domenica 7 settembre 2008

La vera Chiesa unica e sola

All’inizio di luglio dello scorso anno la Congregazione per la dottrina della fede ha pubblicato un documento dal titolo “Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa”. In essa il Vaticano ribadisce che l’unica Chiesa di Cristo, “comunità visibile e spirituale” continua e permane nella Chiesa cattolica. Le altre realtà ecclesiali non cattoliche, pur contenendo elementi “di santificazione e di verità”, sono portatrici in varia misura di “carenze” al punto da non potersi considerare, a parte gli ortodossi, “chiese in senso proprio”. Il documento afferma di voler sgombrare gli equivoci sorti da interpretazioni “infondate” del documento conciliare “Lumen Gentium”, del 1964, in cui i padri conciliari affermavano che “la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica”. Proprio in quel “sussiste” era stato visto l’implicito riconoscimento che la Chiesa di Cristo possa sussistere, con pari pienezza, anche in altre chiese cristiane. Tali interpretazioni, puntualizza il documento della Congregazione per la Fede, hanno frainteso l’insegnamento dottrinale del Concilio Vaticano II, in quanto la parola sussiste “può essere attribuita alla sola Chiesa cattolica”, che presenta “perenne continuità storica” e “la permanenza di tutti gli elementi istituiti da Cristo”. Tuttavia lo stesso Pontefice ha voluto chiarire che questa precisazione “lungi dall’impedire l’impegno ecumenico autentico, sarà di stimolo perché il confronto sulle questioni dottrinali avvenga sempre con realismo e piena consapevolezza degli aspetti che ancora separano le Confessioni cristiane”.

Ma l’affermazione di non potersi riconoscere nella Chiesa di Cristo, e persino di non potersi considerare chiesa, non è stata avvertita dalle altre confessioni cristiane propriamente come un’apertura all’ecumenismo. Ancor più in considerazione del riferimento che viene fatto nel documento alla Dichiarazione “Dominus Iesus”, emessa nel 2000 a firma dell’allora cardinale Ratzinger, ove si affermava che la salvezza era possibile solo all’interno della Chiesa cattolica; e in considerazione della precisazione, contenuta nel medesimo documento, secondo cui “perché il dialogo possa veramente essere costruttivo, oltre all’apertura agli interlocutori, è necessaria la fedeltà alla identità della fede cattolica”. I più sconcertati sono i cristiani della riforma, i più impegnati nel dialogo ecumenico con i cattolici, e i più bistrattati nel documento summenzionato.

Il segretario generale dell’Alleanza riformata mondiale, pastore Setri Nyomi, in una lettera indirizzata al cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, scrive: “Siamo sconcertati dalla presentazione di tale documento in questo momento storico per la chiesa cristiana… In un’epoca di frammentazione sociale in tutto il mondo, l’unica chiesa di Gesù Cristo a cui tutti partecipiamo dovrebbe rafforzare la propria testimonianza comune e affermare la propria unità a Cristo. Il documento offre una interpretazione di Lumen Gentium che ci riporta al pensiero e all’atmosfera che c’erano prima del Concilio Vaticano II”.

“Un documento del genere manda segnali sbagliati”, ha dichiarato il pastore Thomas Wipf, presidente della Comunità delle Chiese protestanti in Europa. “Le sfide di questo mondo chiedono a gran voce che le chiese lavorino insieme. La comunione non è un obiettivo ideale, ma il nostro compito. Le vedute dottrinali sono molto importanti, ma non devono spaccare la Chiesa… Secondo la Riforma protestante gli elementi originali delle chiese sono la pura predicazione del vangelo e la corretta amministrazione dei sacramenti. Questo e nient’altro dev’essere visto come espressione autentica dell’unica Chiesa di Cristo. Tutto ciò che è esteriore è fallibile, incluse la Chiesa protestante e quella cattolica”.

Il pastore Domenico Maselli, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, ha definito “un vistoso passo indietro nei rapporti ecumenici il testo vaticano. Tuttavia il dialogo deve continuare. È vero che non fa altro che ripetere quanto già affermato nella Dominus Iesus del 2000, ma il concetto è ora ribadito con una chiarezza insolita. Una frase soprattutto colpisce il lettore ecumenico: è la frase in cui si definisce la chiesa cattolica come quella "nella quale concretamente si trova la Chiesa di Cristo su questa terra". Pare evidente che l'unico modo per cercare l'unità sarebbe quello di entrare nella Chiesa cattolica romana. Ciononostante il dialogo ecumenico deve continuare, e può continuare, mettendosi ognuno in discussione, per cercare di ascoltare la voce di Cristo che per tutti noi è la via, la verità, la vita. In questo spirito si deve continuare il cammino sia in Italia che nel resto del mondo, fidando nel rispetto reciproco ed anche nella laicità dello Stato che permette che la libertà di discussione, di ricerca e di religione sia mantenuta fino in fondo”.

“Il papa Benedetto XVI interpreta in senso restrittivo un concetto espresso dal Concilio Vaticano II. L'indicazione che ribadisce è questa: la frase del Concilio la Chiesa di Cristo sussiste nella chiesa cattolica va intesa così, che la vera chiesa coincide con quella cattolica romana. Fuori di lei non c'è Chiesa di Cristo. E aggiunge, ci sono tuttavia livelli diversi di non esserlo. C'è un livello di serie B per le chiese ortodosse e c'è un livello di serie C per le chiese protestanti, ancora più deficitarie della verità. Non è facile rispondere a un tale ragionamento dal sapore un po' offensivo. In primo luogo perché come valdesi e metodisti non vogliamo essere chiesa contro le altre. La strada del rafforzamento della propria identità non passa da quella del discredito e della caricatura dell'altro. I cristiani, indipendentemente dalla loro serie, devono trovare un approccio diverso dai diktat nel loro relazionarsi ad una società sempre più multiculturale, sebbene consapevoli dei forti limiti del relativismo imperante… È triste che i cristiani, anziché chiedersi ciò che Cristo si aspetta da loro, stiano a preoccuparsi delle delimitazioni. Dentro e fuori. Il problema non sono i confini. Tanto più che la Chiesa, lo sappiamo, è e sussiste in Cristo”, è la considerazione dei pastori Pons e Mercurio delle Chiese valdesi e metodiste di Genova .

Infine riportiamo il commento del teologo valdese Paolo Ricca: “Questa idea monopolistica del cristianesimo disturba ed è difficile da digerire. È un duro attacco all'identità altrui, anzi una vera e propria negazione… La mia reazione è piuttosto negativa perché il documento, affermando che la chiesa di Cristo esiste esclusivamente nella chiesa cattolica, chiude definitivamente quelle porte che il Concilio Vaticano II sembrava aver aperto quando diceva che la Chiesa di Cristo “sussiste in quella cattolica” e non più “è quella cattolica”. Una distinzione introdotta, quella tra subsistit ed est, che molti interpretarono come un segnale di apertura verso le altre chiese, non escludendo che Cristo potesse sussistere anche in altre comunità cristiane. Ora, con questo documento, si azzerano anni di storia ecumenica e si torna alla situazione pre-conciliare". Persino gli “elementi di salvezza” che si riconoscono alle realtà ecclesiali non cattoliche sarebbero efficaci “perché appartengono alla chiesa cattolica che li diffonde alle altre facendosene tramite. E dunque anche qui si riafferma il monopolio dei cattolici… La conseguenza - conclude Ricca - è che se così stanno le cose l'unità dei cristiani non può che avvenire nella chiesa cattolica romana. Significa riaffermare la dottrina del ritorno all'ovile romano, secondo cui tutte le chiese devono reintegrarsi nella chiesa cattolica così com'é, con questa struttura e con questo Papa. Ma questo - aggiunge - è negare ciò che uno è e negare che noi siamo una chiesa".

Reazioni legittime e del tutto prevedibili. Ci si chiede allora cos’abbia spinto il Vaticano a venir fuori, di punto in bianco, con affermazioni che sembrano produrre l’unico risultato di vanificare gli sforzi di quegli spiriti ecumenici che nell’unità dei cristiani ci credono; “contro ogni speranza”, talvolta essi affermano amaramente. Emblematico lo sfogo espresso da Anna Maffei, presidente dell’Unione battista italiana, alla vigilia della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani di cui quest’anno ricorre il centenario: “Mi chiedo se sia preghiera vera quella che ci vede uniti nella Settimana di gennaio o se non siamo diventati attori di un rituale stanco e privo di sbocchi. Anche Gesù denunciava l’atteggiamento di persone che pregavano solo per esibire la propria pietà. Proprio alla luce di testi evangelici come questi, mi pongo questo interrogativo cruciale, presa dallo scoramento di certi passi indietro nel cammino ecumenico, certe rigidità, certe dichiarazioni di autosufficienza che feriscono”.

In realtà già nel 2000 quando uscì “Dominus Iesus”, il cardinale Edward Cassidy, l’allora presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, aveva manifestato il suo dissenso quanto meno rispetto ai “tempi e ai modi” di simili esternazioni. Insomma, la diplomazia vaticana risaputamente esperta consumata nelle relazioni esterne d’ogni livello, come può scadere in quelli che tutto sommato sembrano dei grossolani errori di percorso? Probabilmente perché il target di tali esternazioni non è esterno ma molto interno alla Chiesa di Roma. Motivo del contendere è il Concilio Vaticano II, considerato come una pietra miliare da difendere e sviluppare dagli innovatori ma come una vera iattura da neutralizzare, reinterpretandolo in senso restrittivo, dai tradizionalisti. La battaglia è asperrima ma ufficialmente lo si ammette malvolentieri; in privato però gli sfoghi ci sono, come quello dell’arcivescovo Piero Marini quando ha affermato che “la riforma liturgica è stata affossata dalla Curia romana”. Mons. Marini è stato fino a novembre dello scorso anno Maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie ed è stato rimosso dall’incarico evidentemente perché contrario alla reintroduzione della messa in latino. “La riforma liturgica – ha spiegato l’ex cerimoniere – non era intesa o applicata solo come riforma di alcuni riti, ma come base e ispirazione per raggiungere gli scopi che il Concilio si era proposti”, tra i quali “l’unità di tutti i credenti in Cristo”. Infatti, uno dei segni evidenti di questa contrapposizione tra le due anime della Chiesa è la forte resistenza che ha incontrato l’attuazione concreta nelle diocesi del Motu proprio sulla reintroduzione della vecchia messa.

La rivista progressista Confronti sottolinea la contemporanea pubblicazione delle Risposte (in cui si afferma la coincidenza della Chiesa di Cristo con la Chiesa cattolica) e del “Motu proprio Summorum pontificum con il quale Benedetto XVI, liberalizzando la liturgia post-tridentina, e la soggiacente teologia, cara ai lefebvriani, - osserva esplicitamente la rivista – manomette il Vaticano II, e insidia la visione ecclesiologica del Concilio”.

Tutto sembra indicare che ci troviamo in un momento cruciale del confronto. Le Risposte vanno inquadrate in questo contesto. Esse si rivolgono soprattutto ai laici cattolici e ai chierici d’ogni livello con spiccata vocazione ecumenica. Questi ovviamente contestano che le Risposte siano una precisazione dottrinale delle affermazioni emesse dal Concilio, considerandole semmai un loro stravolgimento. “Sarà la chiesa di Roma l'unica vera chiesa di Cristo? – si chiede il domenicano Frei Betto, teologo della liberazione – Allora perché Roma ha soppresso dal Credo il passaggio per cui noi cattolici crediamo nella «chiesa cattolica, apostolica, romana», come io pregavo nell'infanzia? Adesso si dice solo «credo nella santa chiesa cattolica», ciò che implica il suo carattere universale e apostolico ma non romano. E rende ancor più difficile l'ecumenismo quell'altra affermazione di Benedetto XVI secondo cui riconoscere il vescovo di Roma, il papa, come guida di tutte le chiese è la condizione per l'unione delle comunità ecclesiali cristiane. Il Concilio vaticano II insiste nel rinnovamento e nella conversione di tutte le chiese, compresa quella di Roma, come requisito essenziale per l'unità perduta, prima con lo scisma fra Oriente e Occidente nel 1054, poi con la riforma di Lutero nel secolo XVI. Il Concilio raccomanda alla chiesa di Roma di riconoscere gli elementi di verità presenti nelle altre chiese. Di prestare attenzione in ciò che unisce e non in ciò che separa… L'unità dei cristiani non sarà mai raggiunta attraverso la via scoscesa dell'autorità, ma solo attraverso quella della carità, della tolleranza, della nostra umiltà nel riconoscere i propri errori ed essere capaci di trovare quel che c'è di positivo, di evangelico nelle altre chiese e denominazioni religiose. Il primato dell'amore è l'unico capace di garantire l'unità della fede nella diversità delle culture. Ora e sempre, Cristo è la guida della chiesa e noi, i fedeli, siamo le differenti membra del suo corpo”.

Certo, se vi sono espressioni talvolta velate nei documenti conciliari è perché già in quella sede si dibattevano le due anime della Chiesa e fu necessario trovare formule di compromesso. Anche l’espressione “Questa Chiesa… sussiste nella Chiesa Cattolica, governata dal successore di Pietro” è una di quelle soluzioni volutamente ambigue, formula compromissoria tra le posizioni dei due gruppi. Tant’è vero che nella prima stesura del ’63, in linea con la Mystici Corporis di Pio XII, il documento conciliare era espresso ancora con “è la Chiesa Cattolica” anziché con il “sussiste nella Chiesa Cattolica” della stesura finale dell’anno successivo. E chiaramente, se si apportò un cambiamento di quel tenore in un’enunciazione così importante è perché un messaggio si voleva comunicare. Affermare pertanto adesso che con “sussiste” si voleva semplicemente dire “è” e per giunta “soltanto” (“La Chiesa di Cristo... continua ad esistere pienamente soltanto nella Chiesa Cattolica”) vuol dire annullare un anno di dibattito conciliare e sa tanto di revisionismo storiografico. Si comprendono pertanto le reazioni di sorpresa e il dissenso che il documento vaticano suscita non solo nelle confessioni non cattoliche ma pure in molti vescovi e teologi cattolici, anche autorevolissimi, che muovendosi nella scia conciliare riflettono su un ecumenismo non più “romano-centrico”.

Invero si avvertivano fino allo scorso decennio alcuni importanti segnali che sembravano aprirsi verso quelli che Giovanni Paolo II aveva proposto di chiamare “cristiani di altre confessioni” o “fratelli ritrovati” e neppure più “fratelli separati” (separati da chi? dalla cattolica unica vera Chiesa e quindi da Cristo?). Dicevamo di alcuni importanti segnali, quali ammissioni di colpa, richieste di perdono, incontri ecumenici sia tra teologi che a livello di comunità locali, che lasciavano sperare in un abbandono della tradizionale pretesa della Chiesa di Roma di essere la detentrice piena ed esclusiva della verità e dell’ecclesialità. Ma ex abrupto è arrivato il 2000, l’anno del Giubileo, con le indulgenze, con l’accoglienza solenne in piazza S. Pietro della “Madonna di Fatima” e quindi con il risalto dato al culto mariano, con la beatificazione di Padre Pio e di papa Pio IX, autore dei dogmi della “immacolata concezione” e dell’infallibilità papale. Insomma con l’ostentazione di un cattolicesimo deciso a sottolineare le cose che lo dividono piuttosto che quelle che lo accomunano alle altre confessioni cristiane. Infine, nell’agosto dello stesso anno, la pubblicazione della ratzingeriana “Dominus Iesus”, di cui le odierne Risposte sono una ulteriore riaffermazione, ove si ribadisce in modo esplicito e inequivocabile la pretesa di Roma di rappresentare l’unica vera e autentica Chiesa di Cristo. Davvero un annus horribilis per il sogno ecumenico e per i cattolici che si riconoscono nella svolta conciliare.

L’anno 2000 è quindi quello in cui viene allo scoperto la fazione più “reazionaria” della Chiesa, quella dell’ecumenismo a senso unico, della riconduzione all’ovile delle pecore disperse delle altre entità cristiane (per grazia di Roma). Ed ecco quindi emergere il livore per i progressisti che, mentre il “Papa volante” girava il mondo e riempiva le piazze, hanno silenziosamente occupato i posti che contano e giorno dopo giorno, con i minimi implacabili aggiornamenti della loro cancrena modernista, hanno contaminato il dogma della fede. Sono i catto-modernisti-conciliaristi, teologicamente leninisti, che contano al loro interno eminenti porporati gerosolimitani (leggi card. Martini), vescovi prudentemente dissidenti, la maggioranza dei teologi e un gran numero d’intellettuali. Sono una consorteria velenosa che ha trafficato con ogni forma ereticale antica e moderna, che si sente investita dallo spirito e dalla storia del compito maieutico di liberare i credenti in Cristo dal dogma e di costruire una Chiesa autenticamente cattolica, affrancata dalle proprie “scorie oscurantiste” e depurata dalle superstizioni della propria tradizione storica. Sono i figli delle antiche eresie che hanno usato il Concilio Vaticano II come grimaldello per scardinare il “depositum fidei” e insozzarlo con i propri irrimediabili errori.

Ecco, questo è lo stato d’animo dei tradizionalisti che vivono l’azione di riforma dei conciliaristi come un attentato all’integrità della Chiesa che essi, appunto, considerano l’unica e perfetta Chiesa di Cristo. Da quando Ratzinger è salito al soglio, essi si sono ulteriormente rafforzati; ed è prevedibile che questo trend non subisca modifiche di rilievo. Anche perché è una linea che riscuote consensi e suscita attenzione nel mondo cattolico. I pellegrini affluiscono numerosi a San Pietro, i libri del papa si vendono bene e le offerte a lui destinate dai fedeli sono passate dai 59 milioni di dollari del 2005 ai 102 milioni dello scorso anno. Evidentemente è un segno della sicurezza che l’attuale pontefice sembra dare soprattutto agli ambienti più conservatori e spesso più agiati della Chiesa. Tempi duri quindi si prospettano per i riformisti interni alla Chiesa cattolica? Certamente, come d’altronde è sempre stato. E il movimento ecumenico, che fine farà? Logicamente il ritorno ad una posizione pre-conciliare non faciliterà il processo di convergenza ma può servire a chiarirsi. Come ha affermato recentemente il cardinale Walter Kasper, l’attuale presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, “è finito l’ecumenismo delle coccole”. D’altra parte se non ci si vuol più sentire “attori di un rituale stanco e privo di sbocchi” i salamelecchi dovevano pur finire e doveva altresì cessare l’ormai inconcludente insistenza su “ciò che unisce” nascondendosi il davvero tanto che continua a dividere. È ormai giunto il tempo di dirsi le cose senza inutili giri di frasi.

A quel punto si tratterà di capire cosa intenderanno fare le chiese e i singoli fedeli. Potrebbero esservi gruppi cristiani che accettino di unirsi alla Chiesa di Roma alle sue attuali condizioni, cioè semplicemente confluendovi. La Chiesa presbiteriana americana sembra indirizzata in tal senso, come d’altronde hanno già fatto in passato diverse comunità ortodosse d’Oriente. Oltre a ciò, potrebbero verificarsi degli eventi congiunturali di tale entità nel mondo che suggeriscano una riunificazione non nel segno dell’amore ma della reciproca convenienza, un compattamento della cristianità occidentale in chiave identitaria e in risposta all’aggressione portata d’altri integralismi. Un’unione, pertanto, non per unire le persone ma contro altre persone. Che sinistro ecumenismo quello che chiama a raccolta “fedeli” risentiti, astiosi e assetati di rivalsa! “Quando l’uomo pretende di farsi difensore di Dio, diventa demonio. Spinto dalla frenesia del suo zelo religioso, perde ogni sentimento di amore, dimentica i precetti più sacri della sua fede, diventa feroce e implacabile”, leggevo citato in un libro di Adelio Pellegrini (Quando la Profezia diventa Storia, p. 614).

Tuttavia a nostro conforto, noi abbiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: “Padre santo, conserva uniti a te quelli che mi hai affidati, perché siano una cosa sola come noi… Come tu, Padre, sei in me e io sono in te, anch’essi siano in noi… Così potranno essere perfetti nell’unità” (cf. Gv 17,11-23). Man mano che gli uomini vengono attratti dall’amore del Padre e del Figlio, si attraggono tra di loro. L’indifferenza non attira. L’odio divide, e quando unisce lo fa sempre contro qualcuno. Solo l’amore unisce per unire. Il discrimine è pertanto l’amore. I cristiani disamorati “discutono per stabilire chi tra essi deve essere considerato il più importante” (Lc 22,24), ma il destino dei cristiani perfetti nell’amore è quello di ritrovarsi. È forse questo il limite delle discussioni ecumeniche, che non avvengono tra uomini innamorati ma tra fredde istituzioni, radicate in questo mondo, capaci al massimo di unirsi “contro”. Di fronte a tale prospettiva la frammentazione è forse il male minore. Così come il popolo ebraico fu diviso nei due regni di Giuda e d’Israele per volontà di Dio (cf. 1 Re 12,24), altrettanto è evidentemente avvenuto per il popolo del nuovo patto. Prendere atto “che storicamente la Chiesa esisterebbe di fatto in molteplici configurazioni ecclesiali, riconciliabili soltanto in prospettiva escatologica”, come ormai pensano in tanti all’interno della Chiesa cattolica, non è affatto un’eresia. Avversata dalle istituzioni non lo è da molti fedeli. Perché, anche se in molti vorrebbero rinnegarlo e stramaledirlo, il Concilio Vaticano II è avvenuto ed ha prodotto un effetto dirompente all’interno della Chiesa come mai era accaduto neppure lontanamente in passato. Sono avvenute cose impensabili: la Bibbia è stata messa in mano alla gente, quando un tempo chi era trovato a leggerla veniva “combusto”. I teologi cattolici sono stati incoraggiati a dialogare con i loro colleghi protestanti, ad apprezzarne il pensiero. Papa Paolo VI giunse ad affermare che una delle prime persone che avrebbe desiderato incontrare in paradiso era Karl Barth, ritenuto il massimo teologo protestante. Queste son cose che fanno inorridire i custodi del dogma, ma in esse i cristiani senza etichette scorgono invece la mano di Dio. Egli sta preparando il suo popolo all’interno della Chiesa cattolica, come all’interno di ogni altra chiesa, per riunirlo nell’imminenza del ritorno di Cristo; perché “Padre, voglio che dove sono io siano anche quelli che tu mi hai dato” (Gv 17,24).


Per approfondire:
Giochiamo a chi è più Chiesa
Il sincretismo, nemico storico del Cristianesimo
Il sincretismo, nella dottrina dell'anima immortale

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martedì 26 agosto 2008

La nostalgia dell'Orso

Ci risiamo. Ecco che l’orso russo torna a mostrare i denti. Le sinistre colonne di carri armati lungo le strade dello stato sovrano della Georgia richiamano inevitabilmente Budapest ’56 e Praga ’68. Certo, complice la politica muscolare e miope dell’amministrazione Bush, tutta smaniosa di affermarsi nel ruolo di superpotenza egemone circondando l’orso d’un recinto NATO e di sistemi missilistici, d’imporre l’indipendenza del Kosovo, provincia serba, aprendo così un pericoloso precedente: perché ai contrabbandieri kosovari sì e ai contrabbandieri osseti no? Ma resta il fatto che l’orso ha aggredito uno stato sovrano, riprendendo l’abitudine molto sovietica di confinare con chi gli pare e di considerare i paesi limitrofi come entità politiche a sovranità limitata.

Quest’evento, che non si verificava da molti anni, viene avvertito come l’affermazione esplicita di una linea finora solo minacciata. Le sue implicazioni simboliche superano il fatto circoscritto al Caucaso, e qualcuno lo ha definito una vera svolta: la più decisiva della storia europea dalla caduta del Muro di Berlino. I Paesi ex satelliti (interni o esterni) hanno ben capito il cambiamento di prospettiva e i presidenti di Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania e Ucraina sono volati a Tbilisi per solidarizzare con Saakashivili. Quanto all’Europa occidentale, beh, il discorso è più complesso. La loro integrità territoriale per il momento non è in gioco e il petrolio russo costituisce un’arma ricattatoria efficacissima. Eccoli così tentare un’opera di composizione che ci auguriamo tutti non somigli a Monaco 1938 quando, con la finta mediazione dell’Italia, Gran Bretagna e Francia concessero ad Hitler giusto quel che egli s’aspettava, cioè i Sudeti e di fatto tutta la Cecoslovacchia. Allora il Duce si presentò al mondo come salvatore della pace per aver “indotto” il dittatore tedesco alla trattativa e, per inciso, suona inquietante il parallelismo con Berlusconi che avrebbe affermato: “Grazie a Dio il mio amico Putin mi ha ascoltato”. Quanto a Daladier e Chamberlain, tornarono a casa nel tripudio generale come salvatori della patria (piccolo dettaglio: sulla pelle degli altri). Tra le poche voci critiche quella di Churchill che, in un discorso alla Camera dei Comuni, si disse convinto di non prevedere la fine dell’incubo bensì l’inizio: “Regno Unito e Francia potevano scegliere tra la guerra e il disonore. Hanno scelto il disonore. Avranno la guerra”.

Il Cremlino sa benissimo che di fronte agli interessi nazionali non esiste alcuna “unione europea”, ma solo rivalità nazionali manovrabili a suo piacimento e reciprocamente paralizzanti. Gli basta solo agitare la siringa dei suoi oleodotti come un novello soma di Huxleyana memoria: “Mezzo grammo per un riposo di mezza giornata, un grammo per una giornata di vacanza, due grammi per un’escursione nel fantasmagorico Oriente” e, per i dissidenti che protestano, direttamente spruzzato nell’aria come aerosol. Si accomodino i mediatori gasolio-dipendenti. Una siffatta mediazione sa agli europei orientali di complicità, più o meno riluttante; così essi finiscono per correre sotto l’ombrello protettivo degli americani, di coloro cioè che finora hanno giocato con le paure e con le nevrosi del plantigrado russo.

Grazie al Cielo l’amministrazione Bush è giunta alla scadenza del suo mandato. Ma questa sana diffidenza nei confronti di Washington non deve servire da pretesto per non diffidare ancor più di Mosca che per l’Occidente, ormai è chiaro, non rappresenta un partner affidabile né, tanto più, una potenza amica. Ci eravamo illusi che la Russia, piegata dal crollo dell’impero comunista, imboccasse un percorso di democratizzazione e di integrazione con la comunità occidentale. D’altra parte non c’erano anche le comuni radici cristiane? Ma, a parte il fatto che il Patriarcato di Mosca, tra quelli ortodossi, è il più ostile alle chiese occidentali, il vero acclarato problema da cui il popolo russo non s’è mai liberato è il nazionalismo. Facendo leva su questa debolezza, Putin ha saputo stabilizzare il Paese imprimendo tuttavia una svolta autoritaria al regime e interrompendo il processo di democratizzazione. E siccome per legittimarsi un regime autoritario ha bisogno sempre più di far leva sul nazionalismo, eccolo avvitarsi in un circolo vizioso con la manifestazione di atteggiamenti sempre più aggressivi.

Mosca ha di nuovo fame d’impero. Le divisioni in Occidente e gl’interessi di bottega della “disunione europea” non fanno che rendere più baldanzosi i nostalgici delle trascorse glorie di sovietica memoria. La remissività delle democrazie gasolio-dipendenti non fa che accrescere l’arroganza e l’uso dei toni ultimativi di cui il regime di Putin fa sempre più sfoggio. Eccoci così tornare alla guerra fredda. La pausa di riflessione causata dal crollo dell’impero sovietico, chiamata anche “pace fredda”, non ha indotto i regimi strutturalmente autoritari ad avvicinarsi alla democrazia. In questi anni è sembrato che l’unica linea di frattura tra i popoli corresse tra modernità e tradizione, tra fondamentalismo islamico e Occidente democratico. In realtà le superpotenze autocratiche come Russia e Cina non stavano avvicinandosi all’Occidente ma stavano ripensandosi per non cedere ad un modello di cui esse, nazioni vaste e poco omogenee, non credono d’aver bisogno. Così la Cina ha liberalizzato solo la propria economia e la Russia si è affrettata a tornare all’autocrazia dopo un iniziale liberalismo imperfettissimo sia in campo economico che politico. Adesso è chiaro che gli assi di frattura tra le nazioni sono due, e il confronto/scontro di cui le democrazie occidentali devono prendere atto è con il fondamentalismo islamico ma anche con i regimi autocratici. E dato che questa contrapposizione è in entrambe i casi finalizzata in chiave antioccidentale sta avvenendo che i due rami, fondamentalista e autocratico, si alleino e in parte si sovrappongano.

La sede istituzionale di questa convergenza è la Shanghai Cooperation Organization, dal nome della città cinese che ha visto la sua rifondazione nel giugno del 2001. Fanno parte di questa organizzazione intergovernativa, oltre a Cina e Russia, le repubbliche ex sovietiche di Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Ufficialmente l’esistenza dell’organizzazione è motivata dall’azione congiunta contro le minacce del terrorismo, del separatismo e del fondamentalismo. Ma è una motivazione di facciata in quanto nel 2005 è stato assegnato lo status di osservatore a Pakistan e Iran, stati risaputamente fomentatori di terrorismo e fondamentalismo. Questi paesi, insieme a Mongolia e India, dovrebbero presto divenire membri a pieno titolo dell’organizzazione. Con il Gruppo di Shanghai la Russia si sta ponendo alla testa di una coalizione di stati, per tanti versi eterogenei, ma uniti dal potenziale militare che potrebbero dispiegare in chiave antiamericana e, più in generale, antioccidentale. A questa capacità di coalizzare si associa il potere d’interdizione, due strumenti adoperati alla grande dall’Unione Sovietica per ricavare peso e influenza nel consesso internazionale, e che da qualche anno Putin sta nuovamente utilizzando al servizio del neo-imperialismo russo.

Con tali premesse com’è possibile parlare ancora di “comunità internazionale”? L’esistenza di una comunità presuppone la condivisione di norme comuni basate su una morale e persino su una coscienza condivise. Si era pensato agli inizi degli anni Novanta che questa visione comune potesse raggiungersi, ma così non è stato. L’esempio più evidente ce lo offre il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che sembrava stesse riprendendo a funzionare ma che è in breve ricaduto nella sua ordinaria condizione di paralisi dovuta ai continui veti incrociati. Sui temi più importanti è evidente il completo disaccordo tra le nazioni democratiche e quelle autocratiche. E ci riferiamo in primo luogo a decisioni con forte valenza morale e umanitaria, quali potevano essere gl’interventi per fermare lo sterminio di popolazioni inermi in Ruanda, Darfur e Birmania. L’intervento in Kosovo fu deciso unilateralmente dalla NATO. Ciò fa pensare ad alcuni studiosi di politica internazionale che la crescente tensione tra le nazioni democratiche e quelle autocratiche, Russia in testa, porterà ad una maggiore coesione all’interno dei rispettivi gruppi di riferimento. Fa altresì prospettare la nascita di nuove istituzioni internazionali quali una lega delle Nazioni democratiche, che non si sostituisca all’ONU ma lo affianchi, aperto ai Paesi effettivamente democratici del pianeta, ove ci si consulti regolarmente allo scopo di discutere e risolvere quelle istanze che non trovino spazio al tavolo delle Nazioni Unite perché avversate dai regimi autocratici. Che poi le nazioni attualmente democratiche non rischino un’involuzione di tipo autoritario con l’avvicinarsi di gravi crisi planetarie, quali quella petrolifera, climatica, alimentare o demografica, è tutto da vedere. Ma quello è già un altro discorso.

Per approfondire: La Russia nella profezia escatologica

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martedì 1 luglio 2008

Una civiltà al crepuscolo

La notizia che oggi mi sento di commentare è quella dell’esperienza capitata a Pasquale Tintillini Di Palma, un autista delle linee urbane della Capitale. Il 16 giugno, attorno alle 16,20, un passeggero comincia a sentirsi male. Di Palma impugna il cellulare e chiama il 118 per un’ambulanza. Le condizioni del passeggero tuttavia continuano a peggiorare, perde i sensi. Il solerte conducente allora comunica l’emergenza alla centrale operativa e chiede l’autorizzazione a deviare verso il più vicino ospedale. L’autorizzazione viene subito concessa e il nostro autista riparte verso il Sant’Eugenio. Lungo il tragitto richiama il 118 per annullare la chiamata dell’ambulanza. Giunto davanti al pronto soccorso, Di Palma tira un sospiro di sollievo e corre all’interno per chiedere aiuto. Ma dall’ospedale gli rispondono che loro non sono autorizzati ad uscire fuori per prendere le persone che si sentono male: “deve chiamare un’ambulanza”, gli suggeriscono. Il conducente non crede alle sue orecchie: il mondo sembra crollargli addosso. Torna indietro. Il passeggero giace esanime sul pavimento del bus. Che fare? Non resta che chiamare per la terza volta il 118 e chiedere di nuovo l’ambulanza con i tempi che frattanto s’allungano. Fortuna vuole che un’altra ambulanza con un ferito a bordo arrivi in quel momento: l’autista e i passeggeri del bus si precipitano in strada, segnalano al mezzo di fermarsi e spiegano il problema. C’e un medico a bordo che accetta di scendere per soccorrere il viaggiatore mentre l’ambulanza entra al pronto soccorso per scaricare il ferito, poi esce nuovamente, carica il passeggero e lo porta all’interno dove finalmente può essere consegnato al personale dell’ospedale. La procedura è salva e forse anche la vita – di fatto meno importante – del malcapitato passeggero.

Con questo non vogliamo dire che negli ospedali di Roma siano più disumani che altrove. Capita sentire notizie analoghe giungere anche da altre città. Come quella dell’uomo morto d’infarto sul marciapiede del Mauriziano di Torino, a pochi metri dall’ingresso, perché i medici del pronto soccorso s’erano rifiutati d’intervenire pur sapendo che, per gli infartuati, i primi 20 minuti sono decisivi. Pochi mesi più tardi l’episodio si è ripetuto all’ospedale di Moncalieri. Un anziano di 69 anni avverte un malore mentre è sul pullman e si accascia. L’autista chiama il 118 ma l’ambulanza tarda ad arrivare. Questi allora decide di recarsi a piedi all’ospedale Santa Croce, che dista ottanta metri da lì, per chiedere aiuto ma i medici gli rispondono di non poter uscire dal nosocomio: che si rivolga al 118, cosa, che in realtà, era già stata fatta. Allora, in un ultimo disperato tentativo di salvare la vita al povero anziano, l’autista cerca di raggiungere il pronto soccorso con il pullman ma la strada d’accesso è troppo stretta per il grosso mezzo. Suo malgrado deve desistere, e quando l’ambulanza arriva è ormai troppo tardi: l’uomo è già morto a neppure un centinaio di metri dall’ospedale.

Ce n’è abbastanza per riflettere. Ma vi aggiungerei pure alcune osservazioni che dei lettori si sono scambiate a commento della prima notizia, quella di Roma. La reazione più diffusa è stata la rabbia e lo sdegno; ma c’è pure stato un lettore, probabilmente un medico che presta servizio sulle ambulanze, che ha difeso il comportamento dei colleghi. Ha anche portato ad esempio un episodio successogli mentre era in servizio: un tizio era scivolato sulla rampa esterna del pronto soccorso, facendosi male. Anche in quell’occasione i medici non uscirono per soccorrerlo. Fu allertato il 118 ed egli arrivò con la sua ambulanza per soccorrere il ferito e trasportarlo all’interno del pronto soccorso che da lì distava trenta passi. Sul momento – continua il lettore – egli rimase sorpreso e contrariato dall’accaduto. Poi però, ragionando a mente fredda, ha “capito che probabilmente è giusto che la questione sia organizzata in questo modo (anche perché il Tizio mica stava morendo!)”. “È giusto che sia così, per motivi innanzitutto legali e anche organizzativi interni”. Poi se si constata che questa formula organizzativa presenta delle crepe allora è giusto ripensare le regole “sempre nell’interesse generale dei cittadini che prima di tutto è legato ad una buona organizzazione del servizio e non all’estemporaneità di certi comportamenti alla vecchia maniera, come quello dell’autista… che in buona fede ha combinato un gran casino che non doveva combinare”.

Risponde, a questo lettore, una lettrice che ne contesta il ragionamento sul piano sia della logica organizzativa che umano. Mettiamo – ipotizza la lettrice – che non si trovasse subito disponibile l’ambulanza che avrebbe potuto salvare una vita umana perché impegnata “sulla rampa di un pronto soccorso a soccorrere uno che era solo scivolato ma che i sanitari del pronto soccorso medesimo, distanti da lui solo trenta passi, avevano inspiegabilmente deciso di non soccorrere fino all’arrivo del 118, perché tanto, dalla finestra, avevano visto che non stava mica morendo. Il che è un comportamento da incivili disumani e bastardi, è contrario al giuramento di Ippocrate, costituisce un inutile spreco di denaro a carico del SSN, una indebita sottrazione di risorse per chi avesse dovuto averne realmente bisogno ed è configurabile come reato di omissione di soccorso… Ci lamentiamo degli stupri che avvengono sotto gli occhi dei passanti indifferenti, e poi è questo l’esempio che arriva dai servizi dello Stato? E se lo scivolato e abbandonato fosse stato tuo padre, ragionando a mente fredda, l’avresti vista allo stesso modo?”

Un’altra lettrice si è limitata a riferire la propria esperienza con i sanitari del Sant’Eugenio: “Lì ho trovato solo arroganza, voglia di lavarsi le mani, poca umanità… il paziente è trattato come un pacco o una seccatura…”

Che dire? Gli spunti di riflessione non mancano anche per esprimere in senso rivendicativo la nostra indignazione, per tornare sul discorso infinito della malasanità. Ma non è questa la sede per dibattere, da tale prospettiva, su questo pur giusto argomento. Ci sono sedi più qualificate come le associazioni dei consumatori, i blog di denuncia sociale o persino i telegiornali satirici che si occupano quotidianamente dei cattivi servizi resi alla collettività. Lo scopo del nostro blog è invece quello di cogliere lo spirito del tempo, e quindi di risalire alle motivazioni che stanno dietro ai comportamenti umani in questo preciso contesto storico. Possiamo anche parlare di malasanità, di regolamenti, di organizzazione e di procedure, ma non dovremmo perdere di vista l’obiettivo che ci siamo posti.

Molti di noi hanno messo piede in un pronto soccorso per un’emergenza sanitaria personale o anche occorsa ad una persona cara. E lì ci siamo accorti del carico di lavoro a cui sono sottoposti i vari operatori e della necessità ed utilità di un’organizzazione che si appoggi a procedure ben definite. Facilmente avremo letto su un cartello o su una targa la strana parola “Triage”, un termine francese che indica il metodo di selezione e smistamento dei pazienti, che avviene non in base all’ordine d’arrivo ma sulla gravità delle loro condizioni. Proprio per questo viene assegnato un codice definito con un colore che va dal rosso (per le situazioni più gravi) al verde e persino al bianco per le situazioni improprie che non richiedono un intervento sanitario urgente. Nell’interesse di tutti, e in particolare di chi ha veramente bisogno, non è giusto affidarsi ad un criterio così congegnato? Come pensare allora che da una buona organizzazione possano derivare azioni disumane come quelle che abbiamo pocanzi descritto?

In genere ci si accorge dell’esistenza di regole e di norme quando ci si nasconde dietro ad esse per giustificare atteggiamenti moralmente discutibili. Conosco medici “della mutua” che, per rilasciare una certificazione, fanno pagare 50 euro e più ad anziani soli che vivono con poche centinaia di euro al mese. Quando si contesta loro questo comportamento, appunto, moralmente discutibile, essi si giustificano appellandosi al regolamento del loro Ordine che imporrebbe tassativamente – a rischio di sanzioni – di far pagare sempre le certificazioni rilasciate, secondo un ben preciso tariffario. Come spiegare allora il fatto che il mio medico curante non ha mai chiesto un soldo per rilasciare certificati? E come lui, so, fanno tanti altri.

Non so se i regolamenti che disciplinano le procedure delle unità di pronto soccorso vietino espressamente di soccorrere chi si trova fuori dalla struttura ma nelle immediate adiacenze. Leggevo che il procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello aveva aperto un’inchiesta sui due casi avvenuti nel Torinese, ed uno dei punti che intendeva chiarire era proprio se esiste un regolamento che vieti ai medici in servizio di intervenire fuori dall’ospedale. D’altra parte l’allora assessore regionale alla sanità, Mario Valpreda, aveva assicurato che una sua circolare “impone ai medici di pronto soccorso di intervenire in casi urgenti anche nell’area intorno all’ospedale”.

Non di rado ci si attacca all’osservanza letterale della norma per poterne trasgredire lo spirito. Questo rispetto scrupoloso solo formale, che il mio professore di Diritto definiva “santificazione della norma”, non ha a cuore la soluzione del problema ma è perseguita per cautelarsi da eventuali responsabilità di tipo disciplinare, civile, penale, ecc. Il bello è che chi lavora in questo modo può anche convincersi di compiere il proprio dovere e di essere eticamente irreprensibile. Poi magari, nel caso del medico, agisce con arroganza e poca umanità, tratta il paziente come un pacco o una seccatura e, se può, se ne lava volentieri le mani; e non fatica neppure a trovare delle giustificazioni plausibili al proprio operato.

D’altronde si suppone che un regolamento che riguarda la salute e la vita della gente non sia concepito per metterle a repentaglio. Semmai va detto che le norme vengono stabilite per prevenire abusi e omissioni o, comunque, per porvi rimedio. È anche vero che se i comportamenti devianti sono troppi e generalizzati anche le norme finiscono per diventare tante, rigide e opprimenti. Certo oggi c’è pure la tendenza a razionalizzare e prevedere tutto; modernità fa rima con uniformità e sistema di qualità, pensati per migliorare l’efficacia e l’efficienza delle organizzazioni sia che producano beni sia che offrano servizi. E questo porta al moltiplicarsi di norme e procedure rigide. Basti pensare alla soffocante burocrazia di Bruxelles che scodella regolamenti e direttive che si ingeriscono in tutte le attività dei cittadini. Ormai è proibito persino servirsi della zuccheriera al bar e fra poco sarà fuorilegge anche sostituire una lampadina in casa. Un’organizzazione che risponde a questa logica, anche se volta alla sicurezza delle persone, di fatto non pone le loro esigenze al primo posto: è asettica, spersonalizzante, soffocante. Così la solidarietà dell’autista romano viene stigmatizzata e retrocessa a “estemporaneità di certi comportamenti alla vecchia maniera”. Una organizzazione esasperata non è necessariamente la risposta che ci si aspetta da chi governa la cosa pubblica. Basti considerare la crescente insofferenza con cui la gente guarda alla burocrazia di Bruxelles che, appunto, codifica le nostre azioni fino all’esasperazione.

Nell’un caso o nell’altro, tuttavia, va preso atto che le regole e i protocolli organizzativi non sono costruzioni astratte ma si edificano sui comportamenti e sullo spirito del corpo sociale. Come dire che, sia che servano a contenere le nostre intemperanze sia che esprimano la nostra anima collettiva, essi sono di fatto quello che ci meritiamo. Se certi comportamenti c’indignano, vediamoli come la spia di qualcosa che non funziona nel nostro corpo sociale. Il dottore che non soccorre, che deruba i vecchietti, che nulla ferma pur di far carriera, che guarda il mondo dall’alto in basso, non è un alieno, è uno di noi a cui sono stati concessi più strumenti per esprimersi e che segue un trend generale.

Il 41° rapporto del Censis, pubblicato alla fine dello scorso anno, traccia un quadro desolante sulle condizioni sociali del nostro Paese. Qualcosa s’è rotto nel profondo della società italiana che è diventata più egoista e individualista, afferma il prof. De Rita, ove per libertà s’intende unicamente la disponibilità di se stesso. “Una società mucillagine dove tutte le componenti stanno insieme perché accostate, non perché siano integrate”. Una società che ha perso le passioni, e che ha solo impulsi; che fa dell’aggressività la modalità espressiva quotidiana, come gli stadi e le famiglie insegnano. In casa aumentano le violenze e le separazioni. Una vera “degenerazione antropologica”. Le pulsioni frammentate vincono sulle passioni unificanti. De Rita, citando Melanie Klein, individua la crisi “nella regressione individualistica di tutti i valori di riferimento – laici e religiosi, dalla libertà al lavoro all’etica pubblica – un tempo interpretati collettivamente”. Mentre il Paese si disperde in una “mucillagine di elementi individuali e di ritagli personali tenuti insieme da un sociale di bassa lega, e senza alcuna funzione di coesione da parte delle istituzioni”, la società italiana sta diventando una “poltiglia di massa”, sfilacciata, inconcludente e senza sguardo al futuro. La sensazione diffusa è quella “di una deriva verso il peggio in tutti i campi della vita individuale e collettiva, dalla politica allo smaltimento dei rifiuti”. L’Italia non è ancora un paese povero ma è più ingiusto e disilluso. Esistono delle realtà produttive e vitali che però non si generalizzano in “uno sviluppo di popolo”. La crescita promossa dalle minoranze attive “non riesce a percolare”. “Non abbiamo più fiducia nello sviluppo di popolo che ha dato vita al boom economico degli anni ’50, all’industrializzazione di massa degli anni ’70, alla lotta al terrorismo”. Il nostro è un “boom silenzioso che non fa sviluppo, non fa legame, non fa progetto, non fa speranza”.

Opportuno il riferimento al boom economico degli anni ’50. Quel “miracolo economico” fu possibile grazie al basso costo del lavoro. L’alto tasso di disoccupazione e il potere fiacco dei sindacati contribuirono a contenere le richieste di aumenti salariali. Ma vi era un’altra ragione che concorse a non far schizzare in alto il costo del lavoro non solo dei salariati. Il Paese era appena uscito da un conflitto disastroso, da una grande calamità. Gli uomini sanno dare il meglio di sé in tempo di calamità. Basti pensare ai disastri naturali, come i terremoti o le alluvioni, quanta gente mobilitano; mobilitano gli speculatori e i profittatori, è inevitabile, ma accorrono anche tante persone che condividendo il disagio con le vittime offrono gratuitamente il loro soccorso. Gli anni del dopoguerra e della ricostruzione furono anni in cui diffuso era lo spirito di solidarietà e di comunità.

Oggi ci troviamo invece in fase di “regressione individualistica” che è giusto il contrario della solidarietà. Ognuno pensa per sé e per lui le parole quali popolo, cultura, scuola, istituzioni non significano più nulla, osserva il presidente del Censis. Per cui quando i “partiti del popolo”, quali quelli guidati da Veltroni o da Berlusconi, propongono progetti di “sviluppo collettivo in cui ci stiamo tutti” le loro proposte appaiono prive di senso. Berlusconi è più ascoltato quando lancia messaggi di rassicurazione agli individualisti; quando dice: “Sono come voi. Seguitemi, votatemi, e vi arricchirete come io mi sono arricchito”.

In un sagace articolo, pubblicato a gennaio su La Stampa, Lietta Tornabuoni si chiede come mai in un tempo di salari scandalosamente bassi i ristoranti costosi sono sempre pieni, i negozi alla moda vendono come niente borsette da 1500 euro, le agenzie di viaggi e i saloni d’auto di lusso fanno affari d’oro, le boutique di alimentari pregiati “dove il gorgonzola costa più dell’oro” continuano a vendere senza cali ostriche, caviale, salmone, champagne e simili, e le file più lunghe per i saldi si fanno in via Condotti a Roma e in via Montenapoleone a Milano. Come si spiega questo volume d’affari in tempi di congiuntura? “Si spiega forse con il fatto che tra ricchi e poveri esiste ora una terza (o quarta, o sesta) classe sociale: i ladri. Compresi truffatori, imbroglioni, profittatori, autori di furti di Stato eccetera. Non sono pochi: le cronache di arresti repentini ce ne fanno scoprire a centinaia. Non sono raffinati: la ricchezza illegale non servirà certo loro per comprare inarrivabili disegni di Michelangelo, ma per far proprie le cose della fisicità, mangiare, bere, vestire, guidare, viaggiare, apparire, pavoneggiarsi”.

In tempi di regressione individualistica e di mancanza di senso della collettività l’unico valore che conta è il proprio immediato tornaconto. S’insegna che la morale non c’entra con gli affari e che l’unica legge che conta è quella del mercato. Qualsiasi prezzo è accettabile finché qualcuno compra. Così si regolano i bottegai, gli artigiani e i liberi professionisti; e tra i lavoratori dipendenti quelli organizzati in categorie forti. Ma questa sfrenata avidità si paga. Ricordiamo tutti il film di Dino Risi I Mostri. Quell’episodio dal titolo: L’educazione sentimentale. Lì un padre (interpretato da Ugo Tognazzi) educa e inizia alla vita sociale il figlio ricorrendo ad esempi ed insegnamenti ispirati a un’assoluta disonestà e alla più totale mancanza di rispetto per gli altri. Il figlio imparerà così bene la lezione da uccidere il genitore per derubarlo. Ricordo il mio barbiere che, approfittando dell’ingresso dell’euro, subito raddoppiò la tariffa; ed ebbe anche la faccia tosta di lamentarsi con noi clienti della disonestà di tanti che avevano aumentato i prezzi senza alcuna giustificazione. I furbi incontreranno sempre qualcuno più furbo sulla loro strada. “Saranno allo stesso tempo imbroglioni e imbrogliati” (2Tm 3,13), prevede l’apostolo Paolo. Ma la pagheranno anche perché chi avvelena l’acqua del proprio pozzo finisce avvelenato. Se un sistema cade in balia delle furberie di molti, prima si destabilizza e poi crolla. Lo vediamo già adesso con l’impoverimento della classe media che vive di lavoro dipendente. Ma lo vediamo anche con lo smantellamento dello stato sociale perché i suoi costi sono diventati insostenibili. Lo stesso servizio sanitario ha raggiunto un livello di spesa difficilmente tollerabile non perché una volta ci si ammalasse di meno ma perché tutto oggi costa molto caro (o, meglio, perché gli attori coinvolti pretendono compensi ingiustificabili). Sono brutti segnali, questi. E quando un sistema crolla non ce n’è per nessuno. Anche il cancro muore dopo essersi nutrito dell’organismo che ha parassitato, ma non per questo si pone il problema. È il tipico quadro delle società in declino, al contempo disperate e gaudenti.

Se in un’attività lavorativa di relazione manca la componente solidaristica, allora perché essa possa essere sopportabile bisogna alzare il livello delle altre componenti, soprattutto di quella economica e spesso a dismisura. Un detto popolare afferma che non c’è denaro a sufficienza per pagare il lavoro degl’indolenti. Lo stesso potrebbe dirsi per il lavoro degli egoisti. Il che significa che la loro prestazione non solo costa molto ma che anche si riduce all’indispensabile, cioè al minimo contrattuale. L’egoista si assume a malapena le responsabilità dovute, figuriamoci quelle non dovute. Questo vale in tutti i campi ed essendo una realtà generalizzata la troviamo del tutto “normale”; non ci aspettiamo nulla di diverso che la mediazione del solo profitto nel rapporto con il negoziante, l’idraulico, il notaio. Ci sorprende e ci disturba quando anche il medico si comporta allo stesso modo, perché diamo come intrinseca in questa professione una componente solidaristica. E infatti per molti è davvero così. Ma per molti altri non lo è. Allora quando un medico non solidale, motivato esclusivamente dal guadagno, dall’ambizione (sua o dei genitori) o, chessò, dal sex appeal, lascia morire un infartuato sulla soglia del pronto soccorso noi ci indigniamo. In realtà un medico non solidale è ancor prima un uomo non solidale, come ce ne sono tanti, forse la larghissima maggioranza, come indica il trend evidenziato dal rapporto del Censis. E allora è con questa società che dobbiamo prendercela, cominciando da noi stessi a fare esame di coscienza. È calzante quel commento sul film di Dino Risi: “I Mostri siamo noi. Uomini, donne e bambini qualunque che conducono un’esistenza che non pretende in alcun modo di essere speciale, né esclusiva”.

mercoledì 18 giugno 2008

In difesa dei valori comuni

Il viaggio del Papa negli Stati Uniti e il ricambio della visita da parte di Bush ha prodotto un crescendo di reciproci attestati di stima e un clima confidenziale che forse non era stato previsto; non in questi termini, almeno. Ha cominciato Papa Ratzinger che, in sintonia con il pensiero di Tocqueville, ha dichiarato di “rispettare grandemente questa vasta società pluralista” per aver saputo costruire un modello di rapporto Chiesa-Stato che le nazioni europee dovrebbero prendere ad esempio. A sua volta il presidente americano ha riconosciuto nel pontefice il paladino fermo e convinto di alcuni valori che egli ritiene importanti per la salute del Paese. Benedetto XVI è il primo papa ad essere ricevuto alla Casa Bianca e, al di fuori d’ogni schema, il primo capo di stato ad essere accolto alla scaletta di sbarco direttamente dal presidente. E per ricambiare l’accoglienza calorosa, anche il Papa ha voluto rompere il protocollo, attendendo Bush alla macchina e accogliendolo nei giardini vaticani. Alla fine dell’incontro informale, il presidente è stato ringraziato “per l’impegno nella difesa dei valori morali fondamentali”.

Non è la prima volta che Vaticano e Casa Bianca si scambiano complimenti. All’agosto del ’47 risale la lettera di Truman a Pio XII che individuava nella rinascita della fede il più grande bisogno del mondo, poiché “per mezzo della fede, i disegni di Dio entrano nel cuore e nelle azioni degli uomini”. Nella sua risposta il Papa assicurava: “Certamente, vostra Eccellenza e tutti i difensori dei diritti della persona umana troveranno, nella Chiesa di Dio, una cordiale cooperazione”. In una precedente occasione Pio XII aveva affermato: “Il popolo americano ha il genio delle azioni superbe e generose, ed è nelle mani dell’America che Dio ha posto i destini dell’infelice umanità”. Si profilavano all’orizzonte le nubi minacciose della guerra fredda ed entrambi gli statisti temevano l’avanzata del pericolo comune rappresentato dal comunismo.

Tuttavia non è neppure scontata questa sintonia sulla difesa dei valori comuni. Le confessioni cristiane storiche, a cominciare dalla Chiesa Cattolica, non hanno accettato serenamente il principio di non ingerenza tra politica e religione introdotto negli Stati Uniti. Papa Leone XIII aveva condannato duramente l’americanismo, ovvero l’entusiasmo con cui gli americani guardavano al proprio modello politico e religioso. Per cui l’apprezzamento della “sana laicità” da parte di una Chiesa da sempre abituata a condizionare direttamente la politica degli Stati cattolici si presta inevitabilmente ad una lettura storica e articolata.

Quando uscì dalle catacombe la Chiesa, sostenuta dai prìncipi, divenne alleata dell’aristocrazia; fu così dappertutto nel Vecchio Continente. Pertanto, quando le idee democratiche cominciarono a diffondersi coincisero inevitabilmente con una reazione antireligiosa. Uno dei primi atti della Rivoluzione francese fu quello di abolire la religione. La democrazia si fece largo in Europa combattendo la Chiesa e la religione, senza distinguere tra le due, e maturando pertanto una forte avversione per entrambe. Altrettanto non è avvenuto in America dove la democrazia è da sempre sorretta da una forte sensibilità religiosa. Tocqueville aveva colto la differenza tra i due percorsi. Egli, che si dichiarava non credente ma non ostile alla religione, era convinto che la democrazia (la quale ha dimostrato di fiorire più facilmente nei paesi di tradizione cristiana) non possa maturare pienamente in un contesto d’indifferenza o di irreligiosità. Per cui, a suo avviso, l’Europa si trovava in una condizione di svantaggio rispetto agli Stati Uniti.

Bisogna perciò anzitutto intendersi sul significato di “sana laicità”: è sana quando non è laicismo, quando cioè non è aprioristicamente ostile alla religione, o è sana quando le istituzioni civili e religiose non interferiscono nelle sfere l’una dell’altra? La differenza tra i due concetti è tutt’altro che lieve. Nella prima accezione semplicemente la Chiesa auspica un atteggiamento non ostile verso di lei da parte del mondo politico e accademico. È un auspicio legittimo ma in sé non comporta alcun merito. Riconoscendosi nella seconda accezione invece la Chiesa riconosce come scorretto ogni tentativo di sconfinamento dalla propria sfera; ogni tentativo, cioè, di spingere un organo civile a produrre provvedimenti a sostegno, non dico delle sue istituzioni, ma anche delle sue dottrine quando ledono gli interessi e i convincimenti di quei cittadini che non aderiscono a quelle dottrine. Senza voler limitare al contempo la libertà di ogni singolo credente di portare “nel pubblico, ragionevole dibattito le proprie convinzioni religiose e i propri valori più profondi”, come ha ribadito lo stesso pontefice.

Il nostro auspicio è ovviamente che Benedetto XVI nell’esaltare i meriti della laicità si riferisca a entrambe le suddette accezioni, e che così intendendola consideri anch’essa come facente parte dei valori morali fondamentali in quanto baluardo a sostegno della libertà e della tolleranza. Perché se questi valori morali fondamentali, di cui Bush e il Papa si son dati reciproco riconoscimento, si limitano solo all’aborto e alla fecondazione c’è legittimamente di che preoccuparsi per la salute della democrazia. Se si vuol considerare vita umana da difendere quella dei feti e degli embrioni, a maggior ragione lo si deve quella dei condannati a morte. “Abbiamo bisogno del Suo messaggio che ogni vita umana è sacra”, confessava commosso il presidente americano al pontefice mentre lo riceveva alla Casa Bianca. E in quelle stesse ore la Corte Suprema respingeva (per 7 voti contro 2) il ricorso contro l’illegittimità delle esecuzioni capitali tramite iniezione letale in quanto punizione “inusuale e crudele”. Cinque membri della Corte su nove sono cattolici. D’altronde il Catechismo della Chiesa Cattolica ammette ancora, sia pure in casi rari, il ricorso alla pena di morte.

Difenderanno il Vaticano e gli Stati Uniti i valori morali fondamentali in un’ottica di tolleranza e nel rispetto della libertà di tutti? La Chiesa di norma invoca la libertà quando è in discussione la propria. Ha spesso denunziato la mancanza della libertà religiosa in Russia perché lì viene osteggiata. Al contempo denunzia aspramente l’attività di proselitismo che le “sette” protestanti compiono in America Latina, continente a maggioranza cattolica. Dell’instabile spirito di tolleranza americano abbiamo già detto. La stessa Costituzione non è nata tollerante e ci son voluti degli appositi successivi emendamenti per garantire la libertà di culto e di non ingerenza da parte della legislazione civile. Da allora sono stati innumerevoli i tentativi di abolire o modificare tali emendamenti allo scopo di introdurre leggi che rendano obbligatoria l’osservanza di norme religiose o dalla religione indotte. “Imponiamo le leggi della moralità cristiana a tutti coloro che vengono a stare in mezzo a noi”, sosteneva l’oratore principale nella prima convenzione della National Reform Association. E questo atteggiamento è tuttora molto diffuso tra l’opinione pubblica americana.

Una delle leggi di cui si è tornato spesso a chiedere l’introduzione è quella del riposo domenicale obbligatorio. Questa richiesta si fece particolarmente pressante alla vigilia della Grande Guerra. Allora non era raro sentire dall’alto dei loro pulpiti i predicatori minacciare: “Noi dobbiamo conservare la domenica, nostro sabato americano, e invitare l’ebreo a lasciare il paese se non è contento delle nostre istituzioni”. O ancora: “Se gli ebrei non desiderano conformarsi alle nostre leggi sulla domenica, essi non hanno altra scelta che andarsene”. Dopo la parentesi delle due guerre mondiali e della guerra fredda in cui il nemico da combattere era il neo-paganesimo e l’ateismo, sono ripresi i movimenti d’opinione che cercano di condizionare la politica partendo dalla morale individuale che nella società sempre più indifferente alla religione e imbevuta di “umanesimo laico” è vista in pericolo. Un ruolo importante in questa crociata di ricristianizzazione lo ha avuto quel forte movimento d’opinione sorto nei primi anni ’80 e noto con il nome di Moral Majority o nuova destra cristiana. Essa propugna il ritorno, con l’aiuto della politica, al rispetto dei Dieci Comandamenti compresa l’osservanza del giorno di riposo. Analoga è la posizione cattolica sull’osservanza del “giorno del Signore”, ovvero della domenica, visto come baluardo contro l’immoralità e come condizione necessaria perché Dio possa tornare a benedire la nazione e a preservarla dalle catastrofi naturali.

In occasione della sua visita in Austria, avvenuta nello scorso settembre, il Papa è tornato a parlare del Decalogo e del riposo settimanale. Ha criticato la visione legalistica con cui i dieci comandamenti sono stati proposti in passato, cioè quali secchi divieti che li hanno fatti subire come un laccio e non come un’apertura a Dio che ci ama e ci indica un modello di comportamento perché ci vuole liberi e non servi del male. Anche il comandamento del riposo settimanale andrebbe vissuto in questa prospettiva: né come un laccio né come semplice tempo libero pur necessario nella frenesia del mondo d’oggi. Poiché se il tempo libero non ha un centro interiore, se non è anche incontro con Dio “nostra origine e nostra meta”, allora finisce per essere un tempo vuoto che non ci rinforza e non ci ricrea. Il fatto poi che questo tempo possa essere fruito da tutti, non solo dà a tutti la possibilità di riflettere sul senso della vita ma fa percepire “in questo giorno qualcosa della libertà e dell’uguaglianza di tutte le creature di Dio”.

Quale cristiano di buon senso non condividerebbe questa riflessione? Non è giusto allora offrire a tutti la possibilità di partecipare alle benedizioni spirituali che offre il riposo settimanale, inteso come tempo d’incontro con Dio e saggio del riposo futuro? Certamente! Ciò che è sbagliato è volere imporre questo dono per legge. C’è infatti chi non riconosce nella Domenica, “ricordo della risurrezione e del mattino della creazione”, il giorno necessario di riposo ma è rimasto fedele al Sabato che più correttamente conserva il valore di “memoriale” della creazione di Dio. E tra questi ultimi troviamo non solo gli ebrei di religione israelita ma anche tanti cristiani. Per non dire di chi cristiano non è e vivrebbe come un sopruso ancora maggiore una tale costrizione.

Allora dove va a finire “quella sorta di aspirazione alla libertà” che promana dalla lettura del Vangelo, come constatava Tocqueville che pure confessava di non possedere il dono della fede? Sempre durante la sua visita austriaca, Papa Ratzinger ha parlato dell’intolleranza che ha accompagnato la storia dei cristiani ma che non trae origine dal Vangelo. “La fede cristiana non è intollerante per quanto vi possano essere delle buone ragioni per ritenerlo… A motivo della nostra storia abbiamo paura che la fede nella verità comporti intolleranza; se questa paura, che ha le sue buone ragioni storiche, ci assale, è tempo di guardare a Gesù” che accettò di consegnarsi inerme nelle mani dell’umanità come bambino e come vittima di un omicidio legalizzato. “La verità non si afferma mediante un potere esterno, ma è umile e si dona all’uomo solamente mediante il potere interiore del suo essere vera”. E ha concluso con queste parole: “La verità dimostra se stessa nell’amore. Non è mai nostra proprietà, un nostro prodotto, come anche l’amore non si può produrre, ma solo ricevere e trasmettere come dono…”.

La fede genuina non è intollerante. Ma l’uomo può essere molto intollerante, soprattutto quando si accosta alla fede per strumentalizzarla; non per esserne posseduto ma per possederla e usarla per i propri scopi. Nei primi anni dell’800, quando forte era la richiesta d’imporre l’osservanza della domenica mediante il potere civile, i sostenitori della separazione dei poteri, ecclesiastico e civile, osservarono con acutezza che “quando l’uomo pretende di farsi difensore di Dio, diventa demonio. Spinto dalla frenesia del suo zelo religioso, perde ogni sentimento di amore, dimentica i precetti più sacri della sua fede, diventa feroce e implacabile”.

Tra i fedeli venuti ad incontrare il Papa, in Austria, erano presenti rappresentanti dell’ Allianz für den freien Sonntag (Alleanza per la domenica libera), un cartello di organizzazioni cattoliche e protestanti che fanno pressione per un riconoscimento pubblico del riposo settimanale. Ho trovato questa presenza inquietante, perché è facile accostarla alle varie National Reform Association d’oltreoceano che si battono con vero spirito intollerante per lo stesso obiettivo. E allora è inevitabile tornare a questa difesa dei comuni valori morali fondamentali tra presidenza USA e Santa Sede. Quali strumenti s’intendono adoperare per difendere tali valori? Quelli dell’imposizione? E fin dove si spingerebbe la sanzione per i dissidenti? Fino alla multa, al carcere o, perché no, alla pena di morte? La Storia c’insegna che gli “eretici” hanno spesso pagato con la vita la loro “ostinazione”.

Non è allarmismo esagerato il nostro. Tempi difficili ci si profilano dinnanzi. Democrazia e carestia non vanno d’accordo; e la fine della guerra fredda ha riaperto scenari di odio tra i popoli dove la religione viene ostentata come baluardo a difesa delle rispettive civiltà. Ma come ha osservato Ramin Jahanbegloo, un accademico iraniano fatto recentemente sparire da quel regime, i conflitti di civiltà sono in realtà uno scontro tra intolleranze. Dell’intolleranza americana sappiamo già; ma quella degli europei in quali termini si esprimerà? Gli Stati Uniti hanno bisogno del Vaticano per meglio rapportarsi con gl’inaffidabili alleati europei. Ma la Chiesa come si muoverà concretamente in questa funzione di guida etica degli Stati cattolici europei? Gli scenari sono ancora aperti e suscettibili di sviluppi impensabili. Mentre l’Italia si batte per una moratoria delle esecuzioni capitali, i parlamenti europei stanno ratificando la Costituzione dell’Unione – il cosiddetto Trattato di Lisbona – che reintroduce furtivamente la pena di morte in caso “di guerra, di disordini, di insurrezioni”. Ci avreste mai creduto?
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sabato 31 maggio 2008

Il patto scellerato sempre in agguato

Quando pensiamo allo stato confessionale per antonomasia la nostra mente corre al Vaticano. Forse, però, almeno per il momento, esso viene superato dall’Arabia Saudita che, non a caso, ha adottato il Corano come Costituzione e possiede la mutawwa: una polizia “morale” che, tramite una sorta di ministro, fa capo direttamente al Re. I 10 mila effettivi di questo insolito corpo hanno come compito “la promozione della virtù e la prevenzione del vizio”. Ne ha di recente fatto le spese Yara, una giovane manager americana di origine giordana sposata a un saudita. Saltata l’energia elettrica nel suo ufficio, si era spostata con un collega siriano nel bar di sotto per parlare di lavoro quando, in seguito ad una “soffiata”, è stata raggiunta e arrestata dalla polizia religiosa con l’accusa di khulwa, cioè di promiscuità. “Finirai bruciata all’inferno”, l’ha ammonita uno shaikh mentre la costringeva a firmare la confessione del suo peccato-reato. Poi è stata spedita in carcere dove è stata spogliata, perquisita, maltrattata e trattenuta per sei ore, e liberata solo per l’intervento del marito precipitatosi in città per salvarla. Essendo la vittima cittadina statunitense, la notizia non è passata inosservata e ha sollevato un coro di critiche. Ma la polizia, che gode di protezioni altolocate, si è difesa piccata: “È una peccatrice e ha infranto la legge: lavorare insieme per uomini e donne non parenti è haram (proibito)”. Ma l’Arabia e in buona compagnia nella difesa della fede. Alcuni giorni fa un bambino pachistano è stato ucciso a bastonate dal suo maestro per non aver memorizzato alcuni versetti del Corano. Per questa grave colpa, Atif, 7 anni, cieco dalla nascita, è stato appeso a testa in giù al ventilatore del soffitto e poi bastonato a morte. “Era troppo fragile”, si è difeso il maestro della madrassa. I casi di violenza sui minori sono all’ordine del giorno nelle scuole religiose del Pakistan. Sorvoliamo sull’impiccagione degli omosessuali in Iran e la lapidazione delle donne, anche solo sospette di adulterio, o sulla loro fustigazione in Indonesia per “abbigliamento islamico improprio”. Habiba Kouider rischia tre anni di carcere per conversione “non autorizzata” al cristianesimo, così come prevede una recente legge algerina del 2006. Le erano state trovate in borsa alcune copie del Vangelo e questo basta per essere passibili d’arresto. E parliamo dell’Algeria, ovvero di uno stato ritenuto moderato. Al contempo il controllo della pubblica moralità può rasentare la comicità involontaria. Le autorità di Sharjah, uno dei sette Emirati Arabi Uniti, hanno decretato la decapitazione dei manichini di tutti i negozi d’abbigliamento del territorio. “I manichini non devono avere testa e l’abbigliamento in vetrina deve rispettare le norme della decenza, secondo i principi della religione” recita la circolare.

Sono alcuni esempi, tutt’altro che esaurienti, di quel che avviene quando la religione pretende di definire ogni minimo dettaglio del vissuto e della quotidianità delle persone, e quando le istituzioni civili si prestano a farle da sponda secolare. I paesi musulmani sono un esempio lampante di tale realtà in quanto dall’Islam (che significa sottomissione) non ci si può attendere altro e in quanto solo in quei pochissimi casi in cui si è proceduto alla separazione sostanziale della sfera religiosa da quella secolare ci si è potuti avvicinare (ma non sempre, e spesso solo nella messinscena delle regole del processo elettorale) all’esercizio della democrazia e al rispetto dei diritti umani. E comunque anche queste realtà eccezionali sono in continuo pericolo di soccombere perché al musulmano praticante non è concesso anteporre le leggi civili a quella divina e tanto meno lo si potrebbe consentire ai miscredenti. Per cui è sempre forte la spinta degli osservanti indisponibili al compromesso a usare la democrazia per consolidare il proprio potere e sostituirla con la shura, un organismo consultivo cui è solo concesso di definire le modalità attuative della sharia, la legge islamica che è una legge sostanzialmente intollerante. La zakat (lett. purificazione) è l’imposta religiosa sulla ricchezza che il buon fedele deve dare annualmente in offerta. Nell’Appendice 3 (adesso diremo di cosa) dedicata alla zakat vengono considerate come legittima destinazione di questi fondi anche le spese militari e la lotta contro la miscredenza. Non è uno dei soliti bollettini di Al-qaeda ma le note al Corano più diffuso in Italia e distribuito in gran parte delle moschee italiane che fanno capo all’Ucoii, ritenuto organismo musulmano moderato, naturale interlocutore delle istituzioni. Nel dna dell’Islam vi è tanta intolleranza che si esprime all’esterno con l’appello alla guerra santa, nelle sue forme più varie e opportune, e all’interno con un implacabile controllo sociale.

Ciò nonostante nelle note del suddetto Corano, e precisamente nel commento alla sura V,14, possiamo leggere quanto segue: «Le divisioni che lacerano il mondo cristiano sono un castigo voluto da Allah per i cristiani in questa vita. Per quanto riguarda i cattolici, non si può non registrare la perdita del loro stesso diritto canonico tradizionale (che viene continuamente "adeguato ai tempi"), dei loro riti, dell'autorità dei loro ministri, della legittimazione stessa della Chiesa che, costretta tra un rinnovamento che ha ormai solo riferimenti di tipo sociale e un conservatorismo sterile e arroccato su posizioni retrive, cerca di testimoniare la sua influenza sugli uomini ricorrendo al prestigio mediatico del suo capo carismatico».

D’impulso, la nostra prima reazione è: Ma senti da quale pulpito viene la predica! Soprattutto per quel "conservatorismo sterile e arroccato su posizioni retrive" che detto da un Islam risaputamente progressista e aperto alle esigenze di una società in continua evoluzione non può non suonare come involontariamente esilarante. Tuttavia, anche da un pulpito scarsamente accreditato, tra i tanti spropositi, può venire un’affermazione fondata. Pensiamoci un po’. I conservatorismi arroccati portano inevitabilmente a forme, più o meno dissimulate, d’intolleranza; a cominciare da quella religiosa. Noi gente di cultura cristiana siamo intolleranti? Per contrasto, la grossolanità dell’intolleranza musulmana tende a coprire questo dato. Proviamo a chiedere di costruire, non dico una cattedrale, ma una semplice cappella, non dico alla Mecca, a Medina o a Riyad ma nella cosmopolita Gedda o anche nel deserto dell’Arabia Saudita: se il richiedente non fosse coperto dall’immunità diplomatica sarebbe subito arrestato. Di contro, dal 1995 fa sfoggio di sé proprio a Roma, la capitale della cristianità, la più grande Moschea d’Europa. Progettata dall’architetto Paolo Portoghesi, sorge su un terreno di 30.000 m² e può ospitare migliaia di fedeli. Da chi è stata voluta e finanziata questa splendida “cattedrale” dei musulmani? Dal re Feysal dell’Arabia Saudita, Custode delle Due Sante Moschee. Bella coerenza davvero. C’è un articolo di Magdi Allam, dal titolo “La grande persecuzione dei cristiani nel mondo arabo” che è davvero illuminante. Questi che costituivano il 95% della popolazione della sponda poi musulmana del Mediterraneo, sono attualmente precipitati al 6% e, di questo passo, tra 10 anni, si ridurranno al 3%. Dalla prima guerra mondiale ad oggi sono stati costretti ad emigrare in 10 milioni. La “liberazione” dell’Iraq, voluta da Bush, ha di fatto liberato il paese dai cristiani. Per le persecuzioni e le vessazioni, cioè per l’intolleranza, dei musulmani locali questi sono passati da un milione e mezzo a circa 25 mila, e presto non ce ne saranno più perché tutti scappati o ammazzati.

Ma la domanda rimane: noi gente di cultura cristiana siamo intolleranti? Diciamocelo pure e non serve nasconderselo. Dell’atteggiamento accogliente ma intollerante degli americani abbiamo già detto. Ma non è che noi europei abbiamo molto più da essere fieri. Secondo un rapporto pubblicato lo scorso anno da “Human Rights First” non solo il fenomeno da noi esiste ma è in aumento. Sono in crescita gli atti di violenza motivati da intolleranza religiosa, razziale e sessuale, i cosiddetti “crimini dell’odio”. Sono soprattutto i paesi dell’est a destare maggiore preoccupazione, non a caso quelli meno addestrati al confronto democratico. Ma non è che nell’Europa occidentale le cose vadano molto meglio. È vero, supportiamo meno dei nostri cugini orientali i nostri atteggiamenti intolleranti con le dottrine razziste dell’Ottocento, ma ci abbandoniamo anche noi ai nostri bravi crimini dell’odio. In Russia c’è stata una proliferazione di crimini contro le minoranze etniche e religiose, e comunque contro le minoranze tout court. È nota la vicenda dei radicali europei che, in occasione del (quanto si vuole discutibile) Gay pride, volevano consegnare al sindaco di Mosca una lettera firmata da 50 parlamentari europei e italiani. Mentre distribuivano un volantino con il testo della lettera, un gruppo di naziskin – con la benedizione di un vescovo ortodosso lì presente – ha cominciato a picchiare i partecipanti all’iniziativa. La polizia, intervenuta con neppure molta sollecitudine, anziché difendere le persone aggredite ha provveduto ad arrestare i radicali. In Germania i crimini commessi dagli estremisti non trovano l’appoggio così esplicito della pubblica opinione ma in un anno sono comunque aumentati del 20%. Sono pure in crescita gli atti di violenza antisemita; dalla Russia alla Francia sono sempre più sotto tiro gli ebrei e i simboli della religione israelita, cimiteri compresi. Sono invece in diminuzione i crimini contro i musulmani e i loro simboli dopo il picco che seguì gli attentati alla metropolitana di Londra; ma sono ancora numerosi. Di tutto questo forse il dato più significativo è il fatto che solo pochi governi hanno istituito sistemi di monitoraggio del fenomeno, a testimonianza della sostanziale indifferenza che esso suscita.

Vi è poi la forma d’intolleranza di cui dicevamo in apertura: quella della religione quando pretende di definire ogni minimo dettaglio del vissuto e della quotidianità delle persone. È forse la forma più subdola e opprimente d’intolleranza; subdola perché non immediatamente percepibile, se non dalla vittima, in quanto trova il consenso di larga parte dell’opinione pubblica; più opprimente perché rivolta a tutti, a cominciare dai propri fedeli di cui coarta le coscienze. Per i paesi islamici questo è più evidente perché lì la legislazione civile si adegua spesso supinamente ai dettami di quella religiosa, perché le regole ci appaiono assurde e soffocanti, perché le sanzioni ci risultano, oltre che spesso ingiustificabili, comunque crudeli e spropositate.

Tale tipo d’intolleranza nei paesi cristiani si presenta con meno evidenza, per una serie di motivi. Innanzi tutto per i condizionamenti culturali che si acquisiscono già nell’infanzia. Se non presenta difficoltà giudicare con obiettività (o anche con pregiudizio) le incongruenze che emergono dalle altrui culture risulta molto più difficile rilevare le incongruenze del proprio sistema di riferimento che condiziona al punto da limitare la capacità di giudizio persino dei più colti e intelligenti. Anzi – come afferma la psicologa dell’età evolutiva Alice Miller – l’intelligenza può aiutare a compiere innumerevoli giri viziosi quando sia necessario adattarsi al proprio sistema di riferimento.

Anche quando riusciamo ad avvertire le incongruenze, esse sono meno distanti dal nostro sistema dei valori, il controllo sociale è meno soffocante, la normativa civile è molto meno disponibile a ratificare passivamente quella religiosa, e quindi le sanzioni minacciate finiscono spesso, grazie a Dio, per limitarsi all’ambito ecclesiale o ultraterreno.

Ma ciò non significa che anche così le ingerenze della religione non facciano danni o che non spingano per imporsi in maniera più pervasiva. La Chiesa esiste da troppi secoli per non sapere quando è il momento di minacciare e quando lo è di rassicurare, quando è caso d’intromettersi in politica e quando lo è di limitarsi alla proclamazione del Vangelo, quando è tempo di agire allo scoperto e quando lo è di muoversi celatamente. È vero che i sistemi democratici prevedono delle forme di controllo per garantirsi dallo strapotere che alcuni organi dello Stato potrebbero esercitare sugli altri e per difendersi da ingerenze esterne, ma la prima vera garanzia di uno Stato è nella qualità dei suoi uomini e, in genere, dei suoi cittadini. Sennò qualsiasi garanzia può essere aggirata. Mi ha colpito la definizione che Sergio Castellitto, membro della giuria, ha dato dei due film gemelli premiati a Cannes, Il Divo e Gomorra: “Hanno in comune un grande tema, ovvero cosa si nasconde dietro la faccia urbana, civile, occidentale, di una democrazia. È facile parlare di una dittatura, di un Paese in via di sviluppo; ma altra cosa è affrontare il volto controverso di una realtà europea in cui la verità supera perfino ciò che si racconta”.

Chiudendo il seminario promosso dalla Fondazione Italianieuropei, Massimo D’Alema ha parlato di “Religione e democrazia in Europa e negli Stati Uniti”. Partendo da un presupposto ormai da molti condiviso, identificando cioè nel fallimento delle grandi ideologie del ‘900 una delle ragioni del ritrovato peso pubblico della fede nelle società “smarrite, imbarbarite, disumanizzate”, egli, riferendosi in particolare alla situazione italiana, paventa il pericolo di un’alleanza strumentale tra la destra politica e la Chiesa. La prima utilizzando la religione come cemento e collettore d’un voto identitario, la seconda offrendo una sponda al potere “per ottenere in cambio la tutela giuridica di principi e valori, come aborto o fecondazione, perché diventino leggi imposte a tutti colpendo la laicità dello Stato”. L’ex premier non mette in discussione l’apporto dei cattolici alla vita pubblica, che attraverso la DC avevano comunque garantito la separazione dei poteri e il confronto democratico. Ciò che egli teme è il rischio del fondamentalismo, “il sogno regressivo di una società monoreligiosa” che finirebbe per mettere in discussione le garanzie di libertà e pluralismo che sono a fondamento delle democrazie. Il nodo di fondo è sempre quello: il patto scellerato tra il potere politico e quello religioso, oggi evidente – come dicevamo – nelle società islamiche, un tempo altrettanto soffocante nelle società cristiane e sempre a rischio di riproporsi. Esplicito il monito conclusivo del relatore: “La tentazione del potere è demoniaca e sempre, nella storia della Chiesa, è stata all’origine di misfatti, di cui Giovanni Paolo II ha dovuto chiedere perdono”. Il monito di un “laico” che io da Cristiano devo condividere pienamente, poiché “dove c’è lo Spirito c’è libertà” (2Cor 3,17), e un cristianesimo che non si adopera per la libertà si contraddice assolutamente.

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lunedì 28 aprile 2008

Un'alleanza inevitabile

Il recente viaggio del Papa negli Stati Uniti mi ha fatto venire in mente quello di tenore analogo effettuato da Nicolas Sarkozy nell’agosto dello scorso anno. Le due anime dell’Europa, quella religiosa e quella laica per antonomasia, il Vaticano e la Francia, che fanno visita ai cugini americani per rassicurarli sui sentimenti di stima e d’amicizia che il Vecchio Mondo nutre per loro. E vanno a farlo proprio tra le bianche mura di quella presidenza forse più controversa dell’intera storia dell’Unione, nelle mani di quel presidente che qualche anno prima era stato duramente criticato e osteggiato per la sua politica muscolare. Chi non ricorda il viaggio in Africa di Dominique de Villepin, l’allora ministro degli esteri francese, alla ricerca di alleati contro la politica americana in procinto d’invadere l’Iraq? E il suo discorso al Consiglio di Sicurezza dell’ONU quando aveva pronunciato parole sferzanti all’indirizzo del segretario di Stato americano Colin Powell? E chi non ricorda la ferma presa di posizione del Vaticano sempre contro la guerra in Iraq? Adesso il vento sembra tirare da un’altra direzione. Il viaggio del Papa è stato preceduto dal convegno, tenutosi a Roma presso la Pontificia Università Gregoriana, dal titolo: “L’Europa e le Americhe insieme verso uno sviluppo integrale e solidale”. Convegno che il rettore della Libera Università Maria Ss. Assunta, Giuseppe Dalla Torre, ha sintetizzato così: “Il legame è molto importante perché in fondo l'America, sia l'America del nord sia l'America del Sud nascono dagli apostoli dell'Europa, sono come dire la nuova Europa e quindi questi legami sono legami linguistici, sono legami culturali, sono legami storici, di interessi artistici e naturalmente anche di carattere politico ed economico”. E adesso, al rientro da questo viaggio ritenuto un successo personale, il Papa ha definito gli Stati Uniti un "grande Paese" "che fin dagli albori è stato edificato sulla base di una felice coniugazione tra principi religiosi, etici e politici, e che tuttora costituisce un valido esempio di sana laicità, dove la dimensione religiosa, nella diversità delle sue espressioni, è non solo tollerata, ma valorizzata quale 'anima' della Nazione e garanzia fondamentale dei diritti e dei doveri dell'uomo". E ha concluso riservando in tale contesto positivo alla Chiesa il ruolo di “coscienza critica”. Sarkozy, a sua volta, confessa il suo imbarazzo per il discorso antiamericano di de Villepin all’ONU che bolla come arrogante. Sempre Sarkozy – considerato il presidente più filoamericano mai avuto dalla Francia – disse degli USA prima di candidarsi all’Eliseo: “Ecco un Paese che una parte della nostra élite detesta quasi per mestiere o quanto meno critica in modo caricaturale. Si dà il caso che sia una nazione con cui non siamo mai stati in guerra, cosa abbastanza rara; che nella storia recente è venuta ad aiutarci, difenderci, liberarci due volte; con la quale abbiamo in comune un sistema di valori democratici. Un Paese il cui stile di vita, le cui passioni sono quelli che i nostri figli sognano per loro stessi. Inoltre si tratta della prima potenza economica, monetaria e militare del mondo. Frequentiamo lo stesso oceano. Non ci vuole un grande stratega per capire che è nostro interesse avere con questo Paese le migliori relazioni possibili”. E in un suo discorso alla Columbia University affermò: “I francesi amano gli americani, il sogno delle famiglie francesi è che i figli vadano a studiare nelle università americane. Quando andiamo al cinema è per vedere film americani. Quando accendiamo la radio è per ascoltare musica americana. Noi amiamo gli Stati Uniti. Non dovete pensare che il mondo vi sia ostile. Il mondo vi ammira, il mondo vi rispetta”. Sembra lontana anni luce la visione atlantifuga che ha caratterizzato la presidenza Chirac.

Queste dichiarazioni sono un indicatore che l’Europa, e forse anche il mondo, stanno cambiando atteggiamento nei confronti degli Stati Uniti? Per quanto riguarda il mondo in generale sembrerebbe proprio di no. Il Center for American Progress e la rivista Foreign Policy hanno intervistato 108 esperti sull’argomento; da tale sondaggio è emersa la convinzione che il mondo è sempre meno sicuro per gli americani. Secondo gli esperti chiamati a pronunziarsi, entro dieci anni gli USA dovranno attendersi un altro attentato in stile 11 settembre e la maggiore minaccia, come c’era d’attendersi, proverrà dai paesi musulmani, ma non solo. In cima alla lista nera c’è il Pakistan che prima degli altri potrebbe consegnare tecnologia nucleare ai terroristi. Seguono nella lista la Corea del Nord, la Russia e l’Iran. Alla Russia spetta inoltre la palma di “alleato di Washington meno utile alla sicurezza americana”. Seguono in quest’elenco sinistro il Pakistan, l’Arabia Saudita, Israele, Messico ed Egitto. Prossimi baluardi di al Qaeda, in ordine di probabilità: il Pakistan, l’Iraq, la Somalia, il Sudan e l’Afganistan. Il Sudamerica, sempre più ostile agli USA, viene poco considerato forse per la sua scarsa incisività sulla scena politica internazionale. Convitato di pietra: la Cina, che al momento ha tutto l’interesse a tenere un profilo basso ma che, fra qualche anno, quando sarà meno dipendente dagli ordinativi e dal mercato americani, avrà modo di dire la sua, soprattutto quando occorrerà accaparrarsi gli ultimi barili di petrolio.

E l’Europa? Quanto è veramente amica e alleata affidabile degli Stati Uniti? Qui l’analisi si fa più complessa. Risuonano ancora nelle nostre orecchie gli slogan antiamericani e le scritte sui muri, ove America si scriveva con la “k”, di certa sinistra non solo marxista ed extraparlamentare. Questo antiamericanismo viscerale, che fa rima con antimperialismo, è tutt’altro che svaporato. Anche se quasi ovunque in Europa tira vento di destra. E gli stessi conservatori d’Europa sono tutt’altro che sintonizzati con i conservatori d’oltreoceano. Anche se gli Stati Uniti nascono dall’emigrazione europea, la loro storia è proceduta su altri percorsi. Noi abbiamo avuto la rivoluzione francese e, a due ore di fuso orario, la rivoluzione d’ottobre che a sua volta ha suscitato per reazione i vari fascismi e il nazionalsocialismo. Nei nostri parlamenti hanno dovuto imparare a convivere e a confrontarsi ideologie che altrove si annichilirebbero a vicenda. Talvolta come unico collante hanno avuto l’anticlericalismo. Invece la cosiddetta Rivoluzione Americana altro non è stato che una guerra per l’indipendenza dagli inglesi. Come ha osservato mons. Sergio Lanza della Pontificia Università Lateranense: “Si potrebbe dire sbrigativamente e approssimativamente, ma non senza verità, che le Americhe sono ancora certamente un continente religioso. L’Europa è un continente secolarizzato e questa è una grande differenza. Le Americhe interpretano il vissuto umano, relazionale, sociale, privato e pubblico, come grandezza religiosamente sensibile. L’Europa sta mostrando invece tendenze molto forti a sospingere sempre più la dimensione religiosa nel privato. E questo allora dà un’interpretazione nettamente differenziata del tema della laicità, che in Europa viene contrapposto alla religiosità. Nelle Americhe non succede e soprattutto, in questo caso, nell’America del Nord”.

Per dare un’idea di questa distonia può essere illuminante citare il contenuto d’una conversazione che George W. Bush ebbe con Jaques Chirac alla vigilia dell’invasione dell’Iraq. Chirac dall’omologo americano si sarebbe aspettato motivazioni d’ordine economico, politico o strategico a giustificazione dell’imminente intervento militare; e invece Bush lo stupì tirando in ballo motivazioni analoghe a quelle utilizzate dalla propaganda di Bin Laden, ovvero motivazioni religiose. L’invasione era necessaria perché Gog e Magog, due personaggi d’un’oscura profezia del libro di Ezechiele, erano all’opera. In questi personaggi negativi il presidente americano ravvisava anche le potenze mediorientali nemiche dei popoli cristiani; potenze già all’opera a cui bisognava rispondere essendo già evidente che quella profezia escatologica stava per compiersi. È facile immaginare lo sconcerto del presidente di quella Francia campione dell’eredità razionalista, fiera della sua laicità, capofila degli stati europei a “democrazia avanzata” che danno per scontato che la sfera religiosa sia stata definitivamente bandita dalla gestione della cosa pubblica. Neppure il Vaticano, stato confessionale per antonomasia, si sognerebbe di utilizzare tali argomenti nelle sue attività diplomatiche. La suddetta conversazione dimostra chiaramente quanto poco America ed Europa conoscano l’anima profonda l’una dell’altra.

Finché perdurerà questo stato di reciproca ignoranza continueranno ad esserci incomprensioni e fraintendimenti tra le due sponde dell’Atlantico. L’ideale sarebbe che nell’apprendere l’uno dell’altro ci si modificasse pure reciprocamente. Che gli europei apprendessero dagli americani a non svilire le proprie radici cristiane; a non identificare la laicità con il laicismo; pur tenendo distinti gli ambiti delle chiese e dello Stato, a non relegare la religione individuale in un angolo così recondito da escluderla a priori quale strumento d’interpretazione della realtà e d’incisione su di essa. Analogamente gli americani dovrebbero apprendere dagli europei a ragionare in maniera meno monolitica e monoculturale. In America hanno trovato rifugio le minoranze perseguitate in Europa; ma l’America è anche la patria di Salem, della segregazione razziale, del linciaggio, del primo maggio 1886, del processo sommario a Sacco e Vanzetti, del maccartismo, delle armerie, dei bracci della morte, del welfare incompiuto. È proprio nell’America tollerante che di tanto in tanto si scatena una persecuzione, una caccia alle streghe. Per questa reciproca sintonia giunge a proposito il titolo dell’incontro: “Europa e Americhe insieme per costruire la civiltà dell’amore”.

Purtroppo non vedo segnali che lascino supporre dei movimenti in tale direzione. Gli Stati Uniti continuano a muoversi in politica estera con la leggiadria d’uno spaccalegna mentre leggono gli eventi in una chiave profetica piegata a loro uso e consumo. Al contempo agli europei, che hanno da lungo tempo perduto il rapporto con i testi biblici, questa lettura americana degli eventi sfugge completamente. Le due sponde dell’Atlantico ancora si fraintendono abbondantemente. Come può esserci, allora, amicizia e alleanza senza una base comune di comprensione?

In realtà una base comune si sta costruendo, ma d’altro tipo. Il mondo si sta schierando e distingue sempre meno tra Europa ed America. L’una e l’altra producono merci sempre più difficili da smerciare ma hanno ancora parecchi quattrini e vivono di rendita. Sono entrambe vacche grasse da mungere; potenze in declino che hanno disperato bisogno l’una dell’altra per puntellarsi a vicenda in un estremo tentativo d’uscire dall’angolo per riacquistare il prestigio appannato e per tornare a dettare le regole del gioco nel consesso internazionale. In questo quadro, per il momento solo abbozzato, la religione c’entra ancora ma non più per i valori etico-morali che esprime bensì in chiave identitaria e culturale. Il cristianesimo viene richiamato non per costruire la civiltà dell’amore ma per compattare la società e per rimarcare le differenze e contrastare l’aggressione in atto da parte dei non cristiani. In quest’uso strumentale della religione i simboli assumono una grande importanza: il crocifisso nelle aule o l’osservanza della domenica quale giorno comune di riposo divengono lo strumento per chiamare alla conta i membri della comunità e per isolare ed espellere i corpi estranei, veri responsabili della perdita dei valori, della crisi dei costumi e dell’impoverimento della nazione. In questa prospettiva (anche in risposta alle provocazioni del fondamentalismo islamico) vedrei una convergenza delle due anime – laica e religiosa – dell’Europa, e al contempo un avvicinamento tra le due sponde dell’Atlantico.