stati dell’Unione consentono l’esecuzione di minorenni all’epoca del reato. Il XXI secolo è cominciato con l’esecuzione di tre ragazzi 17enni al momento del crimine e tuttora sono detenuti un’ottantina di minorenni al momento del reato in attesa di esecuzione.

L’affermazione esasperata della libertà individuale e la giustizia muscolare sono in America le due facce di una stessa medaglia. L’uomo che si costruisce e che si difende da sé è anche l’uomo che disprezza chi fallisce nel realizzare questo progetto di autoaffermazione. Quella americana non è una società solidale e in ciò non trova contraddizione con la sua professione di cristianesimo. Perché in fondo l’etica degli americani è quella calvinista del successo come segno esteriore della predestinazione alla salvezza. Perciò chi fallisce non merita aiuto portando egli il disprezzo di Dio ancor prima di quello degli uomini. Poi va da sé che l’individualismo esasperato porta all’egoismo più sfrenato che si realizza pienamente nella più bieca economia di mercato. Nel nostro immaginario collettivo del dopoguerra gli americani sono quelli che si contrapponevano ai tedeschi delle razzie, sono quelli che lanciavano cioccolata ai ragazzini, sono quelli del piano Marshall, quelli che distribuivano farina, margarina, latte in polvere e indumenti. Perciò si fa fatica a credere all’anima profondamente egoista di questo popolo, ma è così (o, almeno, è sempre più così). Gli americani quando t’invitano al ristorante non offrono ma ognuno paga per sé. Gli americani sono quelli che hanno osteggiato ferocemente la riforma sanitaria voluta da Obama, approvata con mille compromessi, e che ora sono determinati ad abrogare.

Con ciò non intendo dire che quello americano sia il popolo più egoista e spietato al mondo. Dappertutto troviamo esempi che fanno rabbrividire. Se il modo in cui si trattano i bambini è la cartina di tornasole del senso morale di una società (per rifarci ad una constatazione del Bonhoeffer), allora ne troviamo di esempi ben più raccapriccianti. In Africa i bambini vengono scacciati ed anche uccisi se si pensa che portino sfortuna, vengono rapiti per farne milizie di assassini. In Pakistan gli scolari delle madrasse poco diligenti vengono bastonati a morte, in Iran il bambino che ruba un dolcetto si vede amputare la manina o stritolarla sotto le ruote di un camioncino. Però gli Stati Uniti sono quelli che si ritengono la prima democrazia al mondo e che ne fanno un modello d’esportazione. Tuttavia ancora mantengono la pena di morte, anche per i minori. E mentre vedono il welfare state come fumo negli occhi non si fanno problema a salvare con i soldi dei contribuenti quelle stesse banche che sbattono in strada chi non può più pagare il mutuo della casa.

Ma se Atene piange Sparta non ride. Noi europei troviamo rozzo il modello americano anche perché veniamo da un’evoluzione storica diversa. Gli stati Uniti, in senso stretto, non sono neppure la patria del capitalismo che è nato in Inghilterra, cioè in Europa. Un capitalismo spietato, senza alcuna tutela per i lavoratori, così ben descritto nei romanzi sociali di Dickens. Però l’Europa ha dovuto fare i conti con l’idea marxista, prima, e poi con una rivoluzione comunista davanti alla porta di casa. Il timore di finire travolti dall’onda rivoluzionaria fece reagire le classi dominanti prima con l’introduzione di timide riforme previdenziali rivolte a specifiche categorie e, nelle situazioni più esasperate, aprendo alla repressione dei vari nazionalfascismi. Poi, con il fallimento di questi regimi, introducendo lo stato sociale che mitigava le distorsioni dell’economia di mercato con politiche redistributive nell’ambito della previdenza, della salute e dell’educazione in senso universalistico, cioè non più diretto a determinate categorie ma come diritto di cittadinanza. Questo passaggio, che ha garantito in Europa una maggiore giustizia sociale, è avvenuto negli Stati Uniti in modo molto più attenuato anche perché meno esposti alle sirene delle teorie marxiste abbastanza lontane sia geograficamente che culturalmente dalla realtà americana. Ma sono anni ormai che la situazione sta mutando pure in Europa. Il crollo dei regimi comunisti, ben rappresentato dalla caduta del muro di Berlino, e le distorsioni in termini di sostenibilità dei sistemi di protezione sociale stanno portando a un ripensamento delle politiche di welfare, che di fatto si sta concretizzando in un loro graduale smantellamento. La parola d’ordine è privatizzazione: dei servizi pubblici e persino dei beni indisponibili come l’acqua. Affidando all’economia di mercato i servizi pubblici, i governi di centrosinistra e ancor più di centrodestra stanno introducendo una distorsione in senso contrario e ancor più grave di quella provocata dalle politiche di welfare. Infatti il processo di privatizzazione dei servizi non si limita a sottrarre questi a un ripianamento dei costi mediante i fondi pubblici ma introduce l’elemento del profitto, peraltro massimizzato grazie alle connivenze con la sfera politico amministrativa. Gradualmente i paesi occidentali stanno precipitando in un’economia di mercato senza regole e senza tutele per il cittadino e per il consumatore, con un allontanamento tra loro delle classi sociali e con un accentramento delle ricchezze in mano a pochi come non si verificava dal XIX secolo. Mala tempora currunt!

La giustizia sociale è strettamente connessa alla giustizia dei tribunali. L’adeguamento dei codici e le sentenze dei giudici rispecchiano inevitabilmente il contesto sociale di riferimento. Il nostro sistema giudiziario ha già le sue contraddizioni storiche che lasciano convivere una scarsa repressione del crimine con un sistema carcerario medievale, per nulla volto al recupero del detenuto. Se a queste contraddizioni aggiungiamo quelle che si vanno affacciando nel corpo sociale in termini antisolidaristici e giustizialisti, dobbiamo aspettarci un incrudimento dei rapporti interpersonali e, a seguire, delle norme che li disciplinano. Forse da noi non vedremo mai un bambino incatenato mentre viene condotto davanti ai giudici, forse nemmeno un adulto, perché queste prassi sono troppo lontane dalla nostra sensibilità, dalla nostra “concezione della decenza”; anche se la sensibilità può cambiare quando cambiano le circostanze. Ma al di là delle forme è il mutamento dei contenuti che dobbiamo aspettarci e temere di vedere. Dopo due secoli di crescita, le società occidentali sono in evidente fase di declino rispetto alle economie emergenti dell’estremo oriente. Va anche male lo scontro di civiltà contro il mondo di cultura islamica. I popoli occidentali non accetteranno pacificamente questo inarrestabile declino e ognuno si difenderà a modo suo. Quella americana è una società violenta e lì una recrudescenza di violenza fisica dobbiamo attenderci ad ogni livello, anche istituzionale. Emblematico l’attentato di ieri contro la deputata democratica Gabrielle Giffords, gravemente ferita da un pistolero squilibrato e nella lista di proscrizione della leader dei Tea Party, Sarah Palin, distintasi per la violenza verbale con cui il suo gruppo ha condotto la recente campagna elettorale. Qui troviamo insieme i due elementi delle armi facili e dell’intolleranza esasperata che trasforma gli avversari in nemici. Odio e bigottismo spingono verso le leggi speciali e le rendono plausibili. Il maccartismo insegna. Quella europea è una civiltà più vincolata sotto questo aspetto. Alcuni fanno notare l’analogia che c’è tra il nostro tempo e quello che precedette l’avvento del fascismo: l’ingiustizia sociale, l’irrequietezza della classi impoverite, il desiderio di difendere a tutti i costi i privilegi acquisiti, l’inettitudine e la corruzione della classe politica, la voglia di mettere il bavaglio alla libera informazione. Questo non si può negare. Però è anche vero che allora si dava credito alle dottrine sulla razza, si vedeva nella guerra uno strumento legittimo per dirimere le controversie, per accrescere lo “spazio vitale”, per estendere la propria civiltà. Allora non c’era l’Unione Europea. Tutto questo comporta dei vincoli maggiori, sia culturali che giuridici. Pertanto ciò che io m’attendo è sì uno sviluppo della violenza, soprattutto in ambito interpersonale, che è inevitabile con l’aumento delle ingiustizie e con l’impoverimento del contesto sociale; ma in ambito istituzionale tale violenza, che pur produrrà i suoi effetti, si tradurrà in un imbarbarimento dei contenuti ancor più che delle forme, da noi più vincolate ai codici e ai trattati internazionali. Di recente è stato chiesto a Lucio Caracciolo, direttore di Limes, se ritenesse che la Russia di Putin, formalmente una democrazia, possa avvicinarsi col tempo, in tema di libertà e di diritti umani, agli standard delle democrazie occidentali. La sua risposta è stata: “Dato il vento che tira, temo purtroppo che saremo noi ad avvicinarci agli standard della Russia”.


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domenica 26 ottobre 2008

Simone Weil e il primato della libertà

Simone Weil nacque a Parigi nel 1909 da genitori ebrei trasferitisi dall’Alsazia. Il padre era medico e la madre apparteneva ad una famiglia colta e benestante. Frequentò con successo il miglior liceo della città e a soli 22 anni conseguì, a pieni voti, la laurea in filosofia presso la Normale di Parigi. Era una persona indubbiamente intelligente ma anche molto sensibile e con un forte senso della giustizia. Per alcuni anni insegnò nei licei e al contempo si dedicò all’attività politica frequentando l’ambiente del sindacalismo rivoluzionario. Nel 1934 l’ansia di contribuire al rinnovamento sociale la spinse a lasciare l’insegnamento per condividere con gli oppressi la vita di fabbrica, e due anni dopo si aggregò come cuoca di campo ad una brigata anarco-sindacalista impegnata nella guerra civile spagnola. Tornata in patria rischiò l’arresto per i suoi contatti con la Resistenza e nel ’42, a causa delle leggi razziali, emigrò con i genitori negli Stati Uniti. Nel dicembre dello stesso anno si trasferì a Londra dove lavorò come redattrice presso il Comitato nazionale di “France Libre”. Morì nel sanatorio di Ashford il 24 agosto 1943, fiaccata dalle privazioni, a soli 34 anni. Se vogliamo sintetizzare un giudizio complessivo su questa figura eclettica potremmo far nostro quello che diede di lei la scrittrice Susan Sontag: "Nessuno che ami la vita vorrebbe imitare la sua dedizione al martirio, o se l'augurerebbe per i propri figli o per qualunque altra persona cara. Tuttavia se amiamo la serietà come vita, Simone Weil ci commuove, ci dà nutrimento".

Perché parlare di Simone Weil su Quaderni Escatologici? Perché il suo pensiero, e la coerenza con cui l’ha applicato nelle sue scelte di vita, cadono a proposito nella riflessione che stiamo compiendo sulla Chiesa e sul cristianesimo mentre percorrono l’ultimo tratto della storia del mondo. Il suo è un pensiero potente senza arroganza, pronto se necessario a tornare sui propri passi, ma anche combattivo e geloso delle proprie prerogative. La Weil affermava che bisogna essere sempre disposti a cambiare per seguire quell’eterna fuggiasca che è la giustizia. E così fece davvero. Subì inizialmente il fascino del marxismo rifiutandone però la teoria dello stato per il suo autoritarismo. Fu infatti tra i primi a denunciare le deviazioni della rivoluzione sovietica. La sua militanza ebbe sin dall’inizio un’ispirazione etica che la spingeva a porsi dalla parte degli oppressi. E proprio l’oppressione, vista come schiavitù dell’uomo, fu il tema principale da lei sviluppato nelle sue opere dopo quello della bellezza. Mai come nel suo momento storico, ella afferma, l’individuo è stato così abbandonato ad una collettività cieca; mai gli uomini sono stati più incapaci non solo di sottomettere le loro azioni ai propri pensieri, ma persino di pensare. In pratica essi hanno perso la loro umanità. Nulla più in questo mondo è a misura d’uomo; e all’interno di questa società, che è diventata “una macchina per comprimere il cuore”, egli sperimenta l’impotenza e l’angoscia. La storia umana racconta soprattutto l’oppressione e l’asservimento dell’uomo, quando, invece, l’individuo in quanto tale dovrebbe essere il valore supremo. L’uomo non può mai essere oggetto, neppure quando il fine è quello di costruire il bene comune. Su quest’equivoco sono inciampati i movimenti sociali che s’ispirano a Marx e per questo essi sono tutti falliti. La constatazione di questo fallimento, e la sfiducia nell’umanesimo antropocentrico laico che ne deriva, spingono la Weil verso la radicale alternativa della soluzione teologica e cristocentrica. Così questa donna, di famiglia agnostica e lei stessa partita da posizioni agnostiche, incontra Cristo pur senza mai rinunciare al suo impegno politico e alle sue posizioni sociali. La lotta per la libertà e contro l’oppressione non viene sostituita ma integrata da una prospettiva ultraterrena di salvezza. La ricostruzione sociale adesso nel suo pensiero poggia su basi etico-religiose, su una rigenerazione spirituale di individui e collettività. La sua è una vera conversione, non una mera adesione ad una dottrina; nei suoi scritti confessa esplicitamente d’essere stata rapita da Cristo: “Cristo è disceso e mi ha presa”, affermò.

Non bisogna al contempo ignorare il percorso che aveva condotto Simone Weil alla fede. Ella vi era giunta dopo aver constatato il fallimento delle ideologie e delle organizzazioni umane. Erano anni terribili ove i progetti socio-politici, persino quelli sorti per porre rimedio all’oppressione degli uomini, si erano rivelati dispotici e crudeli. Macchine di potere sofisticate e oppressive, tutte tese a sviluppare gerarchie, burocrazia e strutture di comando, mentre costringevano il corpo sociale al silenzio e lo ingannavano con i loro sistemi di propaganda. In questo contesto che aveva favorito l’emersione del lato più oscuro della natura umana nelle sue espressioni aggregative, Simone Weil maturò una comprensibile diffidenza per ogni forma di organizzazione che adoperava strumenti di coercizione e pretendeva pensare per gli altri, negando pertanto agli individui il loro diritto a pensare in autonomia e ad adoperare la loro intelligenza. Per lei che era centrale “trovare una soluzione armoniosa del problema delle relazioni tra individui e collettività”, questa soluzione non poteva passare per la compressione dell’intelligenza individuale. Come scriverà più tardi nel suo Attesa di Dio, “la situazione dell'intelligenza è la pietra di paragone di quest'armonia, perché l'intelligenza è cosa specificamente, rigorosamente individuale. Quest'armonia esiste dovunque l'intelligenza, rimanendo al suo posto, esercita senza impedimenti e adempie in pieno la sua funzione… La funzione propria dell'intelligenza esige una libertà totale, che implica il diritto di negare tutto, e l'assenza di ogni forma di predominio”. Così, con la stessa coerenza che l’aveva vista occuparsi di politica senza mai iscriversi ad alcun partito politico, ella decise di vivere la propria fede senza mai associarsi ad una chiesa, a cominciare da quella cattolica con cui principalmente si confrontò e rispetto alla quale decise di “restare sulla porta”. “La mia vocazione è di essere cristiana fuori dalla Chiesa”, scrisse nella sua Lettera a un religioso. Quella Chiesa che, a suo avviso, si era fatta impero, inquisizione, persecuzione, interiorizzando la potenza e l’oppressione così tipici di quei regimi totalitari che ai giorni della Weil imperversavano in tutta la loro tracotanza. Ella avrebbe sicuramente condiviso l'affermazione di Karl Barth secondo cui compito della Chiesa è quello d'insegnare la libertà e non la sottomissione.

Nella folgorazione sulla via di Damasco, che tutti i convertiti sperimentano, Simone scorge come qualità fondamentale di Dio il bene. Di norma Dio viene raffigurato come il Giustiziere onnipotente o come il buon Dio dolente e “bonaccioso”. Simone lo riconosce invece come il Dio sommamente buono e generoso, così innamorato degli uomini fino al sacrificio “assurdo” di suo Figlio. La potenza di Dio pertanto le si rivela come potenza vitale più che di dominio. Come lei stessa afferma, “Dio è il Bene [ed] è l’Onnipotenza solo per sovrappiù”. Nella sua visione Egli è Creatore per amore ma al contempo, per lasciare spazio d’espressione alla proprie creature, Egli rinuncia alla propria onnipotenza e la esercita solo per salvare quelli che desiderano essere salvati da lui. Per il resto Egli lascia il potere al Principe di questo mondo. Analogamente l’uomo che desidera incontrare Dio dovrà spogliarsi del proprio io, dovrà “decrearsi” come lei dice, e ciò avviene rinunciando alla dimensione della forza e accettando le umiliazioni poste sul suo percorso, ripercorrendo di fatto il cammino di Cristo.

Gesù non presentò il Padre come un sovrano dispotico che assoggetta i popoli e i singoli, ma come la fonte di ogni bene. Quando i discepoli, indispettiti per la scarsa ospitalità ricevuta da un villaggio, gli chiesero di far scendere del fuoco da cielo per consumare quella gente ostile, Gesù “li sgridò. Poiché il Figlio dell’uomo è venuto, non per perdere le anime degli uomini, ma per salvarle” (Lc 9:55,56). Dio non è dalla parte del potere che domina. Così, dal momento che la Chiesa usa gli strumenti del potere che domina non è più dalla parte di Dio e assume connotati ideologici, si trasforma in una sorta di partito politico che distingue il mondo in partigiani (i fedeli) e avversari quando non proprio nemici. La Weil aveva colto e smascherato il nesso che lega la teologia alla politica. Cioè il nesso che unisce alcuni assunti di fede quali l’onnipotenza divina, il potere delle chiavi e la dottrina dell’elezione con il modello di chiesa trionfante e totalitaria. Scrive Giancarlo Gaeta, docente di Storia del cristianesimo presso l’Università di Firenze: «Se si pone in Dio l'onnipotenza riguardo agli accadimenti mondani è inevitabile che un riflesso di essa ricada sulla sua Chiesa, e che quindi essa si senta investita di un compito storico assoluto, rispetto al quale ogni ostacolo che venga dal di fuori e ogni interna opposizione assumono valore negativo se non demoniaco. Simone Weil dà tutta la misura del potere corruttore di una siffatta concezione quando coglie in fallo grandi spiriti come Agostino e Tommaso. Affermare che l'opera buona compiuta da un infedele non può piacere a Dio, oppure che chi non aderisce a un solo articolo di fede non ha affatto la fede, equivale a proporre una idolatria sociale della Chiesa, poiché di fatto la fede nella Chiesa prevale su quella nel Cristo: ‹È come se con il tempo si fosse finito per considerare non più Gesù, ma la Chiesa come Dio incarnato quaggiù›. Ora una siffatta concezione della fede implica per Simone Weil «un totalitarismo soffocante al pari o più di quello di Hitler» (G. Gaeta, Religione del nostro tempo, ed. E/O).

Questo monopolio della salvezza ha una lunga storia. Risale al vescovo di Cartagine Cipriano (210-258) il quale insegnava che nessuno può avere Dio per Padre se non ha la Chiesa per Madre. Agostino, suo grande ammiratore, riprese quest’affermazione e con il proprio imprimatur le diede imperitura autorità. La ritroviamo intatta nel Catechismo del Concilio di Trento: «Quanti vogliono conseguire la salute eterna devono aderire alla Chiesa, non diversamente da coloro che, per non perire nel diluvio, entrarono nell'arca». Proprio quel Catechismo così lontano dalla sensibilità della Weil, pieno zeppo di “anathema sit”, nella cui monotona formulazione ella individua l’elemento costitutivo dell’ideologia totalitaria! La Weil non accetta la condizione particolare, lei dice persino settaria, che l’essere cattolici comporta, e che crea di fatto un muro di separazione tra chi aderisce a questa Chiesa e il resto degli uomini. “La Chiesa non è cattolica di fatto come lo è di nome”, lei afferma; ed è questo il paradosso: una Chiesa che si definisce cattolica, cioè universale, e che rifiuta di abbracciare tutti gli esseri umani d’ogni tempo e d’ogni luogo. Così per lei l’extra ecclesiam nulla salus si ribalta in intra ecclesia nulla salus. Per quest’amante della libertà e della dignità umana, anche la fede non può costringersi in una ideologia rinchiudente poiché la contemplazione di Dio si traduce in un’esperienza di immensa apertura. Cristo è venuto a salvare gli uomini di tutti i tempi e di tutte le religioni, persino gli atei e gli agnostici, nella misura in cui i loro pensieri e le loro azioni sono guidati dalla giustizia e dalla rettitudine. Di conseguenza, una religione, non importa quanto antica e venerata, dal momento che si avvale di una “investitura divina” per cercare gloria e rafforzare il proprio potere si pone lontano da Dio più di qualunque uomo che non ha mai sentito parlare di Dio ma compie umilmente il bene. Inoltre, una religione che pone il potere al primo posto, costruisce anche un’immagine di Dio più potente che buono, e così facendo rende i suoi fedeli doppiamente idolatri, perché essi offrono il cuore ad una Chiesa che si è esaltata e perché adorano un dio che non esiste o, se vogliamo, adorano il dio di questo mondo risaputamente ubriaco di potere. Ecco perché la Weil insiste sulla necessità di un cristianesimo in cui la verità, e la veracità, non siano subordinate all’adesione religiosa, ma siano esse stesse il principio normativo. “Non c’è il punto di vista cristiano e gli altri – ella afferma – ma la verità e l’errore. Non: ciò che non è cristiano è falso, ma: tutto ciò che è vero è cristiano”. Proprio a commento di questa affermazione, Pier Cesare Bori, docente di Filosofia morale all’Università di Bologna, osserva: «Viene in mente un'opposizione – una delle tante, ma in questo caso non stereotipa – tra Dostoevskij e Tolstoj. Dostoevskij afferma in qualche luogo: "Se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori della verità e si potesse effettivamente constatare che la verità è fuori di Cristo, preferirei rimanere con Cristo, piuttosto che con la verità, e cioè starei con Cristo anche se avesse torto". Tolstoj, citando Coleridge, diceva invece: "Chi comincia con l'amare il cristianesimo più della verità, amerà poi la sua setta o chiesa del cristianesimo e finirà con l'amare se stesso (la propria tranquillità) più di ogni altra cosa"». Chi meditando su Dio non s’è posta questa alternativa? Cioè il primato dei sentimenti sulla verità. Che è diverso dal primato del potere sulla verità. Una cosa è scegliere di stare con Gesù anche se egli non ci prospettasse una sua vittoria sicura (scelta comunque morale, e quindi di libertà), e ben altra cosa è scegliere di stare con Gesù anche se avesse torto. Optare per i sentimenti può apparire sul momento una scelta morale, ma di fatto non lo è. Basti pensare alla prima ribellione, quella che avvenne in Cielo. Un numero sterminato di angeli scelse di stare con Lucifero, il loro principe a cui volevano un gran bene, nella sua battaglia contro il Figlio unigenito. Lì chiaramente prevalsero i sentimenti sulla verità. Da questo conflitto, che ha coinvolto anche l’umanità, essi ne escono doppiamente sconfitti: perché hanno perso la guerra, e perché hanno perso anche la dignità in quanto la loro non è stata una scelta morale e quindi di libertà. Essi confidarono la loro lealtà a un cristo senza verità che, infatti, li ingannò. Si porse come loro grande amico fidato senza più esserlo, inducendoli a compiere un’azione di slealtà, quindi disonesta, nei confronti del loro Creatore. Viene in mente la famosa massima di Cicerone: “Si stabilisca dunque la prima legge dell'amicizia: bisogna rivolgere agli amici solo richieste oneste, compiere per gli amici solo azioni oneste” (De Amicitia, XIII 44). Ovviamente ancora più disonorevole è la scelta che sia suggerita dal mero tornaconto; come si dice: saltare, o anche solo restare, sul carro del vincitore o di colui che sul momento sembra vincere. I sodalizi che pongono Dio, quello vero e non quello ricostruito, in subordine prima o poi sono destinati ad una dolorosa sconfitta. L’affermazione di Simone Weil “a Dio e solo a Dio ci si può sottomettere” riassume la sua scelta coerente.


La Provocazione

Come abbiamo detto, il cristianesimo con cui principalmente la Weil si è confrontata è il cattolicesimo. E la sua figura costituisce “una grandissima provocazione alla Chiesa cattolica, perché noi quando parliamo di Simone Weil ci troviamo di fronte a una mistica di primissimo livello”, afferma il teologo cattolico Vito Mancuso, docente di Teologia moderna e contemporanea presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. E prosegue: «Ebbene in che cosa consiste la provocazione alla Chiesa che la figura di Simone Weil è? Consiste nel fatto che ha avuto un contatto con la figura di Cristo così intenso e così privilegiato, sceglie di non entrare nella Chiesa, questa è la questione decisiva. Fin quando la Chiesa non approfondisce dentro di se, non si fa provocare da questa dimensione di una spiritualità che per rimanere pura, per rimanere veramente fedele alla dimensione della verità, decide di non legarsi a una istituzione. Fino a quando la Chiesa non capisce questa cosa, corre il rischio di diventare un fenomeno di divisione nell’umanità, corre il rischio di non essere fedele al suo statuto che è quello di essere cattolica, cioè universale, cioè la casa di tutti… Questa donna tanto unita a Cristo, sceglie di non entrare nella Chiesa a causa del disagio dell’intelligenza ad abbracciare la dottrina cattolica, così come si è configurata, comporta. Diceva spesso che: “Quando leggo il catechismo mi sembra di avere nulla in comune con la religione che vi è esposta”. In conclusione io dico che questo disagio dell’intelligenza che ha avvertito Simone Weil è comune a mio avviso a molti uomini e donne dei nostri giorni, perché la funzione propria dell’intelligenza esige libertà, questo è quello che manca nell’attuale configurazione della Chiesa cattolica. Occorre fare propria la grande lezione di Simone Weil e giungere a una rifondazione della fede».

Ma, a ben pensarci, la provocazione tocca anche il mondo evangelico e della Riforma. La critica della Weil era soprattutto indirizzata al cattolicesimo, ma ce l’immaginiamo aderire al calvinismo con la sua dottrina della predestinazione, proprio lei che non può concepire Dio altrimenti che come il Padre di tutti gli uomini? E poi siamo sicuri che gli evangelici siano immuni da quell’orgoglio spirituale che li spinge a considerarsi il popolo eletto, così come i cattolici? Che siano immuni dal settarismo persino al loro interno, tra denominazione e denominazione? Spesso sono proprio le dottrine, o l’uso che se ne fa, che non lasciano riconoscere nell’altro un fratello. Io che sono calvinista ho difficoltà a riconoscere in te un predestinato se vieni da un’altra realtà. Io che sono arminiano e sto compiendo un’esperienza di perfezione in questa vita come posso vedere in te un fratello se non compi un’esperienza analoga alla mia? E tu hai ricevuto il battesimo per immersione, da adulto, sia in acqua che in Spirito? No? Allora tu non sei figlio di Dio, come me, sei solo una sua creatura. Non sei mio fratello, perché “i miei fratelli e sorelle sono quelli che hanno fatto il mio stesso cammino indicato da Gesù stesso! Gloria a Dio!”. Basta girare un po’, per i forum, e queste cose si trovano. Come si trova l’intolleranza, la propensione a squalificare “in toto” i tuoi argomenti perché su qualcosa la pensi in modo diverso. Ho ancora presente la risposta che un conduttore di forum ha dato a un ospite che era intervenuto nel dibattito e la riporto in virgolettato perché è significativa: “Ammiro molto il tuo zelo per la ricerca della verità, ma non avresti dovuto riportare le riflessioni di un eretico; il Caio Sempronio è un "modalista"… le sue dottrine della grazia sono spudoratamente arminiane, quindi credo che i suoi insegnamenti non facciano testo. Tira poi in ballo Barth, Schleiermacher e Tillich, che sono dichiaratamente liberali, qui si sta parlando di Teologia Riformata Classica: un altro pianeta!”. Certo non bisogna generalizzare, non tutti la pensano così. Ma questa mentalità esiste, e a me piange il cuore perché anch’io appartengo a quel mondo ma non mi riconosco affatto in quest’atteggiamento. Viva allora Simone Weil che zittisce le chiese-bambine, non importa se cattolica, ortodosse o protestanti, quando sostiene che Dio è Padre di tutti gli uomini, anche dei pagani e degli atei, o quando afferma: "Non c'è il punto di vista cristiano e gli altri, ma la verità e l'errore". E prosegue: "Non: ciò che non è cristiano è falso, ma: tutto ciò che è vero è cristiano". È come se sgridasse le “bambine” con queste parole:

Mentre voi litigate per stabilire chi è la vera chiesa e chi possa essere considerato fratello, proprio per queste vostre vedute particolari, per i paletti che ponete al vostro interno e all’esterno, io non considero nessuna delle vostre la vera chiesa, e rimango fuori, sulla porta, proprio per continuare a considerarvi fratelli e ritenere fratello ogni altro uomo al mondo perché anche di lui Dio è Padre e per lui Cristo è morto, pur sapendo che da voi, per le preclusioni che vi siete costruite, non sarò mai considerata sorella.


La “grossa bestia” intollerante

I cristiani di norma sono tolleranti quando si trovano in condizione di minoranza ed è posta in discussione la loro libertà di culto. Era così anche all’inizio, quando nell’Impero costituivano ancora una realtà minoritaria. “Siano pur false le credenze che noi difendiamo, e a ragione siano ritenute pregiudizi: tuttavia sono necessarie. Sia­no pur inette: ma sono utili. Perciò non è lecito con­dannare senza eccezione, per qualsiasi motivo, creden­ze che giovano”. Scriveva così il cristiano Tertulliano, invocando tolleranza per la propria fede che, invece, appena poté si guardò bene dal mostrare tolleranza nei confronti non solo delle altre fedi ma persino degli “eretici” dissidenti. Tra i pensieri di Hermann Hesse, raccolti nel volume “Religione e Mito”, si trova quest’affermazione: “Amo e venero tutte le religioni del mondo, perché traggono origine dalla facoltà più nobile dell’uomo: la devozione. Tuttavia distinguo le religioni non solo in base al livello spirituale e cultu­rale, ma anche in base alla loro tolleranza. Purtroppo la religione cristiana non è di quelle amichevoli, cle­menti e tolleranti, anzi è di quelle superbe, violente, che vogliono catechizzare e che si credono le sole de­tentrici della salvezza”. I monoteismi in genere tendono ad essere esclusivisti e intolleranti, e lo sono viepiù quando si alleano con il potere. Pensiamo alla fede musulmana che tende per sua stessa natura a non distinguersi dal potere civile. Altro che misericordia così tanto decantata e altrettanto poco praticata. Sono proiezioni: il Pantocrator dei cristiani e l’Allah benigno e misericordioso dei musulmani, altra gente di cultura violenta e oppressiva. Luigi Castaldi ha persino prefigurato un’alleanza tra queste due religioni, pure così ostili tra loro, ma ancor più ostili nei confronti della modernità intesa come pluralismo culturale, relativismo etico, liberaldemocrazia, progresso scientifico, autodeterminazione dell’individuo, ecc. Integralisti cristiani e musulmani nostalgici di un mondo dove la trascendenza innervi “ancora il tessuto di una società nei suoi stipiti tradizionali”. Alleanza questa che inevitabilmente passerebbe “sulla testa di chi crede che non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza l’espulsione dal consesso umano del principio autoritativo d’ogni verità rivelata e imposta”. Tale alleanza sarebbe possibile in quanto “molte voci dell’integralismo islamico hanno più volte affermato che il loro nemico in Occidente non è la Chiesa, anzi, ma è proprio tutto quanto la Chiesa indica come nemico. Nemico comune, dunque: la libertà dell’individuo. Cristianesimo e Islam concepiscono l’individuo solo in quanto parte integrata di un tutto, gregge o umma, ben ordinato negli stipiti di controllo (famiglia, e poi tribù o diocesi). Sull’altro versante, gli sforzi di dialogo interconfessionale durante il pontificato di Giovanni Paolo II sono stati enormi. In apparenza, per evitare lo scontro di civiltà. Ma poi nemmeno tanto nascostamente sostenuti nel tentativo di una comune azione contro ciò che è definito “nichilismo” in più di un’enciclica e in molti passi dei pensatori che all’inizio del Novecento ispirarono la nascita dei movimenti di integralismo islamico. Il “nichilismo” per un cattolico tradizionalista e per un wahabita-salafita è la mancanza di un valore assoluto cui tutti debbano piegarsi; la differenza la fa il fatto che nel Califfato, se non si crede, si perde la testa dal collo, mentre la Chiesa, che ha sei secoli di raffinatezza in più rispetto all’Islam, concede che, se non si crede, si possa far finta, come se quel valore assoluto daretur [ci fosse]” (L. Castaldi, Mutua comprensione tra integralismi?, Notizie Radicali,13/03/2006). La Chiesa cioè consentirebbe a chi non crede nei suoi valori di non credere, purché lo faccia con discrezione e uniformi il proprio agire “veluti si Deus daretur” (come se Dio ci fosse); il Dio così come la Chiesa lo interpreta, ovviamente. Francamente, io non credo che si arriverà ad un’alleanza tra cattolici e musulmani. Temo piuttosto un sodalizio tra integralisti cristiani e agnostici opportunisti, quali i cosiddetti “atei devoti”, che precipiti lo stato laico in un regime autoritario di stampo confessionale. Ed è in questo senso che trovo suggestivo il discorso di Castaldi, per l’efficacia che usa nel descrivere la brama irriducibile della fede intollerante volta a estinguere ogni forma di libertà. Da un lato, pertanto, il veluti si Deus daretur di quei cristiani che vorrebbero restaurare lo stato confessionale che impone simboli, scelte etiche e dogmi di una fede religiosa anche a chi non la condivide. Dall’altro l’etsi Deus non daretur (come se Dio non ci fosse), formulato nel ‘600 da Ugo Grozio, a fondamento dello stato laico che edifica il suo diritto al riparo degli artigli della religione. Non v’è spazio per situazioni intermedie: come ha detto qualcuno, non esiste la possibilità di avere uno stato quasi laico, un po’ laico, non tanto confessionale.

E Simone Weil come si pose di fronte a questi due estremi senza spazi di mediazione? Non dobbiamo dimenticare che ella visse in un momento storico in cui spesso questi due estremi si sono toccati. Non solo il comunismo ma anche i vari fascismi sono sorti da una concezione laica dello stato, che in fondo, almeno in parte, è anche sempre stata laicista. Questa separazione del potere civile da quello confessionale è sempre stata ambigua perché in varia misura animata da sentimenti di ostilità nei confronti della religione. Pertanto la laicità dello stato non si è rivelata solo strumento a tutela della libertà dei cittadini ma anche strumento di eradicazione della fede religiosa nella società europea. Questa decadenza dello spirito fu certamente una condizione che ha consentito l’instaurarsi dei regimi totalitari. Le dittature hanno in fondo cavalcato l’insopprimibile bisogno di religiosità presente negli uomini, già distolti dall’attenzione verso il soprannaturale, per indirizzarli verso l’adorazione dello Stato, del Partito, del Capo carismatico, cioè di un ordine che non appartiene al soprannaturale. Svilito lo spirito religioso autentico, i popoli ripiegarono su quella che la Weil definisce l’idolatria dello stato. Il peccato in cui ella vede precipitare il suo secolo è quello dell’idolatria. Nessuno ne è immune: le chiese perché si son fatte regime prostituendosi con il potere e il potere perché ha fatto di sé un surrogato della religione. Talvolta le due realtà si sono escluse a vicenda (nei regimi comunisti), talaltra si sono vicendevolmente strumentalizzate, così come è avvenuto nelle dittature nazionalfasciste. Più sfumata ma comunque presente la connivenza con lo stato liberale. Di conseguenza, la Weil rivolge le sue accuse sia all’umanesimo e al laicismo, che hanno distolto l’attenzione degli uomini dal soprannaturale, sia alla Chiesa che ha mutato nel tempo la propria vocazione. Quali soluzioni vengono prospettate? Ella auspica che il cristianesimo, senza imposizioni e senza forzature, penetri in profondità nel tessuto sociale, in tutte le sue articolazioni, in modo che sia possibile “leggere le verità divine nelle circostanze della vita quotidiana e del lavoro”. Per farsi strumento di tale cambiamento la Chiesa deve rinunciare all’esercizio del totalitarismo e tornare a quello dell’amore soprannaturale.

Il corpo sociale non costituisce per la Weil solo una risorsa per l’individuo ma anche un continuo rischio per la fede in Dio, da lei concepita come “bellezza che nutre”, che invece viene spostata su un dio grande-perché-forte, a cui ci si rivolge per benedire i cannoni. La pensatrice francese paragona la collettività al “grosso animale” dagli umori imprevedibili della Repubblica di Platone. Una bestia che frantuma la personalità degli individui ed ha il potere di apparire a questi come un’entità trascendente e, in qualche modo, divina. Il grosso animale pretende esso stesso adorazione e impedisce agli uomini di elevarsi fino a Dio. Ovunque la società si fa idolo e distoglie da Dio si trasforma nel grosso animale che “ha come fine l’esistenza. ‘Io sono colui che sono’: anche lui lo dice. Gli basta esistere, ma non può né concepire né ammettere che altro esista. È sempre totalitario”. Afferma così nei suoi Quaderni. Ovviamente le dittature, con la loro ossessione nazionalistica e il culto della forza nella sua forma più brutale, lo incarnano pienamente. Ma alle dittature ella paragona pure la Chiesa che “è stata un grosso animale totalitario. Essa ha dato inizio al rimaneggiamento di tutta la storia dell’umanità a fini apologetici” (ibidem). Nella misura in cui dà spazio al suo carattere istituzionale, essa si distacca dalla purezza delle origini e si fa oppressiva. Già Dostoevskij mezzo secolo prima aveva visto nel Grande Inquisitore, metafora della Chiesa, il latore di un progetto volto a unificare con la forza e a incatenare l’umanità; un progetto empio, perché alternativo al disegno divino, e al contempo così banale perché connaturato all’uso che gli uomini han sempre fatto del potere. Partendo da un’approfondita riflessione sull’uomo, egli aveva previsto il sorgere delle dittature come pure l’avvento di una società di massa disumanizzante che definisce “grande formicaio” sociale, in fondo così simile al “grosso animale” della Weil. Diverso dal Leviatano di Hobbes, che rappresenta il potere dello Stato, assoluto ma necessario per fare rispettare il contratto sociale. Qui la forza è usata per proteggere la collettività dall’istinto predatorio presente in ogni uomo, quindi per salvaguardare la vita di relazione. Il “grande formicaio” e il “grosso animale” esercitano invece un’azione disumanizzante nei confronti dei singoli, non sono il luogo della loro realizzazione ma una minaccia alla loro integrità. Giancarlo Gaeta, fine conoscitore del pensiero weiliano, spiega che la collettività si fa nemica dell’individuo esercitando nei suoi confronti un’azione confusiva e inibente: “Tutto si gioca, anche socialmente a livello di individuo, rispetto alla possibilità o meno per l'individuo di svolgere nella società un ruolo cosciente di sé, delle sue possibilità, dei suoi rapporti con gli altri… La società diventa Bestia nel momento in cui impedisce di fatto all'individuo di essere cosciente. Si sostituisce ad esso oppure l'individuo accetta di immergersi all'interno di questa nebulosa. Questo lo priva di fatto della consapevolezza, della libertà e quindi anche della possibilità di pervenire alla coscienza della propria condizione umana. La Bestia è colei che ha la capacità di emettere continui segnali che distraggono l'individuo, il pensiero personale dalla possibilità di entrare in rapporto con se stesso e con gli altri. È la sconfitta della possibilità della relazione” (L’Apocalisse in Simone Weil, Pretioperai, 22/01/1993). Allora è chiaro che il “grosso animale” usa l’immensa forza del Leviatano non per servire la relazione degli individui ma per rapinare questi dei loro diritti essenziali, a cominciare da quello di potersi relazionare in modo consapevole con se stessi e con gli altri, e lo fa evidentemente al fine di autoglorificarsi. Esso è un vero predatore. Ed è significativo il fatto che la Weil lo identifichi con la Bestia dell’Apocalisse, quella assetata di adorazione che, grazie al potere e all’autorità affidatigli dal Maligno, perseguita i giusti, inganna gli abitanti della terra, persegue un progetto unificante (inteso come annessione e uniformazione) e rende schiavi i suoi sudditi condizionando le loro menti e le loro attività, ed escludendo dal contratto sociale chi vuol conservare la propria autonomia di pensiero e la propria integrità. Il fatto è, come abbiamo visto, che pure la Chiesa nella riflessione weiliana è coinvolta in questo gioco di potere, riassunto nel “grosso animale”. Vito Mancuso, il teologo cattolico così sintonizzato con l’ideale di libertà e di autonomia di pensiero della Weil, afferma in proposito: “L’aspetto negativo è quello che identifica la Chiesa come maestra ultima del pensiero. Mater et magistra del pensiero dei singoli cristiani. Ignazio di Loyola affermava che, per essere dei buoni figli della Chiesa, bisogna comportarci affermando che è nero ciò che la Chiesa dice essere nero, anche se noi lo vediamo bianco. Ciò suppone l’idea di una Chiesa come maestra definitiva della coscienza. Penso che questa modalità di interpretare il rapporto tra il singolo e la Chiesa sia finito. Non adesso, ma almeno 400 anni fa. La modernità segna l’emancipazione della coscienza, che non è qualcosa di negativo, ma qualcosa che arricchisce. Mai come in questo periodo storico, l’umanità ha goduto di un sistema socio-politico così evoluto, dove il valore dell’individuo è percepito da società e diritto come inalienabile. È il frutto dell’emancipazione della coscienza. L’individuo vale più del sistema di riferimento. Un processo al quale la Chiesa si è, peraltro, sempre opposta, anche se oggi non è più così. C’è una considerazione di Simone Weil molto significativa. Lei era una donna che, provenendo da una formazione atea, era giunta alle più alte tensioni spirituali e mistiche. Ebbene, questa donna si è rifiutata di accettare il battesimo. Perché? Per paura della Chiesa. «Se io aderisco alla Chiesa cattolica non sono più libera». Aveva il timore che sarebbe entrata a far parte di un organismo sociale che avrebbe compresso la sua libertà spirituale. Tutte le volte che diciamo “noi”, paghiamo un tributo al “grosso animale”, quello del libro VI della Repubblica di Platone, che attrae con forza le masse, quelle che hanno bisogno di essere governate. La Chiesa rappresenta spesso — secondo Simone Weil — questa situazione. Io non sposo questa tesi. Ma l’esperienza di Simone Weil è paradigmatica ed è il sintomo di una situazione che molti contemporanei vivono. Rifiutano la fede perché rifiutano la Chiesa. Riguardo a questo aspetto della Chiesa ritengo che la coscienza personale non debba asservirsi al “noi” ecclesiale. Non debba accettare nulla che non sia sentito come profondamente vero” (Intervista a Vito Mancuso, Vita Nuova, 31/01/2008). Non so fino a che punto sia condivisibile l’ottimismo di Mancuso sul fatto che “oggi non è più così”. Il problema è strutturale e riguarda il rapporto con il potere che, una volta conquistato, l’esperienza insegna, non lo si lascia più. Riporto a proposito lo stralcio di un articolo di Maurizio Lucenti, scritto nei giorni in cui Don Vitaliano Della Sala era stato sospeso a divinis, perché coglie il nocciolo del problema: “Il Potere. Eccola la parolina magica. Se un’istituzione si basa sul potere temporale non può dirsi cristiana. Nel vangelo la scomunica del potere, di quel potere che poi manda a morte il Cristo, come prima aveva fatto coi profeti e poi farà coi martiri, è chiara e senza appello. Potere e Amore sono in antitesi. Allora di quale chiesa parliamo? Parliamo della chiesa di Sodano, quella che anche Simone Weil definiva "un grosso animale"? O parliamo della Chiesa di Cristo, quella che Andrè Frossard, un altro convertito a me particolarmente caro, rimpiangeva ("La carità è Dio e tutto ciò che è carità appartiene alla Chiesa. Io non voglio che se ne faccia un partito. Forse sarebbe dovuta restare quella che era all’inizio: un’assemblea fraterna senza gerarchia. Oggi temo che sia diventata un’istituzione che si contempla mentre è Dio che bisogna contemplare")? Don Vita, essere estromesso dalla prima forse è un dono di Dio, non una punizione. Forse solo uscendo dalla chiesa di Sodano si può entrare nella Chiesa di Cristo. Ricorda: "nessun servo può servire due padroni". O servi Mammona o servi Cristo. Chi si inginocchia al Potere tradisce la Parola di Cristo che ci vuole fratelli perché "uno solo è il Padre vostro che sta nei cieli, uno solo è il Maestro, il Dottore: il Cristo". Se Cristo si fosse inginocchiato non sarebbe stato crocefisso. Dunque non temere Don Vita: solo Cristo potrebbe estrometterti dalla sua Chiesa. Non c’è gerarchia nell’amore. Perché non esiste la misura dell’eternità” (M. Lucenti, C’è Chiesa e chiesa, Il Dialogo, 24/03/2002) .


Conclusioni
Forse ha ragione chi afferma che Simone Weil non si sarebbe mai potuta convertire al cattolicesimo, per una serie di ragioni legate al proprio percorso di vita e culturale, a prescindere dal fatto che la Chiesa sia o non sia un’agenzia di libertà. Non si può tuttavia portare quest’impedimento a pretesto per dubitare dell’onestà del suo pensiero o mettere in dubbio la realtà della sua conversione perché testimonia per lei la sua stessa vita. D’altronde non è necessario condividerne a fondo la teologia per ritrovarsi nel suo anelito di libertà. Almeno così dovrebbe essere per tutti coloro che con lei scorgono nell’intelligenza un dono “specificamente e rigorosamente individuale”, e nel suo esercizio un dovere non delegabile a singoli uomini o istituzioni in quanto “la funzione propria dell'intelligenza esige una libertà totale, che implica il diritto di negare tutto, e l'assenza di ogni forma di predominio”. Libertà totale, poiché la salvezza e il giudizio sono un fatto individuale. La Weil non considerava ciarpame le altre tradizioni religiose perché era convinta che lo Spirito di Dio abbia ispirato pensieri profondi ai mistici sinceri di tutte le fedi. Non era neppure contraria alla diffusione della fede cristiana, purché lo si faccia con il dovuto tatto. "Credo - affermava nella Lettera a un religioso - che per un uomo cambiare religione sia altrettanto pericoloso che per uno scrittore cambiare lingua. La cosa può avere successo, ma può anche avere conseguenze funeste". Deplorava il fatto che la religione si fosse ridotta ad una faccenda privata al punto da occupare una dimensione modesta nella vita individuale e di quella pubblica a cominciare dalle attività economiche. Prioritaria era per lei la necessità che si edificasse una spiritualità del lavoro. Temeva l’impostazione laicista della cultura, sin dai banchi di scuola, e la riduzione della religione ad una serie di convenzioni, com’era avvenuto tra la classe borghese e come stava per avvenire, con conseguenze ancora più funeste, tra i contadini e gli operai, sradicati dai loro ambienti e distolti verso valori materiali. Era convinta che mai come nel suo tempo la vita delle anime fosse in pericolo e che solo il cristianesimo potesse offrire l’ancora di salvezza a condizione, però, che rinunciasse all’uso della forza e tornasse alla dimensione dell’amore soprannaturale. Questo era il punto: la diffusione dell’Evangelo non poteva attuarsi con lo spirito e gli strumenti di una Chiesa connivente con il potere, convinta di possedere l’unica verità da imporre al resto dell’umanità, giudicata incapace di attingerla autonomamente. La verità s’impone da sé, e ogni “incoraggiamento” che coarta le coscienze è controproducente perché genera le distorsioni cui è andata incontro la civiltà occidentale. A cominciare dall’idolatria: “Siamo realmente malati di idolatria; una malattia così profonda che toglie ai cristiani la capacità di testimoniare per la verità”. Il “totalitarismo della fede” mette il bavaglio all’intelligenza ed attenta alla libertà individuale che è condizione essenziale per le scelte esistenziali. D’altra parte la Weil era consapevole che la perfetta libertà è un’ideale irraggiungibile in questo mondo, ove tutto il bene è imperfetto e dove l’individuo è condizionato dallo stato di necessità e quindi dai vincoli che la società gl’impone. “Lo sforzo di affermare la libertà di pensiero si compie all'interno di una macchina sociale in cui sembra perdersi il senso del vivere. La libertà viene concepita come un ideale regolativo, cioè un obiettivo a cui aspiriamo senza poterlo mai raggiungere: proprio come le "idee" kantiane. Ciò non vuol dire che sia inefficace, perché, a differenza dei sogni, gli ideali orientano e muovono uomini e donne, li impegnano a cambiare lo stato delle cose, rendendo meno imperfetta la società” (Antonino Magnanimo). Persino il diritto alla libertà, però, può essere rivendicato solo se si riconosce anche l’obbligo di rispettarlo: la Weil cioè afferma il primato del dovere sui diritti. La sua è un’etica della responsabilità. L’affermazione del diritto alla libertà è costata molto cara a Dio. Quindi per la creatura morale l’esercizio della libertà oltre che un dono è pure una responsabilità, un compito a favore della vita. La stessa escatologia non può prescindere dall’uso che si fa di questo dono. Massimo Cacciari coglie bene questo punto: “…sulla base del testo paolino della lettera ai Romani 8,19, l'attesa dell'apocalisse non del Figlio che è avvenuta, ma dei figli. Qui il discorso di Simone Weil si carica davvero della sua massima tensione tragico-escatologica. Direi appunto che il pensiero della Weil ha una curvatura tragica qui, più che pessimistica, più che disperata: cioè siamo davvero noi gli eredi, tutto è stato davvero posto nelle nostre mani; siamo totalmente responsabili dell'apocalisse nostra, l'apocalisse dei figli. È questa l'apocalisse che tutto il creato attende e qui vi sono le domande più drammatiche di Simone Weil, in perfetta linea con le domande più drammatiche del testo evangelico. Cosa avverrà se perderanno fede e libertà? Perché non avete fede? Troverà ancora fede il Figlio nella dimensione della sua parusia; cioè di fronte al Figlio avranno ancora fede, cioè vita, i figli?” (L’Apocalisse in Simone Weil, cit.). Il cristiano è cioè invitato a guardare alle cose ultime non con spirito di resa ma con senso di responsabilità per far buon uso della propria libertà. Ancora oggi bisogna fare i conti con il percorso speculativo di Simone Weil.


Attualizzazioni
Alla fine di questo breve excursus sul primato della libertà nel pensiero di Simone Weil, mi vengono in mente due considerazioni che vorrei esprimere a margine perché ritengo utile collegare il più possibile un bel pensiero alla realtà del nostro tempo. Riteniamole una sorta di ampliamento della sezione “La Provocazione” che è già essa un’attualizzazione. Per farlo mi avvarrò di due riflessioni che condivido pienamente nel loro contenuto, reperibili in rete e a cui rinvio per il testo completo.

La prima considerazione riguarda la laicità delle istituzioni civili, che vanno garantite per consentire a tutti i cittadini di vivere liberamente e serenamente la propria dimensione religiosa, qualunque essa sia o non sia, nel rispetto chiaramente delle comuni regole di convivenza civile. Degenerazione dello Stato laico, che si pone neutralmente al di sopra delle fedi, è lo Stato laicista che può assumere varie sfumature, dall’ateismo dichiarato a quello dissimulato, e che di fatto o di diritto scoraggia l’espressione di ogni fede religiosa. All’altro estremo abbiamo lo Stato confessionale che assume come ufficiale una precisa fede religiosa e rende difficile la vita a tutte le altre. Come spunto di riflessione su questo tema trovo utile richiamare il contenuto dell’intervento pronunciato dal teologo valdese Daniele Garrone lo scorso 28 agosto presso il Parlamento Europeo, nell’ambito del convegno “Secularism and Religions”. L’intervento dal titolo “Religioni, laicità e modernità: un punto di vista protestante italiano”, si articola in quattro punti.

Nel primo punto, Garrone osserva come fino a pochi decenni fa sembrava irreversibile il processo di secolarizzazione del nostro pianeta e come oggi, inaspettatamente, si assiste ad una rinascita del fenomeno religioso, che in alcune realtà si radicalizza fino all’eccesso della violenza sanguinaria, e che in occidente assume la forma “di una sostanziale messa in questione della laicità, della separazione tra stato e chiesa, soprattutto con la richiesta ‘di trasformare in ragioni pubbliche tesi confessionali’ (G. E. Rusconi)”. Questo movimento pone in discussione la stessa legittimità, così faticosamente acquisita, dello Stato laico e trova il pieno consenso “dell’attuale pontefice romano, secondo il quale tutto si è guastato dopo Bacone, Lutero e Kant, lasciando il posto alla dittatura del relativismo, ad una laicità sinonimo di ateismo intollerante ed estromettendo Dio dalla sfera pubblica”.

Nel secondo punto, Garrone paventa i rischi di certo dialogo inter-religioso volto a far fronte comune contro la modernità, che garantisce il pluralismo, al fine di ripristinare il principio autoritativo delle rispettive verità rivelate. Questo tipo di dialogo tende a coalizzarsi su temi specifici per un impegno comune a favore della “vita”, della “famiglia” (nelle loro interpretazioni particolari), “per la rivendicazione pubblica dello spazio che compete a Dio (così Benedetto XVI ad Ankara)”, ecc. Al contempo questa spinta identitaria antimoderna tende a togliere spazio al pluralismo interno alle singole confessioni “facendo diventare certezza ciò che era oggetto di ricerca e aperto ad opzioni anche diverse che non mettevano però in questione il senso di una appartenenza comune. Ora si tende alla logica del dentro/fuori”.

Nel terzo punto, il teologo valdese sottolinea la fragilità del nostro Paese che non ha conosciuto, come gli stati europei più evoluti, il pluralismo confessionale ma ha subito la vittoria schiacciante della controriforma. Per cui la riscossa clericale si confronta con una laicità “asfittica”, incapace di contrastare le richieste delle gerarchie cattoliche che “diffondono l'idea che prevalga nel paese la volontà di emarginare i cattolici” quando in realtà incassano quotidiani successi. La prospettiva è purtroppo sconfortante, non tanto per le continue ingerenze dei chierici, quanto per la mancanza di cultura dei nostri politici (avendo l’Italia perso Lutero e Kant) e quindi di postura “per gestire da adulti l’autonomia della politica”.

Nel quarto ed ultimo punto, Daniele Garrone spiega le ragioni per cui gli evangelici italiani sostengono tutte le battaglie per i diritti e per la laicità. E le trova nel loro modo di intendere la fede cristiana. La testimonianza di questa fede “è inequivoca solo quando è priva di presupposti, necessità, tutele, privilegi. L’unico ‘spazio per Dio’ nel mondo che ci interessa è quello della libera risposta della fede, con le scelte che ne conseguono, non quello di un’etica supposta valida e vincolante per tutti. Tutto il resto fa del cristianesimo civiltà, non fede”. Sebbene il papa esorti tutti, prescindendo dalle loro convinzioni, a vivere “come se Dio fosse dato”, lo stesso modo in cui Dio si è rivelato in Cristo dovrebbe in realtà suggerire “che la vita veluti si Deus daretur è quella che nasce dalla conversione personale (vieni e seguimi) e dalla risposta individuale della fede e non dal riconoscimento pubblico di valori disgiunti dalla fede”. Anche se la fede implica dei non possumus (non possiamo altrimenti) la loro forma legittima è la testimonianza personale, così come negli esempi biblici; essi “non pretendono un riconoscimento preventivo e statutario sulla agorà in cui si esercitano, ma si esprimono invece proprio come parola rischiosa nel novero delle opinioni. Penso cioè – conclude Garrone – che la teologia cristiana, proprio a partire dal centro della sua confessione di fede, la cristologia e la teologia della croce, dovrebbe rivendicare la laicità, la neutralità religiosa della sfera pubblica, il separatismo, in vista di una testimonianza autentica perché non legata ad alcun vincolo imposto ad alcuno né ad alcun privilegio. Nella nostra comprensione, proprio Cristo come rivelazione di Dio e come unica mediazione implica la laicità della piazza su cui il suo nome è annunciato e l’esclusione di ogni mediazione e tutela clericale”.

La seconda considerazione riguarda le divisioni nel mondo cristiano. Non mi riferisco solo ai due grandi scismi storici pur nell’ambito del solo cristianesimo trinitario (Chiesa latina da quelle orientali e il Protestantesimo dalla Chiesa di Roma); ma anche all’immensa galassia in cui è polverizzato l’universo della Riforma. La prima impressione, osservando questa divisione tra comunità che si richiamano allo stesso Signore, è quella dello sconcerto, anche dell’indignazione. “Sembra proprio che non ci sia alternativa: o il blocco politico-economico-istituzionale dello strapotere cattolico-romano, o l’infinita frammentazione e l’esasperato individualismo del mondo protestante-evangelico, che ha di fatto tradito il grande principio di partenza (Sola Scriptura) per inventarsi centinaia di tipi di presunto cristianesimo che con la Scrittura, per molti aspetti hanno ben poco a che fare”. È il grido d’angoscia emesso dalla Chiesa di Cristo di Udine, che quindi suggerisce la seguente soluzione: “Dobbiamo reagire e riscoprire e riproporre nella pratica la sola e vera Chiesa di Cristo, quella del Nuovo Testamento. La ribellione, la sete di potere, il tradizionalismo e/o l’approssimazione alle quali tendiamo tutti come uomini peccatori deve lasciare il posto all’obbedienza nei confronti della Parola di Dio, parlando dove la Bibbia parla e tacendo ove essa tace. Nonostante tutto, è ancora possibile, oggi, dare vita a una realtà che conservi la semplicità e al tempo stesso la serietà, la coerenza e l’unicità del messaggio del Vangelo, per evitare di illudersi di essere uniti nella diversità di credi, ricercando invece la vera unità possibile nella verità di Dio. Non si deve trovare "unità nella diversità", bensì unità nell’unica Verità (cfr. Efesini 4:4-6). L’ecumenismo non giova a nulla, se non a una pur auspicabile forma di tolleranza; ma non aiuta a trovare il vero rapporto con Dio. Ogni confessione deve spogliarsi da tutte le proprie tradizioni, teologie e incrostazioni storiche, per rivolgersi solo al vangelo. Questa è l’unica medicina divina”. Parole condivisibili. Chi è però l’interprete infallibile della Parola di Dio? Il Magistero Pietrino, quello dei culti della Madonna e dei santi, delle immagini e delle statue, del sacrificio della messa, del purgatorio e delle pene eterne? Insegna questo la Parola di Dio? O c’è una chiesa evangelica che ha a sua volta il monopolio della corretta interpretazione? Perché a sentirle, ognuna di loro possiede la “verità”! E se questa sicurezza non c’è quale unità vogliamo quella imposta dal più forte, quella della “normalizzazione” forzata condotta per secoli a partire dai decreti di Teodosio? Vorremmo davvero che il “grosso animale” ecclesiastico imponesse ancor oggi i suoi dogmi a forza di roghi, squartamenti, annegamenti ed altri consimili atti di carità cristiana? Allora sorge un dubbio: e se queste divisioni paradossalmente fossero volute da Dio come il minore dei mali? Ricordiamo l’episodio del profeta Semaia, inviato a fermare Roboamo in procinto di riconquistare i territori secessionisti d’Israele? Qual era il messaggio? “Così dice il Signore: Non andate a far guerra agli Israeliti, vostri fratelli. Ognuno se ne torni a casa sua, perché HO VOLUTO IO QUESTA SITUAZIONE” (1 Re 12:24). Partendo da questa lettura del fenomeno, quella della divisione come male minore, il pastore riformato Paolo Castellina offre un contributo alla riflessione con un bell’articolo dal titolo: “La molteplicità delle chiese: i valori del pluralismo e della libertà”.

Castellina parte proprio da questa sorta di confronto surreale ove ogni denominazione protestante dichiara il proprio sistema dottrinale essere “la verità” in quanto basato sulla Parola e ispirato dallo Spirito Santo. Qualcosa evidentemente non quadra, soprattutto se il fenomeno lo si osserva dalla prospettiva dei cattolici i quali vi scorgono la prova di cosa può accadere quando si disconosce il Magistero della Chiesa. Ma la monoliticità non appartiene neppure al mondo cattolico che al suo interno è molto più differenziato di quel che in apparenza possa credersi, composto com’è “da un numero enorme di congregazioni, tendenze e linee diverse”. C’è anche tanto dissenso tenuto a bada con molta fatica dalle gerarchie, con l’unica alternativa per i dissidenti di nascondere le proprie idee o d’incorrere in sanzioni, non si sa poi quanto efficaci. Qui sine peccato est…

Se però questa realtà la si osserva da una prospettiva protestante, “è possibile averne un’immagine senz’altro più serena e meno ossessionata dall’idea di unità a tutti i costi”. L’unità rimane comunque un valore verso cui puntare, con il dialogo e il confronto però, non certo da imporre. Anche la libertà infatti è un valore fondamentale, cosa che soprattutto nel mondo cattolico si tende a sottovalutare. “Il pluralismo delle espressioni della fede cristiana, è un valore altrettanto importante dell’unità”. Senza riflessione autonoma e serena molte verità non sarebbero emerse, aggiungo io, e l’unità non si può certo perseguire disconoscendo tali verità. L’unità della fede che piace a Dio è quella che si compie verso la luce e non verso le tenebre. E per far ciò tutti i dialoganti devono avere l’umiltà di dichiararsi fallibili anche nei propri sistemi dottrinali.

A questo punto dell’analisi, Castellina paragona l’unità tra i fratelli al matrimonio. L’ideale è che la comunione degli sposi duri “vita natural durante”, ed a questo è giusto tendere, “ma in alcuni casi può essere giustificata e persino consigliata la separazione”. I principi sono importanti ma bisogna tener conto del dato di realtà vincolato alla fragilità della condizione umana. Persino la legge mosaica, così formalista, dovette prendere atto dei limiti umani introducendo l’istituto del ripudio. Non si può costringere la gente a stare insieme per forza, siano essi gli sposi, siano essi i fratelli in fede. “In ogni caso, anche la separazione va sdrammatizzata e può essere vissuta responsabilmente”.

Senza voler rinunciare ai principi fondamentali dell’Evangelo e all’ideale di unità, il pluralismo è un valore auspicabile e irrinunciabile. È sempre stato così nella Chiesa. Anche ai giorni degli apostoli, le comunità risentivano della cultura locale, dell’origine dei membri, della sensibilità del loro fondatore. Tutti erano testimoni di Cristo ma gli esprimevano la loro fedeltà, dall’organizzazione alla liturgia, in modalità differenti. E così è stato anche in seguito: “Le comunità cristiane delle isole britanniche erano diverse da quelle del Medio Oriente, del Nord Africa o della Spagna. È stata la Chiesa di Roma che gradualmente ha imposto forzatamente la propria autorità ed uniformità, e non senza forti resistenze”. Il pluralismo all’interno della cornice protestante pertanto non è un fatto nuovo e neppure negativo in sé. Ogni denominazione ha la sua storia e la sua ragion d’essere. Alcune “chiese sono sorte come protesta locale contro il Cattolicesimo, ritenuto oggettivamente irriformabile. Altre sono sorte attorno all’opera, predicazione, insegnamento, influenza di un particolare leader o riformatore, e del quale hanno assunto il nome. Altre sono sorte quando un gruppo di cristiani ha riscoperto un particolare aspetto o principio della dottrina cristiana che era stato trascurato e che non riusciva adeguatamente a vivere nella propria realtà di partenza. Altre sono sorte dopo un risveglio spirituale rispetto ad una chiesa sclerotizzata in un insopportabile tradizionalismo e nel vuoto formalismo. Altre ancora come liberazione da un leader religioso autoritario e dittatoriale. Sono i vantaggi (irrinunciabili) e gli svantaggi (spesso inevitabili) della libertà, valore importante quanto l’unità e il pluralismo… Perché mai si dovrebbe essere scandalizzati dalle differenze? Tutto questo può essere vissuto come un valore che arricchisce. Perché la piatta uniformità dovrebbe essere desiderabile?” I modelli ispirati ad un unitarismo radicale hanno sempre prodotto dittature.

Non è il pluralismo che inibisce il dialogo e la crescita del cristianesimo; è semmai l’esclusivismo delle sette e delle chiese settarie, che si ritengono le uniche depositarie della verità, le uniche ispirate dallo Spirito Santo, e pertanto, aggiungerei, si pongono fuori da ogni possibile onesto dialogo, o isolandosi o mirando ad annettere gli interlocutori, considerati tutti nell’errore. “Questo non è lo spirito delle chiese autenticamente evangeliche. Lo spirito evangelico è ispirato alla tolleranza, al rispetto degli altri, ed alla paziente ricerca di dialogo e cooperazione con gli altri. Il denominazionalismo stesso può essere un valore positivo: nessuna denominazione fu concepita come “la chiesa” per eccellenza, ma piuttosto come un ramo particolare della chiesa”.

Nella misura in cui i cristiani interagiscono tra loro, le differenze possono essere considerate una ricchezza, perché “nessun raggruppamento cristiano può dire di avere una comprensione piena della verità, e quindi la vera Chiesa non è mai rappresentata in alcuna singola denominazione”. La separazione delle comunità cristiane per ragioni di coscienza non le rende scismatiche; anche se le diversità in qualche modo dividono, quando si è uniti a Cristo, si appartiene alla stessa religione. A dispetto delle differenze teologiche, in ogni chiesa vi sono autentici cristiani rigenerati dalla Spirito Santo. “Certo, sarebbe bello – osservava Jeremiah Burroughs – che fossimo d’accordo negli stessi mezzi e nel nostro modo di opporci al nemico. Sarebbe la nostra forza. Questo però non lo possiamo attendere in questo mondo”.

Che aggiungere alla riflessione di Paolo Castellina? Che purtroppo il settarismo e l’intolleranza allignano anche all’interno delle chiese che settarie non si ritengono. Ogni comunità locale fa testo a sé. Ci son quelle più abituate al dialogo ecumenico, che considerano e chiamano “fratelli” anche i cristiani che appartengono ad altre denominazioni, ma ci son quelle che non nascondono la propria diffidenza, quando non proprio ostilità, nei confronti degli “estranei”. Probabilmente i pastori dovrebbero fare di più per aiutare le loro comunità a non sentirsi “la Chiesa” quanto piuttosto “un ramo particolare della Chiesa”. Un’altra osservazione che mi sentirei di fare è quella di vedere nel pluralismo anche un modo per raggiungere particolari sensibilità e culture di un’umanità fortemente articolata. Aderire ad una denominazione piuttosto che ad un’altra può anche essere un fatto di affinità, di compatibilità culturale o caratteriale. Viene da pensare che se certe chiese non ci fossero, alcuni non si convertirebbero a Cristo o resterebbero ai margini della cristianità organizzata. L’ultima considerazione riguarda l’evoluzione di questo pluralismo. Come avviene sempre, l’uomo finisce per fare cattivo uso della libertà che gli viene concessa. Le divisioni sono un male minore ma sono comunque un male. L’esasperata frammentazione, più che al desiderio di libertà è spesso da ascriversi ad un accentuato individualismo di certi leader carismatici che trasmettono settarismo e intolleranza al loro gruppo. E allora mi chiedo: con questo spirito, che è lo spirito anche delle grandi chiese settarie, quelle che posseggono il monopolio della salvezza, verso che tipo di unità potrà ritrovarsi la cristianità? Probabilmente non un’unità in Cristo, ma un’unità contro qualcosa o contro qualcuno. Come dire un’unità intollerante e persecutoria, antilibertaria. Lo vediamo già adesso in queste alleanze tra fondamentalismi cristiani che si coagulano attorno a grandi battaglie tematiche di sapore oscurantista. E allora l’identificazione che Simone Weil ha fatto tra il “grosso animale” e la Bestia dell’Apocalisse, or sono 66 anni, assume anche un sapore profetico.

mercoledì 18 giugno 2008

In difesa dei valori comuni

Il viaggio del Papa negli Stati Uniti e il ricambio della visita da parte di Bush ha prodotto un crescendo di reciproci attestati di stima e un clima confidenziale che forse non era stato previsto; non in questi termini, almeno. Ha cominciato Papa Ratzinger che, in sintonia con il pensiero di Tocqueville, ha dichiarato di “rispettare grandemente questa vasta società pluralista” per aver saputo costruire un modello di rapporto Chiesa-Stato che le nazioni europee dovrebbero prendere ad esempio. A sua volta il presidente americano ha riconosciuto nel pontefice il paladino fermo e convinto di alcuni valori che egli ritiene importanti per la salute del Paese. Benedetto XVI è il primo papa ad essere ricevuto alla Casa Bianca e, al di fuori d’ogni schema, il primo capo di stato ad essere accolto alla scaletta di sbarco direttamente dal presidente. E per ricambiare l’accoglienza calorosa, anche il Papa ha voluto rompere il protocollo, attendendo Bush alla macchina e accogliendolo nei giardini vaticani. Alla fine dell’incontro informale, il presidente è stato ringraziato “per l’impegno nella difesa dei valori morali fondamentali”.

Non è la prima volta che Vaticano e Casa Bianca si scambiano complimenti. All’agosto del ’47 risale la lettera di Truman a Pio XII che individuava nella rinascita della fede il più grande bisogno del mondo, poiché “per mezzo della fede, i disegni di Dio entrano nel cuore e nelle azioni degli uomini”. Nella sua risposta il Papa assicurava: “Certamente, vostra Eccellenza e tutti i difensori dei diritti della persona umana troveranno, nella Chiesa di Dio, una cordiale cooperazione”. In una precedente occasione Pio XII aveva affermato: “Il popolo americano ha il genio delle azioni superbe e generose, ed è nelle mani dell’America che Dio ha posto i destini dell’infelice umanità”. Si profilavano all’orizzonte le nubi minacciose della guerra fredda ed entrambi gli statisti temevano l’avanzata del pericolo comune rappresentato dal comunismo.

Tuttavia non è neppure scontata questa sintonia sulla difesa dei valori comuni. Le confessioni cristiane storiche, a cominciare dalla Chiesa Cattolica, non hanno accettato serenamente il principio di non ingerenza tra politica e religione introdotto negli Stati Uniti. Papa Leone XIII aveva condannato duramente l’americanismo, ovvero l’entusiasmo con cui gli americani guardavano al proprio modello politico e religioso. Per cui l’apprezzamento della “sana laicità” da parte di una Chiesa da sempre abituata a condizionare direttamente la politica degli Stati cattolici si presta inevitabilmente ad una lettura storica e articolata.

Quando uscì dalle catacombe la Chiesa, sostenuta dai prìncipi, divenne alleata dell’aristocrazia; fu così dappertutto nel Vecchio Continente. Pertanto, quando le idee democratiche cominciarono a diffondersi coincisero inevitabilmente con una reazione antireligiosa. Uno dei primi atti della Rivoluzione francese fu quello di abolire la religione. La democrazia si fece largo in Europa combattendo la Chiesa e la religione, senza distinguere tra le due, e maturando pertanto una forte avversione per entrambe. Altrettanto non è avvenuto in America dove la democrazia è da sempre sorretta da una forte sensibilità religiosa. Tocqueville aveva colto la differenza tra i due percorsi. Egli, che si dichiarava non credente ma non ostile alla religione, era convinto che la democrazia (la quale ha dimostrato di fiorire più facilmente nei paesi di tradizione cristiana) non possa maturare pienamente in un contesto d’indifferenza o di irreligiosità. Per cui, a suo avviso, l’Europa si trovava in una condizione di svantaggio rispetto agli Stati Uniti.

Bisogna perciò anzitutto intendersi sul significato di “sana laicità”: è sana quando non è laicismo, quando cioè non è aprioristicamente ostile alla religione, o è sana quando le istituzioni civili e religiose non interferiscono nelle sfere l’una dell’altra? La differenza tra i due concetti è tutt’altro che lieve. Nella prima accezione semplicemente la Chiesa auspica un atteggiamento non ostile verso di lei da parte del mondo politico e accademico. È un auspicio legittimo ma in sé non comporta alcun merito. Riconoscendosi nella seconda accezione invece la Chiesa riconosce come scorretto ogni tentativo di sconfinamento dalla propria sfera; ogni tentativo, cioè, di spingere un organo civile a produrre provvedimenti a sostegno, non dico delle sue istituzioni, ma anche delle sue dottrine quando ledono gli interessi e i convincimenti di quei cittadini che non aderiscono a quelle dottrine. Senza voler limitare al contempo la libertà di ogni singolo credente di portare “nel pubblico, ragionevole dibattito le proprie convinzioni religiose e i propri valori più profondi”, come ha ribadito lo stesso pontefice.

Il nostro auspicio è ovviamente che Benedetto XVI nell’esaltare i meriti della laicità si riferisca a entrambe le suddette accezioni, e che così intendendola consideri anch’essa come facente parte dei valori morali fondamentali in quanto baluardo a sostegno della libertà e della tolleranza. Perché se questi valori morali fondamentali, di cui Bush e il Papa si son dati reciproco riconoscimento, si limitano solo all’aborto e alla fecondazione c’è legittimamente di che preoccuparsi per la salute della democrazia. Se si vuol considerare vita umana da difendere quella dei feti e degli embrioni, a maggior ragione lo si deve quella dei condannati a morte. “Abbiamo bisogno del Suo messaggio che ogni vita umana è sacra”, confessava commosso il presidente americano al pontefice mentre lo riceveva alla Casa Bianca. E in quelle stesse ore la Corte Suprema respingeva (per 7 voti contro 2) il ricorso contro l’illegittimità delle esecuzioni capitali tramite iniezione letale in quanto punizione “inusuale e crudele”. Cinque membri della Corte su nove sono cattolici. D’altronde il Catechismo della Chiesa Cattolica ammette ancora, sia pure in casi rari, il ricorso alla pena di morte.

Difenderanno il Vaticano e gli Stati Uniti i valori morali fondamentali in un’ottica di tolleranza e nel rispetto della libertà di tutti? La Chiesa di norma invoca la libertà quando è in discussione la propria. Ha spesso denunziato la mancanza della libertà religiosa in Russia perché lì viene osteggiata. Al contempo denunzia aspramente l’attività di proselitismo che le “sette” protestanti compiono in America Latina, continente a maggioranza cattolica. Dell’instabile spirito di tolleranza americano abbiamo già detto. La stessa Costituzione non è nata tollerante e ci son voluti degli appositi successivi emendamenti per garantire la libertà di culto e di non ingerenza da parte della legislazione civile. Da allora sono stati innumerevoli i tentativi di abolire o modificare tali emendamenti allo scopo di introdurre leggi che rendano obbligatoria l’osservanza di norme religiose o dalla religione indotte. “Imponiamo le leggi della moralità cristiana a tutti coloro che vengono a stare in mezzo a noi”, sosteneva l’oratore principale nella prima convenzione della National Reform Association. E questo atteggiamento è tuttora molto diffuso tra l’opinione pubblica americana.

Una delle leggi di cui si è tornato spesso a chiedere l’introduzione è quella del riposo domenicale obbligatorio. Questa richiesta si fece particolarmente pressante alla vigilia della Grande Guerra. Allora non era raro sentire dall’alto dei loro pulpiti i predicatori minacciare: “Noi dobbiamo conservare la domenica, nostro sabato americano, e invitare l’ebreo a lasciare il paese se non è contento delle nostre istituzioni”. O ancora: “Se gli ebrei non desiderano conformarsi alle nostre leggi sulla domenica, essi non hanno altra scelta che andarsene”. Dopo la parentesi delle due guerre mondiali e della guerra fredda in cui il nemico da combattere era il neo-paganesimo e l’ateismo, sono ripresi i movimenti d’opinione che cercano di condizionare la politica partendo dalla morale individuale che nella società sempre più indifferente alla religione e imbevuta di “umanesimo laico” è vista in pericolo. Un ruolo importante in questa crociata di ricristianizzazione lo ha avuto quel forte movimento d’opinione sorto nei primi anni ’80 e noto con il nome di Moral Majority o nuova destra cristiana. Essa propugna il ritorno, con l’aiuto della politica, al rispetto dei Dieci Comandamenti compresa l’osservanza del giorno di riposo. Analoga è la posizione cattolica sull’osservanza del “giorno del Signore”, ovvero della domenica, visto come baluardo contro l’immoralità e come condizione necessaria perché Dio possa tornare a benedire la nazione e a preservarla dalle catastrofi naturali.

In occasione della sua visita in Austria, avvenuta nello scorso settembre, il Papa è tornato a parlare del Decalogo e del riposo settimanale. Ha criticato la visione legalistica con cui i dieci comandamenti sono stati proposti in passato, cioè quali secchi divieti che li hanno fatti subire come un laccio e non come un’apertura a Dio che ci ama e ci indica un modello di comportamento perché ci vuole liberi e non servi del male. Anche il comandamento del riposo settimanale andrebbe vissuto in questa prospettiva: né come un laccio né come semplice tempo libero pur necessario nella frenesia del mondo d’oggi. Poiché se il tempo libero non ha un centro interiore, se non è anche incontro con Dio “nostra origine e nostra meta”, allora finisce per essere un tempo vuoto che non ci rinforza e non ci ricrea. Il fatto poi che questo tempo possa essere fruito da tutti, non solo dà a tutti la possibilità di riflettere sul senso della vita ma fa percepire “in questo giorno qualcosa della libertà e dell’uguaglianza di tutte le creature di Dio”.

Quale cristiano di buon senso non condividerebbe questa riflessione? Non è giusto allora offrire a tutti la possibilità di partecipare alle benedizioni spirituali che offre il riposo settimanale, inteso come tempo d’incontro con Dio e saggio del riposo futuro? Certamente! Ciò che è sbagliato è volere imporre questo dono per legge. C’è infatti chi non riconosce nella Domenica, “ricordo della risurrezione e del mattino della creazione”, il giorno necessario di riposo ma è rimasto fedele al Sabato che più correttamente conserva il valore di “memoriale” della creazione di Dio. E tra questi ultimi troviamo non solo gli ebrei di religione israelita ma anche tanti cristiani. Per non dire di chi cristiano non è e vivrebbe come un sopruso ancora maggiore una tale costrizione.

Allora dove va a finire “quella sorta di aspirazione alla libertà” che promana dalla lettura del Vangelo, come constatava Tocqueville che pure confessava di non possedere il dono della fede? Sempre durante la sua visita austriaca, Papa Ratzinger ha parlato dell’intolleranza che ha accompagnato la storia dei cristiani ma che non trae origine dal Vangelo. “La fede cristiana non è intollerante per quanto vi possano essere delle buone ragioni per ritenerlo… A motivo della nostra storia abbiamo paura che la fede nella verità comporti intolleranza; se questa paura, che ha le sue buone ragioni storiche, ci assale, è tempo di guardare a Gesù” che accettò di consegnarsi inerme nelle mani dell’umanità come bambino e come vittima di un omicidio legalizzato. “La verità non si afferma mediante un potere esterno, ma è umile e si dona all’uomo solamente mediante il potere interiore del suo essere vera”. E ha concluso con queste parole: “La verità dimostra se stessa nell’amore. Non è mai nostra proprietà, un nostro prodotto, come anche l’amore non si può produrre, ma solo ricevere e trasmettere come dono…”.

La fede genuina non è intollerante. Ma l’uomo può essere molto intollerante, soprattutto quando si accosta alla fede per strumentalizzarla; non per esserne posseduto ma per possederla e usarla per i propri scopi. Nei primi anni dell’800, quando forte era la richiesta d’imporre l’osservanza della domenica mediante il potere civile, i sostenitori della separazione dei poteri, ecclesiastico e civile, osservarono con acutezza che “quando l’uomo pretende di farsi difensore di Dio, diventa demonio. Spinto dalla frenesia del suo zelo religioso, perde ogni sentimento di amore, dimentica i precetti più sacri della sua fede, diventa feroce e implacabile”.

Tra i fedeli venuti ad incontrare il Papa, in Austria, erano presenti rappresentanti dell’ Allianz für den freien Sonntag (Alleanza per la domenica libera), un cartello di organizzazioni cattoliche e protestanti che fanno pressione per un riconoscimento pubblico del riposo settimanale. Ho trovato questa presenza inquietante, perché è facile accostarla alle varie National Reform Association d’oltreoceano che si battono con vero spirito intollerante per lo stesso obiettivo. E allora è inevitabile tornare a questa difesa dei comuni valori morali fondamentali tra presidenza USA e Santa Sede. Quali strumenti s’intendono adoperare per difendere tali valori? Quelli dell’imposizione? E fin dove si spingerebbe la sanzione per i dissidenti? Fino alla multa, al carcere o, perché no, alla pena di morte? La Storia c’insegna che gli “eretici” hanno spesso pagato con la vita la loro “ostinazione”.

Non è allarmismo esagerato il nostro. Tempi difficili ci si profilano dinnanzi. Democrazia e carestia non vanno d’accordo; e la fine della guerra fredda ha riaperto scenari di odio tra i popoli dove la religione viene ostentata come baluardo a difesa delle rispettive civiltà. Ma come ha osservato Ramin Jahanbegloo, un accademico iraniano fatto recentemente sparire da quel regime, i conflitti di civiltà sono in realtà uno scontro tra intolleranze. Dell’intolleranza americana sappiamo già; ma quella degli europei in quali termini si esprimerà? Gli Stati Uniti hanno bisogno del Vaticano per meglio rapportarsi con gl’inaffidabili alleati europei. Ma la Chiesa come si muoverà concretamente in questa funzione di guida etica degli Stati cattolici europei? Gli scenari sono ancora aperti e suscettibili di sviluppi impensabili. Mentre l’Italia si batte per una moratoria delle esecuzioni capitali, i parlamenti europei stanno ratificando la Costituzione dell’Unione – il cosiddetto Trattato di Lisbona – che reintroduce furtivamente la pena di morte in caso “di guerra, di disordini, di insurrezioni”. Ci avreste mai creduto?
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sabato 31 maggio 2008

Il patto scellerato sempre in agguato

Quando pensiamo allo stato confessionale per antonomasia la nostra mente corre al Vaticano. Forse, però, almeno per il momento, esso viene superato dall’Arabia Saudita che, non a caso, ha adottato il Corano come Costituzione e possiede la mutawwa: una polizia “morale” che, tramite una sorta di ministro, fa capo direttamente al Re. I 10 mila effettivi di questo insolito corpo hanno come compito “la promozione della virtù e la prevenzione del vizio”. Ne ha di recente fatto le spese Yara, una giovane manager americana di origine giordana sposata a un saudita. Saltata l’energia elettrica nel suo ufficio, si era spostata con un collega siriano nel bar di sotto per parlare di lavoro quando, in seguito ad una “soffiata”, è stata raggiunta e arrestata dalla polizia religiosa con l’accusa di khulwa, cioè di promiscuità. “Finirai bruciata all’inferno”, l’ha ammonita uno shaikh mentre la costringeva a firmare la confessione del suo peccato-reato. Poi è stata spedita in carcere dove è stata spogliata, perquisita, maltrattata e trattenuta per sei ore, e liberata solo per l’intervento del marito precipitatosi in città per salvarla. Essendo la vittima cittadina statunitense, la notizia non è passata inosservata e ha sollevato un coro di critiche. Ma la polizia, che gode di protezioni altolocate, si è difesa piccata: “È una peccatrice e ha infranto la legge: lavorare insieme per uomini e donne non parenti è haram (proibito)”. Ma l’Arabia e in buona compagnia nella difesa della fede. Alcuni giorni fa un bambino pachistano è stato ucciso a bastonate dal suo maestro per non aver memorizzato alcuni versetti del Corano. Per questa grave colpa, Atif, 7 anni, cieco dalla nascita, è stato appeso a testa in giù al ventilatore del soffitto e poi bastonato a morte. “Era troppo fragile”, si è difeso il maestro della madrassa. I casi di violenza sui minori sono all’ordine del giorno nelle scuole religiose del Pakistan. Sorvoliamo sull’impiccagione degli omosessuali in Iran e la lapidazione delle donne, anche solo sospette di adulterio, o sulla loro fustigazione in Indonesia per “abbigliamento islamico improprio”. Habiba Kouider rischia tre anni di carcere per conversione “non autorizzata” al cristianesimo, così come prevede una recente legge algerina del 2006. Le erano state trovate in borsa alcune copie del Vangelo e questo basta per essere passibili d’arresto. E parliamo dell’Algeria, ovvero di uno stato ritenuto moderato. Al contempo il controllo della pubblica moralità può rasentare la comicità involontaria. Le autorità di Sharjah, uno dei sette Emirati Arabi Uniti, hanno decretato la decapitazione dei manichini di tutti i negozi d’abbigliamento del territorio. “I manichini non devono avere testa e l’abbigliamento in vetrina deve rispettare le norme della decenza, secondo i principi della religione” recita la circolare.

Sono alcuni esempi, tutt’altro che esaurienti, di quel che avviene quando la religione pretende di definire ogni minimo dettaglio del vissuto e della quotidianità delle persone, e quando le istituzioni civili si prestano a farle da sponda secolare. I paesi musulmani sono un esempio lampante di tale realtà in quanto dall’Islam (che significa sottomissione) non ci si può attendere altro e in quanto solo in quei pochissimi casi in cui si è proceduto alla separazione sostanziale della sfera religiosa da quella secolare ci si è potuti avvicinare (ma non sempre, e spesso solo nella messinscena delle regole del processo elettorale) all’esercizio della democrazia e al rispetto dei diritti umani. E comunque anche queste realtà eccezionali sono in continuo pericolo di soccombere perché al musulmano praticante non è concesso anteporre le leggi civili a quella divina e tanto meno lo si potrebbe consentire ai miscredenti. Per cui è sempre forte la spinta degli osservanti indisponibili al compromesso a usare la democrazia per consolidare il proprio potere e sostituirla con la shura, un organismo consultivo cui è solo concesso di definire le modalità attuative della sharia, la legge islamica che è una legge sostanzialmente intollerante. La zakat (lett. purificazione) è l’imposta religiosa sulla ricchezza che il buon fedele deve dare annualmente in offerta. Nell’Appendice 3 (adesso diremo di cosa) dedicata alla zakat vengono considerate come legittima destinazione di questi fondi anche le spese militari e la lotta contro la miscredenza. Non è uno dei soliti bollettini di Al-qaeda ma le note al Corano più diffuso in Italia e distribuito in gran parte delle moschee italiane che fanno capo all’Ucoii, ritenuto organismo musulmano moderato, naturale interlocutore delle istituzioni. Nel dna dell’Islam vi è tanta intolleranza che si esprime all’esterno con l’appello alla guerra santa, nelle sue forme più varie e opportune, e all’interno con un implacabile controllo sociale.

Ciò nonostante nelle note del suddetto Corano, e precisamente nel commento alla sura V,14, possiamo leggere quanto segue: «Le divisioni che lacerano il mondo cristiano sono un castigo voluto da Allah per i cristiani in questa vita. Per quanto riguarda i cattolici, non si può non registrare la perdita del loro stesso diritto canonico tradizionale (che viene continuamente "adeguato ai tempi"), dei loro riti, dell'autorità dei loro ministri, della legittimazione stessa della Chiesa che, costretta tra un rinnovamento che ha ormai solo riferimenti di tipo sociale e un conservatorismo sterile e arroccato su posizioni retrive, cerca di testimoniare la sua influenza sugli uomini ricorrendo al prestigio mediatico del suo capo carismatico».

D’impulso, la nostra prima reazione è: Ma senti da quale pulpito viene la predica! Soprattutto per quel "conservatorismo sterile e arroccato su posizioni retrive" che detto da un Islam risaputamente progressista e aperto alle esigenze di una società in continua evoluzione non può non suonare come involontariamente esilarante. Tuttavia, anche da un pulpito scarsamente accreditato, tra i tanti spropositi, può venire un’affermazione fondata. Pensiamoci un po’. I conservatorismi arroccati portano inevitabilmente a forme, più o meno dissimulate, d’intolleranza; a cominciare da quella religiosa. Noi gente di cultura cristiana siamo intolleranti? Per contrasto, la grossolanità dell’intolleranza musulmana tende a coprire questo dato. Proviamo a chiedere di costruire, non dico una cattedrale, ma una semplice cappella, non dico alla Mecca, a Medina o a Riyad ma nella cosmopolita Gedda o anche nel deserto dell’Arabia Saudita: se il richiedente non fosse coperto dall’immunità diplomatica sarebbe subito arrestato. Di contro, dal 1995 fa sfoggio di sé proprio a Roma, la capitale della cristianità, la più grande Moschea d’Europa. Progettata dall’architetto Paolo Portoghesi, sorge su un terreno di 30.000 m² e può ospitare migliaia di fedeli. Da chi è stata voluta e finanziata questa splendida “cattedrale” dei musulmani? Dal re Feysal dell’Arabia Saudita, Custode delle Due Sante Moschee. Bella coerenza davvero. C’è un articolo di Magdi Allam, dal titolo “La grande persecuzione dei cristiani nel mondo arabo” che è davvero illuminante. Questi che costituivano il 95% della popolazione della sponda poi musulmana del Mediterraneo, sono attualmente precipitati al 6% e, di questo passo, tra 10 anni, si ridurranno al 3%. Dalla prima guerra mondiale ad oggi sono stati costretti ad emigrare in 10 milioni. La “liberazione” dell’Iraq, voluta da Bush, ha di fatto liberato il paese dai cristiani. Per le persecuzioni e le vessazioni, cioè per l’intolleranza, dei musulmani locali questi sono passati da un milione e mezzo a circa 25 mila, e presto non ce ne saranno più perché tutti scappati o ammazzati.

Ma la domanda rimane: noi gente di cultura cristiana siamo intolleranti? Diciamocelo pure e non serve nasconderselo. Dell’atteggiamento accogliente ma intollerante degli americani abbiamo già detto. Ma non è che noi europei abbiamo molto più da essere fieri. Secondo un rapporto pubblicato lo scorso anno da “Human Rights First” non solo il fenomeno da noi esiste ma è in aumento. Sono in crescita gli atti di violenza motivati da intolleranza religiosa, razziale e sessuale, i cosiddetti “crimini dell’odio”. Sono soprattutto i paesi dell’est a destare maggiore preoccupazione, non a caso quelli meno addestrati al confronto democratico. Ma non è che nell’Europa occidentale le cose vadano molto meglio. È vero, supportiamo meno dei nostri cugini orientali i nostri atteggiamenti intolleranti con le dottrine razziste dell’Ottocento, ma ci abbandoniamo anche noi ai nostri bravi crimini dell’odio. In Russia c’è stata una proliferazione di crimini contro le minoranze etniche e religiose, e comunque contro le minoranze tout court. È nota la vicenda dei radicali europei che, in occasione del (quanto si vuole discutibile) Gay pride, volevano consegnare al sindaco di Mosca una lettera firmata da 50 parlamentari europei e italiani. Mentre distribuivano un volantino con il testo della lettera, un gruppo di naziskin – con la benedizione di un vescovo ortodosso lì presente – ha cominciato a picchiare i partecipanti all’iniziativa. La polizia, intervenuta con neppure molta sollecitudine, anziché difendere le persone aggredite ha provveduto ad arrestare i radicali. In Germania i crimini commessi dagli estremisti non trovano l’appoggio così esplicito della pubblica opinione ma in un anno sono comunque aumentati del 20%. Sono pure in crescita gli atti di violenza antisemita; dalla Russia alla Francia sono sempre più sotto tiro gli ebrei e i simboli della religione israelita, cimiteri compresi. Sono invece in diminuzione i crimini contro i musulmani e i loro simboli dopo il picco che seguì gli attentati alla metropolitana di Londra; ma sono ancora numerosi. Di tutto questo forse il dato più significativo è il fatto che solo pochi governi hanno istituito sistemi di monitoraggio del fenomeno, a testimonianza della sostanziale indifferenza che esso suscita.

Vi è poi la forma d’intolleranza di cui dicevamo in apertura: quella della religione quando pretende di definire ogni minimo dettaglio del vissuto e della quotidianità delle persone. È forse la forma più subdola e opprimente d’intolleranza; subdola perché non immediatamente percepibile, se non dalla vittima, in quanto trova il consenso di larga parte dell’opinione pubblica; più opprimente perché rivolta a tutti, a cominciare dai propri fedeli di cui coarta le coscienze. Per i paesi islamici questo è più evidente perché lì la legislazione civile si adegua spesso supinamente ai dettami di quella religiosa, perché le regole ci appaiono assurde e soffocanti, perché le sanzioni ci risultano, oltre che spesso ingiustificabili, comunque crudeli e spropositate.

Tale tipo d’intolleranza nei paesi cristiani si presenta con meno evidenza, per una serie di motivi. Innanzi tutto per i condizionamenti culturali che si acquisiscono già nell’infanzia. Se non presenta difficoltà giudicare con obiettività (o anche con pregiudizio) le incongruenze che emergono dalle altrui culture risulta molto più difficile rilevare le incongruenze del proprio sistema di riferimento che condiziona al punto da limitare la capacità di giudizio persino dei più colti e intelligenti. Anzi – come afferma la psicologa dell’età evolutiva Alice Miller – l’intelligenza può aiutare a compiere innumerevoli giri viziosi quando sia necessario adattarsi al proprio sistema di riferimento.

Anche quando riusciamo ad avvertire le incongruenze, esse sono meno distanti dal nostro sistema dei valori, il controllo sociale è meno soffocante, la normativa civile è molto meno disponibile a ratificare passivamente quella religiosa, e quindi le sanzioni minacciate finiscono spesso, grazie a Dio, per limitarsi all’ambito ecclesiale o ultraterreno.

Ma ciò non significa che anche così le ingerenze della religione non facciano danni o che non spingano per imporsi in maniera più pervasiva. La Chiesa esiste da troppi secoli per non sapere quando è il momento di minacciare e quando lo è di rassicurare, quando è caso d’intromettersi in politica e quando lo è di limitarsi alla proclamazione del Vangelo, quando è tempo di agire allo scoperto e quando lo è di muoversi celatamente. È vero che i sistemi democratici prevedono delle forme di controllo per garantirsi dallo strapotere che alcuni organi dello Stato potrebbero esercitare sugli altri e per difendersi da ingerenze esterne, ma la prima vera garanzia di uno Stato è nella qualità dei suoi uomini e, in genere, dei suoi cittadini. Sennò qualsiasi garanzia può essere aggirata. Mi ha colpito la definizione che Sergio Castellitto, membro della giuria, ha dato dei due film gemelli premiati a Cannes, Il Divo e Gomorra: “Hanno in comune un grande tema, ovvero cosa si nasconde dietro la faccia urbana, civile, occidentale, di una democrazia. È facile parlare di una dittatura, di un Paese in via di sviluppo; ma altra cosa è affrontare il volto controverso di una realtà europea in cui la verità supera perfino ciò che si racconta”.

Chiudendo il seminario promosso dalla Fondazione Italianieuropei, Massimo D’Alema ha parlato di “Religione e democrazia in Europa e negli Stati Uniti”. Partendo da un presupposto ormai da molti condiviso, identificando cioè nel fallimento delle grandi ideologie del ‘900 una delle ragioni del ritrovato peso pubblico della fede nelle società “smarrite, imbarbarite, disumanizzate”, egli, riferendosi in particolare alla situazione italiana, paventa il pericolo di un’alleanza strumentale tra la destra politica e la Chiesa. La prima utilizzando la religione come cemento e collettore d’un voto identitario, la seconda offrendo una sponda al potere “per ottenere in cambio la tutela giuridica di principi e valori, come aborto o fecondazione, perché diventino leggi imposte a tutti colpendo la laicità dello Stato”. L’ex premier non mette in discussione l’apporto dei cattolici alla vita pubblica, che attraverso la DC avevano comunque garantito la separazione dei poteri e il confronto democratico. Ciò che egli teme è il rischio del fondamentalismo, “il sogno regressivo di una società monoreligiosa” che finirebbe per mettere in discussione le garanzie di libertà e pluralismo che sono a fondamento delle democrazie. Il nodo di fondo è sempre quello: il patto scellerato tra il potere politico e quello religioso, oggi evidente – come dicevamo – nelle società islamiche, un tempo altrettanto soffocante nelle società cristiane e sempre a rischio di riproporsi. Esplicito il monito conclusivo del relatore: “La tentazione del potere è demoniaca e sempre, nella storia della Chiesa, è stata all’origine di misfatti, di cui Giovanni Paolo II ha dovuto chiedere perdono”. Il monito di un “laico” che io da Cristiano devo condividere pienamente, poiché “dove c’è lo Spirito c’è libertà” (2Cor 3,17), e un cristianesimo che non si adopera per la libertà si contraddice assolutamente.

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