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mercoledì 21 gennaio 2015

La netturbina multata

Celia Prada, la soccorritrice
Lunedì 12 gennaio a Milano, in zona Isola, un pedone di 55 anni viene investito da uno scooter; dopo un balzo in aria l’uomo ricade immobile sull’asfalto. Celia Prada, una netturbina che stava svuotando dei cestini, avendo assistito alla scena lascia giù i sacchi della spazzatura e corre ad aiutare il malcapitato. Celia, che come tutti gli operatori pubblici ha frequentato un corso di primo soccorso, si dà da fare per rianimare il pedone che a causa dell’incidente è andato in doppio arresto cardiaco e gli salva la vita. L’ambulanza che giunge poco dopo preleva l’uomo ormai fuori pericolo e lo porta in ospedale, in codice giallo. Ci si aspetta che Celia riscuota l’elogio dei presenti, giusto? E invece no. Gli automobilisti bloccati, nonostante vedessero l’uomo a terra privo di sensi, suonavano il clacson e incitavano a sbrigarsi. Come se non bastasse, quando Celia torna al proprio camioncino trova i vigili che le stanno prendendo la multa perché aveva lasciato il mezzo in sosta vietata. Alle sue proteste, questi rispondono: “Ringrazia il cielo che hai salvato una persona. Accontentati e paga la multa”. Il fatto finisce sui giornali. I cronisti indagano e interrogano tutte le figure pubbliche che possano far luce sulla vicenda che appare paradossale. Il comando della polizia urbana afferma che il mezzo dell’Amsa (l’azienda milanese per la raccolta dei rifiuti) parcheggiato a ridosso delle strisce pedonali limitava la visibilità e poteva persino essere stato la causa dell’incidente. Il medico dell’ospedale Niguarda, intervenuto pochi minuti dopo l’incidente, fornisce un’interpretazione diversa dei fatti: “L’automezzo dell’operatrice Amsa – afferma – era di lato e non impediva la visuale, come ho scritto nella mia testimonianza. All’uomo non batteva più il polso e l’intervento della donna è stato determinante. La multa è assurda – conclude – così come incivile è stato il comportamento di molti automobilisti in via Alserio dopo l’impatto”. Anche i funzionari dell’Amsa affermano che la loro dipendente stava seguendo la procedura corretta nel muoversi da un cestino all’altro e nel fermare il mezzo accanto al singolo cestino da svuotare. L’Amsa s’è inoltre detta disposta a farsi carico della multa comminata alla dipendente. Stessa promessa è venuta dall’assessore alla Sicurezza Marco Granelli: “Il suo è un gesto di grande senso civico che merita riconoscenza – ha detto Granelli –. Sono pronto a farmi carico della sanzione”. Parole dette ai giornalisti. Intanto, per non ritrovarsi con una sanzione ancora più alta, alla povera netturbina non è rimasto che pagare la multa: quasi 60 euro.

Come commentare questo episodio di “ordinaria” vita di relazione?  Dico ordinaria perché sono anni che osserviamo il vivere civile nelle nazioni cosiddette sviluppate e di cultura cristiana. Nel 2008, ad esempio, abbiamo detto degli infartuati lasciati morire davanti alla soglia del pronto soccorso di alcuni ospedali perché il regolamento non prevedeva l’uscita in strada del personale ospedaliero, o dei medici di famiglia che rapinano i vecchietti con pensione minima chiedendo loro 50 euro per un certificato. In questa vicenda il medico dell’ambulanza ne esce bene ma ne escono male tutti gli altri: gli automobilisti che si trovano la seccatura del moribondo sul selciato che impedisce loro il passaggio, i vigili che multano l’eroina che ha abbandonato il mezzo in sosta vietata, l’assessore che approfitta dell’episodio per farsi propaganda politica, lo stesso pedone investito che, una volta dimesso, non s’è curato di cercare la sua salvatrice per ringraziarla. Il prof. De Rita ha definito la nostra una “società mucillagine” che sta insieme non per integrazione ma per accostamento, una società diventata più egoista e individualista, che intende la libertà come la mera disponibilità di se stessi; ove l’unico valore che conta è il proprio immediato tornaconto, ove l’unica legge che conta è quella del mercato e gli affari sono del tutto sganciati dalla morale. Persino gl’incaricati di pubblico servizio, cioè coloro che svolgono un lavoro al servizio della collettività, spesso si limitano a seguire il regolamento pedissequamente, nel rispetto della forma ma infischiandosene dello spirito. Giusto per non avere grane ed eventualmente per strappare una gratifica o un avanzamento di carriera. Insomma, tutto in funzione di se stessi e con buona pace del concetto di “prossimo” che a malapena si ferma ai familiari o a chi può esserci utile.

Ovviamente l’egoismo non è una caratteristica soltanto dei nostri giorni. La parabola del buon samaritano raccontata da Gesù ci offre un quadretto esemplare di società solidale. In quella storia erano quasi tutti giudei: il viandante sulla via per Gerico, i predoni che lo aggredirono, il sacerdote e il levita che lo scansarono e proseguirono per la loro strada. Dico quasi, perché l’unico che si degnò di soccorrere il malcapitato fu un samaritano: uno straniero e per giunta disprezzato. E la vicenda di Milano sembra quasi la riedizione della parabola dove son tutti connazionali tranne la soccorritrice. Infatti Celia Prada, la netturbina, è peruviana, e vive in Italia dai primi anni Novanta. L’aggravante rispetto alla parabola, è che la soccorritrice è stata sanzionata. È come se il levita avesse criticato l’azione del buon samaritano, chiedendogli di scostarsi dalla strada, e il sacerdote gli avesse chiesto un risarcimento per aver fatto quello che avrebbe dovuto far lui, recando pregiudizio alla sua immagine che sarebbe stata portata a esempio negativo per i seguenti duemila anni. Ciò significa che il XXI secolo è anche peggiore del I sec. d.C.? Una differenza sicuramente c’è e adesso la faremo notare.

Ci sono sempre state civiltà che si sono corrotte, perdendo la propria coscienza etica e religiosa. Anzi, ogni civiltà passa e ripassa per questa fase crepuscolare. Lo storico e filosofo Benedetto Croce, nel raccontare la Storia dell’Europa nel XIX secolo, indica questo percorso involutivo dovuto ad una progressiva perdita di valori. Quelli fondanti della civiltà europea derivanti dalla fede nella religione, nel razionalismo, nell’illuminismo e, in qualche modo, persino nel liberalismo. Sostituiti da un arrogante bismarckismo e industrialismo che avevano finito per foggiare “un torbido stato d’animo, tra avidità di godimenti, spirito di avventura e conquista, frenetica smania di potenza, irrequietezza e insieme disaffezione e indifferenza, com’è proprio di chi vive fuori centro, fuori di quel centro che è per l’uomo la coscienza etica e religiosa”. La conseguenza di questo squilibrio etico, di questa miscela di edonismo, irrequietezza e indifferenza, furono le due guerre mondiali del XX secolo. Poi ci fu la ricomposizione dei valori e la ricostruzione, con il boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta. Dopodiché una nuova perdita di valori a partire degli anni Settanta, con il ritorno ad un quadro simile a quello dell’Europa nella seconda metà del XIX secolo. Simile ma non identico. Manca infatti nell’attuale fase l’aggressività militare. Permane quella economica, aumenta quella sociale, ma quella militare latita. È come se le due terribili guerre mondiali, scatenate proprio dall’Europa, avessero prodotto degli anticorpi nel vecchio continente che hanno finora contrastato la rinascita del militarismo. E poi ovviamente c’è il deterrente dell’arma nucleare che scoraggia il ricorso alla guerra tra le grandi nazioni. Questo può sembrare un dato positivo, ed indubbiamente per molti aspetti lo è perché le guerre sono delle tragedie immani. Però è anche vero che le guerre da sempre hanno rappresentato un fattore riequilibrante nell’accumularsi delle ingiustizie che produce il vivere sociale. Hegel esaltava la guerra come strumento per preservare la “salute etica” di un popolo. La paragonava all’effetto rigenerante del vento: “Come il vento smuovendo le acque impedisce loro di ristagnare, la guerra impedisce allo stesso modo agli stati di fermarsi e corrompersi” (Lineamenti di filosofia del diritto, 1821). Agli israeliti che si corrompevano moralmente, Dio minacciava l’invasione da parte dei popoli stranieri. È come se la guerra resettando l’accumulo di posizioni giuste e ingiuste, facesse ripartire daccapo i popoli toccati dalla distruzione. E inoltre, dato che l’animo umano dà il meglio di sé nelle crisi umanitarie, i periodi di ricostruzione post-bellica sono caratterizzati da minore ingiustizia sociale. Oggi tutto questo manca e paradossalmente accelera la perdita dei valori. Le nostre società diventano delle “poltiglie di massa”, sfilacciate, inconcludenti e senza sguardo al futuro, per dirla con De Rita. Inibite a farsi la guerra tra di loro, concentrano l’aggressività nel vivere sociale; anzi, fanno dell’aggressività la modalità espressiva quotidiana in un crescendo sempre più esasperato di egoismo e individualismo. Questa tendenza non si fermerà. All’episodio di Milano, state certi, che ne seguiranno altri ancora peggiori; ce lo prospetta il discorso profetico di Gesù: “E perché l’iniquità sarà moltiplicata, la carità dei più si raffredderà” (Mt 24:12). Finché l’aggressività sociale raggiungerà un tale parossismo da togliere inibizione anche alla guerra, una bella guerra feroce e generalizzata, che stavolta, come intuì il generale Eisenhower, vedrà tutti perdenti.

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sabato 24 maggio 2014

Italiani, brava gente

“Giovanni Falcone è stato applaudito da morto dalle stesse mani che lo hanno pugnalato da vivo. Sembra la parabola di un moderno Gesù Cristo”, scrive il giornalista Mauro Di Gregorio sulla rivista online NanoPress. In questi giorni ricorre l'anniversario della strage di Capaci, il cosiddetto “attintatuni” – come amava chiamarlo Totò Riina – che pose fine all’esperienza umana e professionale del più qualificato magistrato antimafia che l’Italia abbia avuto. E allora giornali e telegiornali fanno a gara per commemorare le doti umane e professionali di questo servitore dello Stato che per la prima volta, dai tempi del prefetto Cesare Mori, turbò il sonno della più nota organizzazione criminale e di coloro che con essa erano collusi. Nessuna testata giornalistica o rete televisiva vuol mancare all’appuntamento dedicando servizi, trasmissioni e persino fiction all’argomento. Penne prestigiose, accademici, politici e uomini delle istituzioni non perdono occasione per rendere omaggio alla statura di quest’uomo e di additarlo come esempio alle giovani generazioni. Io però sono vecchio quanto basta per aver osservato quella vicenda, e al contempo non così rincitrullito da perderne la memoria. Ricordo anzi molto bene l’implacabile ostilità che incontrò sul suo percorso questo magistrato, direttamente proporzionale al suo successo. Talvolta aperta, talaltra subdola e sorda, a cominciare da quella agìta dai suoi colleghi magistrati d’ogni ordine e grado. E ovviamente anche tra i politici, dove s’annida il cosiddetto terzo livello. La prima cosa che veniva da pensare, osservando la vastità e la diffusione di quella ostilità, era il livello d’infiltrazione del malaffare nei gangli vitali dello Stato e, di pari passo, del corpo sociale. L’analogia che veniva alla mente era quella di un tumore che si estende silenziosamente finché la presenza e la pervasività delle metastasi si percepisce dai sintomi che prorompono improvvisamente su tutto il corpo.  Poi però s’intuiva che questa era una lettura semplificata, per quanto vera. Anche persone che godevano di prestigio morale salirono sul banco degli schernitori: cosa pensare di loro? Che fossero anch’essi sul libro paga delle cosche? Invece di molti altri che gettavano fango dall’anonimato della palude rimase il dubbio. Oggi d’alcuni di essi, politici, uomini delle istituzioni o anche solo penne prezzolate, si sa che erano immanicati con il malaffare. Ma di altri sempre oggi si capisce che ferirono e ostacolarono l’eroico magistrato per altri motivi: per invidia, per calcolo politico, per furore ideologico o anche solo per pigrizia intellettuale. Motivi comunque abietti. E oggi fa male ascoltare gli stessi uomini e leggere i medesimi giornali che allora spararono a zero contro l’uomo e il magistrato, insinuando, travisando e denigrando, oggi invece celebrarlo e glorificarlo senza un minimo d’autocritica “in between”, direbbero gl’inglesi. E allora devo dire che ho letto con piacere l’articolo di Di Gregorio che ho inalato come una ventata d’aria fresca, tra tanti altri discorsi pur veri ma ipocriti e di maniera. Concluderei questa mia breve riflessione con un’ultima considerazione. Coloro che ostacolarono Falcone, fino a eliminarlo fisicamente, perché mafiosi o collusi con la mafia suscitano in me meno amarezza di tutti gli altri che invece lo ferirono, lo criticarono, o semplicemente non lo sostennero, per invidia, per calcolo o per egoismo. E non mi riferisco solo ai personaggi famosi che ancora insegnano nelle università, che ricoprono incarichi istituzionali o che hanno fatto carriera nelle redazioni. No, mi riferisco pure agli anonimi cittadini, ai vicini di casa del giudice antimafia infastiditi dalle sirene della scorta e preoccupati d’essere coinvolti in possibili attentati. Sono proprio loro che "meritano" la morte di Falcone e sono giustamente privati della sua opera di pulizia radicale che se adeguatamente sostenuto egli avrebbe potuto compiere. Oggi i loro nipotini, accompagnati dagli insegnanti, visitano l’albero Falcone per appendervi le loro letterine. Spiace per questi poveri ragazzi costretti a vivere in un mondo che i loro padri non hanno contribuito a rendere migliore. Al contempo però consola il fatto che esistano ancora uomini e donne che hanno sete di giustizia e tentano di trasmettere sani valori alle nuove generazioni. Forse non riusciranno ad invertire la tendenza allo sfaldamento sociale che è sotto gli occhi di tutti, però conforta comunque il pensiero che il loro lavoro, almeno a livello individuale, possa un minimo contrastare tale processo.

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Articoli consigliati:

Mauro Di Gregorio
NanoPress, 16 maggio 2014

Paride Leporace
Words Social Forum, 25 maggio 2012


venerdì 7 dicembre 2012

Regalo di Natale

La decisione di Berlusconi di ridiscendere in campo, a parte i suoi stretti cortigiani, ha sorpreso molti, anche del suo partito. Di lui si sa che è assai capace a condurre le sfide elettorali, ma molte cose sono cambiate negli ultimi due anni e il buonsenso avrebbe dovuto suggerirgli di tenere un basso profilo in questa tornata. Certo gli interessi in gioco sono enormi. Parliamo di tanti quattrini e c’è anche la condanna penale appena subita, c’è il processo Ruby che va avanti. Ma per la prima volta egli sembra ignorare i sondaggi che hanno sempre diretto la sua politica populista. Telese lo paragona al Macbeth assediato nel castello, che “si avvita su se stesso e sulla sua storia ucciso dal paradosso… incapace di riconoscere la resa, reso folle dall’illusione di un prodigio che non si verifica”. Quando il buonsenso viene accantonato allora emerge l’irrazionale. Non necessariamente è la dignità del vecchio guerriero che preferisce attendere il destino con le armi in pugno. Può essere altro, molto più prosaico. Un gioco corale ove i mali di alcuni si rimestano con le colpe di molti. Suggerisco a proposito una riflessione molto illuminante tratta dal blog “Brutti Ceffi”, dal titolo Caduto un demagogo…, di cui riporto qualche stralcio:

«Scrive Stefano Folli su Il Sole 24 ore: “Diciamo la verità. Pochi personaggi politici negli ultimi decenni sono stati così detestati come Berlusconi, ma pochi sono stati così amati. Una vasta opinione pubblica ha fatto affidamento su di lui, lo ha spinto in alto, lo ha difeso spesso in modo acritico. In una parola, è rimasta stregata dalla sua personalità espansiva e dal suo ottimismo. Ha cercato di non vedere il lato oscuro della luna, l’altra faccia della medaglia; e l’incantesimo è durato nel tempo, molto più di quanto siano soliti durare gli incantesimi. Questo spiega la longevità politica di Berlusconi, insieme alla sua eccezionale capacità di organizzare le campagne elettorali e di vincerle anche quando tutto sembrava essere contro di lui. Ci si ricorderà di lui soprattutto come di un grande, incredibile combattente. Mai domo, in grado di rialzarsi sempre ogni volta che era al tappeto. Su questo punto concordano tutti, amici e nemici: un guerriero del genere sarà difficile rivederlo in futuro sui palcoscenici della politica”.

In realtà questa indomita pulsione a rialzarsi sempre ogni volta che si va al tappeto è tipica della personalità psicopatica. Più che all’immagine dell’indomito guerriero andrebbe piuttosto associata a quella del tossicodipendente. Una ricerca condotta da neuroscienziati della Vanderbilt University ha, infatti, identificato una correlazione tra i tratti di questa personalità e il sistema cerebrale della ricompensa. E precisamente una disfunzione nel circuito dopaminergico. In queste persone la pulsione verso la ricompensa, quale sicuramente è per loro il conseguimento e il mantenimento del potere, è così forte da soverchiare il senso del rischio e la preoccupazione per la punizione. Ma la gente queste cose non le sa e scambia questa debolezza per un’ammirevole virtù…

Le folle seguono poco i ragionamenti e sono colpite soprattutto da ciò che v’è di meraviglioso nelle cose. In fondo ingannarle è facile. In più è d’aiuto il basso livello culturale di molti italiani che si lasciano supinamente formare ai valori propinati da una tv narcotizzata e narcotizzante, che suggerisce un modello d’acquisizione basato sulle apparenze e sugli oggetti: il successo, la bellezza, il denaro, la villa, la Maserati, la barca, le vacanze esotiche. Questo vasto bacino d’aspiranti borghesucci un po’ cialtroni, a maggior ragione si lascia attrarre dall’imbonitore di turno se questo è un modello che ha fatto fortuna. “Chi meglio di me saprebbe dischiudervi la strada per la libertà e il successo?”…

Questo clima di complicità è dunque costruito intorno ad una relazione accogliente e familiare (la “casa delle libertà”) a difesa dallo Stato dei burocrati e delle gabelle. Il ruolo della famiglia consiste nel dare al bambino la sensazione di essere speciale. Analogamente il leader populista, soprattutto se psicopatico, è pienamente convinto di essere una persona speciale (cioè appartata e superiore), e a sua volta offre ai suoi seguaci, che in realtà disprezza perché egli non sa amare ma solo soggiogare, insieme al suo favore lo status di persone speciali. Questo richiamo nella casa del padre per molti che si sentono smarriti e disperati è irresistibile, offre loro una mitologia e una mistica. Hitler convinse la nazione tedesca d’essere un popolo superiore che avrebbe guidato i destini del mondo. Anche Mussolini cercò d’instillare nella nazione italica il mito della razza superiore e proibì ai suoi soldati in Africa di sposare le donne di colore. Ma anche concesse ai suoi fedeli posizioni, prebende e previdenze. Berlusconi, più prosaicamente, offre ai suoi seguaci il mito del successo. A loro è riservato un trattamento diverso perché sarà loro concesso di tendere verso l’ideale desiderato, se necessario, eludendo le leggi così come fa il loro condottiero. Di tanto in tanto, a mo’ d’indulgenza plenaria, sarà assicurata una sanatoria, un condono, una depenalizzazione, una prescrizione…

Ecco quindi cosa è successo. Abbiamo parlato di un popolo né onesto né libero (per riferirci alla pagina di diario della Morante). Un popolo che quasi novant’anni fa si consegnò a un “uomo mediocre, grossolano, fuori dalla cultura, di eloquenza alquanto volgare, ma di facile effetto” in quanto “perfetto esemplare e specchio del popolo italiano contemporaneo”. Abbiamo accennato alle dinamiche psicologiche e sociologiche che legano tra loro un popolo e un leader populista, alle premesse necessarie perché essi si scelgano. Abbiamo riflettuto sul fatto che il despota può conquistare il potere e mantenerlo solo se una maggioranza condivide i suoi stessi valori o, comunque, non ne sia offesa. Anche se è vero che nell’ascesa del leader populista v’è sempre una componente d’inganno e di seduzione, è anche vero che il consenso si crea solo se c’è una base comune d’interessi, se c’è un clima di complicità, se insieme non ci si identifica più in un sistema etico e nella carta costituzionale che ad esso fa riferimento…»

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sabato 18 febbraio 2012

Una stella di nome Whitney

Ricordo come fosse ieri quel giorno di 25 anni fa quando una giovanissima Whitney Houston, con voce potente e occhi da cerbiatta, incantò l’immensa platea dell’Ariston sulle note di All At Once. L’entusiasmo del pubblico era tale che il nostro Pippo nazionale dovette chiederle il bis. Fu la prima e l’ultima volta nella storia del Festival che si riservò tale onore ad un ospite internazionale; e lei, sorpresa e condiscendente, accettò di buon grado. Quell’atteggiamento umile mi colpì, mi fece pensare a quella massima dello scrittore Duclos: “La modestia é il solo splendore che si possa aggiungere alla gloria”. E di gloria (umanamente parlando) ce n’era già tanta. Whitney aveva debuttato appena due anni prima con un album eponimo dirompente che, con i 29 milioni di copie vendute, gli valse un Emmy, un Grammy e tantissimi altri premi; oltre a lasciarci alcuni titoli che resteranno nella storia del pop, tra cui quell’All At Once che tanto successo avrebbe riscosso a Sanremo. Mai l’album di una cantante esordiente aveva venduto tanto. Al contempo, però, aveva conservato la semplicità della ragazzina casa e chiesa che effettivamente era stata. Fin da bambina, dall’età di 6 anni, cantava nel coro della New Hope Baptist Church di Newark, la città dove era nata il 9 agosto del 1963, non lontano da Manhattan. E ad 11 anni era stata promossa voce solista del medesimo coro. All’età di 14 anni cominciò a cantare come voce di sostegno e di sottofondo per complessi e cantanti famosi, finché non incise il duetto Hold Me con Teddy Pendergrass che nel 1984 costituì la prima grande affermazione per la cantante. Da allora fu un crescendo inarrestabile di successi. Tutto quel che incide diventa oro e platino: persino l’inno nazionale americano raggiunge la top ten. Nel 1992 Whitney debutta al cinema con il film La guardia del corpo, recitato insieme a Kevin Costner. Il brano portante da lei cantato, I Will Always Love You, vende 42 milioni di copie in tutto il mondo, in assoluto la colonna sonora più venduta di tutti i tempi. Segue nel 1995 Waiting to Exhale e nel 1996 Uno sguardo dal Cielo al fianco di Denzel Washington. In quest’ultimo – che è un remake de La moglie del vescovo, una pellicola del 1947 con Cary Grant, Loretta Young e David Niven – Whitney interpreta il ruolo di Julia (che fu della Young), la moglie di Henry, un pastore metodista che preso dai mille problemi della comunità trascura un po’ la famiglia. In risposta alla preghiera d’aiuto di Henry viene inviato in loro soccorso l’angelo Dudley, di buon animo ma alquanto pasticcione, che inizialmente con la sua presenza complica le cose facendo invaghire di sé la trascurata Julia ma alla fine mettendo tutto a posto sia nella chiesa che nella famiglia di Henry. In occasione dell’uscita di questo film natalizio, la Houston confessò le sensazioni contrastanti che l’afferrarono quando le venne offerto il ruolo di Julia, dove le era richiesto sia di cantare che di recitare. Da un lato temeva di non essere all’altezza del compito, dall’altro le dava gioia l’idea di ritrovare sensazioni e atmosfere a lei familiari quando cantava nel coro della chiesa battista della sua città. Nel film, Julia, oltre ad essere la moglie del pastore, dirigeva il coro di chiesa, e a interpretare questo era stato scritturato il Coro della Georgia, cioè la corale gospel più famosa d’America. E a Whitney sembrò un sogno riuscire a mettere musiche così belle, che lei ben conosceva, in un film. “Ma Dio mi ha aiutata”, aveva concluso la cantante. Questo per dire del suo background.

Per questa ragione quando iniziò a frequentare il turbolento musicista Rhythm & Blues Bobby Brown, i parenti, gli amici e i supporter della cantante espressero apertamente la loro preoccupazione. Brown era noto alla giustizia per le sue intemperanze, aveva fama di uomo violento, e nonostante la sua giovane età aveva alle spalle una vita disordinata, aveva avuto tre figli da tre donne diverse. Il contrasto era stridente con l’immagine di ragazza pulita della Houston. Ma l’opposizione dei suoi sembrò solo confermarla nella sua determinazione e il 18 luglio 1992 i due si sposarono. E lei, quasi a sfidare la disapprovazione dei suoi, commentò: “La principessa sposa il ragazzaccio!”. Mentre, per mettere a tacere il giudizio negativo che suscitava quella relazione, rispose ai suoi fan: “Ma che ne sapete voi di come sono io dentro, se sono proprio ciò che voi pensate?”. In effetti non sappiamo molto neppure oggi com’era dentro allora quella ragazza, però sappiamo che quella data rappresentò per lei una vera svolta nella sua vita. Quasi subito apparve chiaro che qualcosa non andasse anche se, sul momento, si cercò di tenere nascosta la natura dei problemi. Comunque un po’ alla volta l’immagine della brava ragazza degli anni ’80 e i primi ’90 cominciò a svanire. Whitney cambiò nei suoi atteggiamenti e nei suoi comportamenti. Si presentava in ritardo agli appuntamenti e alle interviste, e all’ultimo momento cancellava concerti e apparizioni televisive. La vita di coppia procedeva ma tra molte turbolenze. Lui non smise di avere problemi con la legge: per molestie sessuali, per guida in stato di ebbrezza e lesioni. E quando lei in un’apparizione pubblica apparve con il volto tumefatto da un livido sulla guancia, fu evidente il suo comportamento violento anche tra le mura domestiche. Nel 2003 la polizia, chiamata mentre lui la picchiava, dovette usare la scossa elettrica per immobilizzarlo e poi arrestarlo. Ma per anni Whitney fu sempre pronta a coprirlo e a perdonarlo: era come se volessero scendere nell’abisso mano nella mano. Per via del suo evidente dimagrimento e della sua scarsa produttività, cominciò a spargersi la voce che lei e il marito facessero uso di droghe. Il suo viso appariva minato dagli eccessi, la sua bellissima voce rovinata. Poi arrivarono le conferme. Tante. Finché la cognata, Tina Brown, non diffuse le foto scattate nel bagno della diva dove tra un incredibile disordine si distinguevano chiaramente pipe per fumare la droga, cartine, cucchiai, attrezzi vari e la classica polvere bianca. Whitney faceva uso quotidiano e compulsivo di stupefacenti, per i quali avrebbe speso negli ultimi dieci anni oltre cento milioni di dollari, rovinandosi la salute e finendo sul lastrico. Nonostante i percorsi terapeutici di riabilitazione, non riuscirà mai a venirne fuori. Nel 2006, dopo 14 anni di devastante matrimonio, dopo innumerevoli scandali, tradimenti, arresti per droga, alcol e violenze la Houston decise di lasciare Bobby Brown e l’anno seguente divorziarono. Daria Bignardi commenta: “Lei, evidentemente è bellissima e bravissima ma non intelligentissima perché ci mette una vita a lasciarlo”.

Whitney Houston cerca di reagire e di risalire la china. Torna alla musica con l’aiuto del discografico e amico di sempre, Clive Davis. Si esibisce in concerto, presenzia ai premi, prepara nuove compilation. Ma il fisico è minato, la voce compromessa, lo spirito intristito. Le sue esibizioni non convincono. La separazione dal marito non l’ha rafforzata ma resa ancora più insicura e fragile. Le cure riabilitative per vincere la droga si alternano alle ricadute. I suoi tentativi di tirarsi fuori dal baratro rimangono di fatto solo tentativi. Finché l’11 febbraio, all’età di 48 anni, viene trovata agonizzante nel bagno della camera d’albergo dove si trovava per prender parte ad una serata a margine dei Grammy Awards; annegata nella vasca dopo essere svenuta a causa d’un cocktail di farmaci e alcol. Il giornalista Domenico Naso, nel sintetizzare la parabola di quest’artista sfortunata, osserva amaramente: “Artisticamente Whitney Houston è morta nel 2009, fallendo l’ultima occasione. Fisicamente è morta ieri, al Beverly Hilton di Los Angeles. Emotivamente è morta tanti anni fa, quando la ragazza che cantava indipendenza, forza di volontà e carattere si è arresa al suo lato fragile. Le parole che si usano quando scompare una star di questo calibro sono giocoforza banali e retoriche. Ma alzi la mano chi può sostenere, obiettivamente e in buona fede, che la voce di Whitney Houston non sia stata davvero una delle più belle della storia della musica pop. Ma il talento non è bastato, e come per milioni di altre donne del pianeta, un pessimo matrimonio ha vinto su tutto il resto. Perché nessun Grammy potrà mai salvarci dalle miserie umane e dalle loro devastanti conseguenze”.

Com’era logico attendersi, la fine dell’avventura terrena di questa donna famosa e sfortunata, ha offerto a molti spunto di riflessione. Sulla base di quella che è la filosofia di vita e la sensibilità di ciascuno cambiano anche le parole con cui si commenta quest’evento. Ci sono gl’innocentisti e i colpevolisti. Ci sono quelli che invitano a ricordarla per i suoi meriti d’artista, di dolersi per la fine prematura di chi avrebbe potuto ancora dare molto, senza star lì a scandagliare sul perché e sul per come sia successo e su di chi sia la colpa. Per alcuni addirittura il talento assolve da qualsiasi colpa o assurge esso stesso a valore etico preminente. I più si scagliano contro la figura del marito, Bobby Brown, ritenuto persona corrotta, sregolata, immorale, viziosa, manipolatrice, senza talento e invidiosa dei successi della moglie: la vera e unica causa della sua rovina, il diretto responsabile della sua morte. “È molto triste – afferma un fan della cantante – che lei sia morta mentre lui sia ancora vivo e vegeto”. “Che spreco, che tristezza”, gli fa eco un altro fan. Altri, al contrario, puntano il dito su di lei. La Houston sapeva chi stava per sposare nel 1992, e lo fece snobbando i consigli di chi le voleva bene. Che è troppo facile cercare sempre negli altri il capro espiatorio. Che comunque lui non la teneva legata in cantina e lei, volendo, poteva lasciarlo anche subito, aveva i mezzi per pagarsi un avvocato e non dipendeva economicamente da lui. Alcuni si concentrano sugli effetti del legame matrimoniale, o trovando banale e persino umiliante il pensiero che milioni di donne, per quanto capaci e intelligenti, non siano responsabili del loro destino davanti ad un matrimonio sbagliato che vincerebbe sempre su tutto il resto. Oppure, al contrario, chiedendosi come sarebbe oggi Whitney Houston se avesse avuto al suo fianco un marito normale. “Bastava solo incontrare, anziché un marito che la riempiva di mazzate e la umiliava ripetutamente, una vera guardia del corpo che si innamorasse di lei e che la custodisse tra le due braccia”, scrive Antonellina.

Ed altri perciò si concentrano sulla dipendenza psicologica di lei da lui. “Il killer della Houston – afferma una lettrice – è la sua stessa fragilità, non il marito, per spregevole che possa essere… parliamo di persone irrisolte e profondamente infelici che si fanno del male facendosi fare del male”. Quindi la Houston persona fragile che si è lasciata soggiogare dall’uomo sbagliato. “È chiaro che ci vuole un’intrinseca debolezza di carattere per lasciare che qualcuno ti trasformi da una star bella e di incredibile successo in una fumatrice di crack, distrutta e senza più voce”, aggiunge un’altra lettrice. C’è chi fa notare che la stessa Houston, in una celebre intervista a Oprah Winfrey, nel 2009, lasciò intendere che la propria dipendenza dalla droga fu la conseguenza di una dipendenza, ancora più a monte, dall’ex marito. “Un uomo geloso, instabile e abusivo con cui fumavo marijuana mista a crack. Lui era la mia droga, con lui ero debole e succube, come soggiogata. L’alto prezzo dell’amore cieco”. Un lettore richiama proprio la propensione a dipendere da altre persone che, in carenza di certi riferimenti, può innescare un meccanismo perverso che spinge verso altre dipendenze e avvita in una spirale inarrestabile di autolesionismo. Fa poi riferimento ad un saggio pubblicato nel 2008 e intitolato Why Good Women Stay With Bad Men, dove l’autrice, la psicologa Pat Allen, ha esplorato il fenomeno, secondo lei diffuso, delle donne “belle, brave e intelligenti, irresistibilmente attratte da uomini terribili che finiscono per distruggerle”. Termina poi con una considerazione personale: “Personalmente ho conosciuto tante donne ‘distrutte’ da un uomo cattivo, che le ha assoggettate a comportamenti e umiliazioni che la loro intelligenza non avrebbe mai dovuto tollerare e dal quale non hanno saputo difendersi in tempo. Non parlo solo di droga, ma anche di carriere naufragate, interruzioni della gravidanza non volute, violenze fisiche e psicologiche e ostentate infedeltà”. In diversi convengono sul fatto che le donne siano attratte dai “bad boys”, più di quanto gli uomini lo siano dalle “femmes fatale”. “Uno dei vostri lati oscuri con cui non avrete mai voglia di misurarvi”. La lettrice Maria Elena aggiunge che negli Stati Uniti, soprattutto tra le donne di colore, l’attrazione per i ragazzacci è anche un fatto culturale: “Le donne di colore amano i bad boys. Provate a guardare i video dei cantanti di colore americani, specie se rapper. Vi pare che raffigurino dei rapporti uomo-donna equilibrati? Sembra di essere tornati all’età della pietra: l’uomo ricco, col macchinone e 20 ragazze attorno. Se in un paese fanatico del politically correct e dell’uguaglianza dei sessi come gli USA video del genere sono quello che serve per far vendere il prodotto cantante/canzone, significa che quello rappresenta un modello di relazione che viene non solo accettato ma anche apprezzato. Non è razzismo, è un dato di fatto”. “Tina Turner, Whitney, Rihanna: le donne di colore amano i bad boys… – le fa eco un’altra lettrice – è una situazione riconosciuta. Posso testimoniarlo: una mia conoscente afferma che il suo uomo dovrà essere un po’ bastardo, sennò non le va bene”. “È un fatto di ‘radar sentimentale’ – afferma qualcuno – tarato su certi parametri di compagno/compagna da trovare. Quando incontriamo un potenziale partner lo esaminiamo a fondo e lo confrontiamo con il nostro modello ideale. Ma anche gli attribuiamo qualità che non esistono se non nella nostra mente, nelle nostre fantasie che possono essere costruite in modo distorto. Così quando una donna si mette con un mascalzone, con il “Bobby Brown” di turno, il vero problema non sta nel mascalzone ma nel proprio ‘radar’ che ha bisogno di una robusta revisione”. “Poi è chiaro – aggiunge una lettrice – che esistono uomini bravissimi a manipolare e donne altrettanto brave a lasciare scoperto un punto debole su cui questi uomini lavorano per portarle alla completa dipendenza mentale. Noi donne, in generale, dovremmo imparare ad amarci e a renderci conto del nostro valore, smettere di attribuire ad altri la riuscita o meno della nostra vita, la scoperta della nostra felicità”. E un’altra le fa eco: “La più grande rivoluzione per le donne sarebbe non rinunciare mai a se stesse in nome di un grande amore. Quand’esso ti distrugge e ti chiede di rinunciare alla tua personalità, quello non è vero amore”.

Altri, infine, pur non escludendo tutto il resto, mettono in dubbio le qualità umane, morali e spirituali della cantante. “La Houston aveva probabilmente già in sé una tendenza all’autodistruzione innescata fatalmente dalla sua attrazione verso Bobby Brown, che era già drogato e ‘fuori di testa’ prima di mettersi insieme alla cantante (che quindi, come spesso capita in queste situazioni, era cosciente dei suoi limiti morali e caratteriali ancor prima di sposarlo)”. “Le ragioni della distruzione di Whitney andavano cercate dentro la stessa Whitney. I demoni che albergano dentro il marito potevano trovarsi anche dentro di lei. Non importa quanto angelico potesse essere il suo volto”. “Lei ha ammesso più volte di non avere fatto niente che non volesse fare, e che lei stessa era la sua peggior nemica. Non solo: conoscenze americane mi dicono che beveva e fumava già prima d’incontrare lui. Tra l’altro, quando si sono conosciuti lui aveva 19 anni e lei 26”. Il riferimento qui è a un’intervista che la Houston rilasciò nel 2002: “Nessuno mi fa fare qualcosa che non voglio fare. È una mia decisione. Quindi il mio più grande diavolo sono io. Sono il mio miglior amico o il mio peggior nemico”. Ancora altri commenti: “Bella voce, bella donna, ricca sfondata che muore secondo banali cliché. Come da copione. Se avesse vissuto più modestamente forse sarebbe vissuta cent'anni, senza drogarsi e senza cadere in depressione. La colpa non è di nessuno: è lei che si è scelta quella vita ed è finita come di solito finisce chi sceglie quel tipo di vita. Non mi suscita niente se non umana pietà!”. “Apprezzo la bellezza del politically correct ogni volta che muore qualche VIP: un minuto dopo l'annuncio della prematura scomparsa tutti amici del caro estinto, tutti pronti a dimenticare il suo passato e a celebrarne il mito (soprattutto i discografici visto che certi artisti vendono più da morti che da vivi, vedi Michael Jackson). Così adesso la Houston, come la Winehouse prima di lei, non è più una tossica ubriacona da boicottare e dimenticare (come era fino ad un minuto dopo la sua morte), ma una grandissima artista da ricordare e celebrare per un annetto almeno, con tanto di ‘I will always love you’ in loop perenne su ogni radio e servizio strappalacrime del telegiornale, e a breve Platinum collection (probabilmente già in questo momento il suo discografico sarà in riunione coi creativi per decidere il design della copertina ed i contenuti del package) da comprare obbligatoriamente pena venir bollati come cinici ed infami...”. “Mi può dispiacere per lei perche indubbiamente era una gran voce... per il resto... pieni di soldi, di droga, di depressione... boh? perché se ne parla? solo perché era una cantante? A me di chi nella vita ha avuto tutto e getta la propria vita nel gabinetto non me ne frega nulla... I tempi sono molto cambiati…”. Ma la durezza di quest’ultimo commento suscita l’indignazione di un altro lettore: “Beh, cinismo allo stato puro! Cosa vuol dire che i tempi sono cambiati? Che perché viviamo in un momento difficile non ci si può neanche più commuovere per la morte di una persona? Pensiero devastante, vergogna!!”. Ma un altro risponde: “Commuovere per chi? Questa ‘cantante’ era impresentabile. Bella voce? Solo un fenomeno commerciale. Fanatica religiosa di giorno (con tanto di dichiarazioni megalomani sul suo rapporto speciale con Dio) e cocainomane incallita di notte. Un’ipocrita totale. E uno deve leggersi tutto ‘sto incensare su questo simbolo della volgarità solo perché è morta? Ma allora la morte diventa uno strumento di riabilitazione per tutti, cani e porci compresi?”

Avviandoci alla conclusione, riporto per intero data la sua brevità la lettera che il blogger Gianni Toffali ha inviato a Giornalettismo: “Anche Whitney Houston se n’è andata. La strage prodotta volenti o nolenti dal cosiddetto star system, non sembra avere crisi. Poco prima di lei erano passati a migliore vita (ammesso che nell’aldilà Dio abbia avuto pietà della loro anima) Amy Winehouse e Michael Jackson. Se si dovesse stilare un elenco degli artisti estinti in virtù del classico stile di vita di una star, non basterebbe un libro. Luigi Tenco, Mia Martini, Kurt Cobain, Jim Morrison, Elvis Presley, Sid Vicious, Brian Jones, Andy Gibb, Kurt Cobain, Jimi Hendrix, Freddie Mercury, Stevie Ray Vaughan, e George Harrison, sono solo i più noti. Morti per droga, alcol o suicidio, gli uomini di spettacolo ‘finiti tragicamente’, costituiscono la prova vivente che la notorietà, la ricchezza, il potere e il successo non riescono a saziare la sete di verità, amore e infinito che alberga nell’anima degli esseri umani. Verità, amore e infinito che non possono essere raggiunti soddisfacendo il portafoglio e il basso ventre, ma curando il rapporto con il trascendente. Ecco il motivo per cui le statistiche hanno appurato che la categoria più colpita dal male di vivere, oltre ai succitati artisti, è quella degli atei e degli agnostici. Se si continuerà a pensare come fanno gli illusi ebbri di materialità e carnalità, vale a dire che la spazzatura offerta dal mondo possa dare un senso all’esistenza umana, prepariamoci ad una società di depressi e suicidi”.

Che dire? Questa è una storia emblematica di come gli uomini creino i loro miti e al contempo li distruggano. Di quanto effimeri e superficiali siano i valori di questo mondo e quanto mal costruita la scala delle nostre priorità. Da questo punto di vista condivido la riflessione di Toffali presa nel suo complesso, per quanto il tono non paia riflettere la misericordia di Dio che accompagna sempre la sua esigenza di giustizia (Egli ha sempre pietà delle sue creature, sia in questo mondo che in quello a venire). Per la medesima ragione, partendo da una corretta analisi d’insieme non possiamo restringere il campo fino a giudicare la vita di una specifica persona. Certo, è giusto e opportuno che ognuno abbia la possibilità di riflettere sulla singola vicenda umana, perché ci sia d’esempio o di monito. D’altronde se abbiamo voluto soffermarci sull’esposizione dei fatti e sui commenti di tanti è proprio per fornire una serie di elementi utili alla riflessione. Ma da qui a puntare il dito per stabilire il percorso interiore e per sentenziare sul destino eterno di una persona ce ne corre! Per fortuna nostra Dio non vede le cose con i nostri occhi e non ci definisce con gli stessi appellativi (ad es. “tossica ubriacona”) con cui noi sbrigativamente siamo portati a liquidare gli altri, sennò chi si salverebbe? “A chi è stato dato molto sarà richiesto molto” (Lc 12:48), affermò Gesù a conclusione della parabola sulla vigilanza e la responsabilità. E da un punto di vista umano sembra che Whitney abbia ricevuto tanto: voce, bellezza, fama e denaro. Una sorta di segnata predestinazione, circondata da numi tutelari del calibro della cugina Dionne Warwick, della madrina Aretha Franklin e della stessa madre Cissy Houston, grande cantante di gospel e voce nota della tradizione black. Certamente tutto ciò che abbiamo è utile nella misura in cui ne facciamo buon uso, ma è sicuro che voce e bellezza siano tra i doni più importanti nella scala dei valori di Dio? È certo che finire nell’ingranaggio dello star system sia un dono del Cielo? La cosa che più colpì della giovanissima Whitney, quando fu ospite a Sanremo nell'86, fu la tristezza del suo sguardo: forse già allora stava lottando contro i suoi tormenti personali. Perché quindi non guardiamo i fatti nella loro cruda realtà? Di una ragazzina che iniziò a cantare nel coro di chiesa ma che per anni frequentava i locali notturni dove cantava la madre e che spesso saliva sul palco ad esibirsi con lei? Di una famiglia soffocante. Di un padre dispotico che alla fine divorziò dalla madre e giunse a far causa alla figlia per estorcerle 100 milioni di dollari? Tutto questo si può considerare un vantaggio? Non è tutt’oro quel che luccica. Perché allora stupirsi se con il proprio matrimonio ha in qualche modo riprodotto l’unica relazione che conosceva? Certo quando lei venne fuori con quella dichiarazione insolente, sul fatto che avrebbe sposato il bad boy Bobby Brown perché anche lei era una bad girl, mi sono rattristato perché ho immaginato i guai in cui si stava cacciando. Anche se nessuno poteva allora prevedere la reale portata di quei guai. Comunque, al contrario di tanti altri che spendono l’intera esistenza per far del male al prossimo, lei ha soprattutto fatto del male a se stessa. E l’ha pagata cara quella scelta. “Non ne ero contenta, stavo perdendo me stessa”, confessò a Oprah Winfrey nel 2009. Non si può conoscere il percorso interiore e il dolore che ha dentro una persona, soprattutto quando si avvita in una spirale autodistruttiva e pur cercando di venirne fuori non ci riesce. In quelle condizioni si è tutt’altro che liberi. “Nessuno mi fa fare qualcosa che non voglio fare”, affermava nel 2002, intervistata da Diane Sawyer. Ma allora si schermiva per nascondere agli altri il suo dramma. Il mondo dello spettacolo è crudele: non poteva più interpretare il ruolo della brava ragazza e al contempo l’aura maledetta non le si addiceva e non le portava il consenso. Le avevano creato un’immagine troppo elevata perché cadendo non si facesse male. Sì, è vero, se ne è andata ripetendo lo stesso cliché di tante altre leggende della musica prima di lei: sola, in una stanza d’albergo, stroncata dagli abusi. Ma ogni soffio che ritorna al Creatore, per quanto simile a tanti, fa storia a sé. Possiamo trarre monito da un percorso ma non possiamo giudicare un destino. Il suo libro è stato chiuso perché era stata trovata mancante o per “sottrarla ai mali che vengono” (Is 57:1)? Come ha scritto qualcuno, la morte l’ha strappata a un futuro incerto, fatto di povertà e di dipendenze. C’è un unico Salvatore e un’unica grazia, ma ogni salvataggio è diverso dagli altri: ci sono quelli che fanno le scelte giuste e “le loro opere li seguono” (Ap 14:10) e c’è chi pur avendo fatto scelte sbagliate nell’imperscrutabile disegno di Dio viene ritenuto idoneo alla salvezza sia pure come “un tizzone strappato dal fuoco” (Zacc 3:2). Il vero destino di ognuno sarà conosciuto solo nell’ultimo giorno e allora ci saranno tante sorprese, in un senso e nell’altro. Attenti quindi a puntare il dito! A me piace ricordare Whitney da bambina quando tutte le domeniche alle nove si recava in chiesa e ci rimaneva fino alla sera. “Giocavamo, cucinavamo per i poveri, cantavamo…”, ricorderà con nostalgia. Ma anche alcuni giorni fa, quando lei e Bobby hanno portato fuori a cena la figlia Kristina, e in quei momenti è stata vista serena. Non prova nulla, ma il Cielo suole carezzare le sue creature quando le chiama al riposo.

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